Sunday, July 15, 2007

ATOLLADERO di Óscar Aibar (1996)

Atolladero è un paese di provincia, un buco dimenticato da Dio nel polveroso e torrido Texas. Siamo nel futuro, precisamente nel 2048 e gli Stati Uniti non sono più quelli di una volta. In seguito a scontri e problemi vari il paese ha deciso di isolarsi all’interno delle proprie grandi città, lasciando le province in mano ad una sorta di signorotti arricchiti che fanno il bello e il cattivo tempo. E’ un futuro che rappresenta l’involuzione e se pensate al medioevo ci avete azzeccato, nonostante il paesaggio sia post nucleare… Il film non è girato negli States, ma come tutto ciò che riguarda questo film anche le ambientazioni sono Spagnole sebbene ce le facciano passare per Texane, precisamente le location sono nella regione della Navarra e non come viene subito da pensare nel deserto di Almeria dove hanno ambientato decine di spaghetti western. In Navarra Alex De La Iglesia due anni prima ambientava il “planeta Aturias” del suo ACCION MUTANTE. Atolladero è il titolo di un fumetto di Miguel Ángel Martín e proprio ispirandosi a queste tavole il regista fa un film, riprendendo molte caratteristiche e tralasciandone altre come se fosse più che altro una sorta di story board. E’ abbastanza ovvio che le scene estreme partorite dalla penna del fumettista madrileño nel film non ci vengano presentate e che la linearità tipica delle opere di Martín qui perda mordente in funzione allo sviluppo di un minimo di canovaccio funzionale al film. Il fumettista disegna fatti brevi, lineari, ad effetto e contornati di un’atmosfera che rende il suo stile unico e inimitabile. Una trasposizione dei suoi fumetti sarà sempre un’opera a metà, per lo meno per quanto riguarda il lungometraggio. Quello che ingegnosamente fa Aibar è il dividere il film in capitoli per dare l’impressione di trovarsi all’interno del fumetto, ma a parte delle sequenze identiche alle tavole come carica emotiva siamo ad altri livelli, il regista ci spinge a vedere il villaggio di Atolladero, o meglio le sue quattro case, come se fossero l’inferno, un inferno di sabbia dove le speranze non hanno il permesso di abitare. Fin dai primi minuti di visione ATOLLADERO sembra un western e non solo per le location, in effetti man mano che ci si addentra nel film incontreremo sfide, saloon con mignotte annesse, whisky e tutti gli ingredienti basilari del genere polveroso per eccellenza. Personaggio fulcro del film, o per lo meno l’unico conosciuto a livello mondiale, è un crudele, cinico e completamente pazzo Iguana! Sto parlando del grande Iggy Pop, il quale oltre ad avere una delle parti principali confeziona la colonna sonora del film che è di conseguenza di grande fascino (non è questione di gusti). Il suo personaggio è Madden, la guardia del corpo, sicario e faccendiere del signorotto della cittadina di Atolladero, il vecchio giudice Wedley, che avendo più di un secolo è tenuto in vita da una serie di macchinari controllati continuamente da un medico alcolizzato e dal passato oscuro che gli fa da balia. Lo sceriffo del paese fin dall’inizio sembra il personaggio principale del film, uomo depresso e rassegnato ma efficiente nel lavoro, che non fa altro che eseguire gli ordini del giudice. Tutto sembra trascinarsi nella solita noia tra preti tossicomani, ninfomani pervertite e vecchi pazzi fino a quando l’aiutante dello sceriffo, il giovane e insofferente Lennie, non ottiene una convocazione a Los Angeles per un possibile trasferimento, praticamente la coronazione di un sogno per lui. Il ragazzo ha paura di rivelarlo allo sceriffo, ma soprattutto al più potente, al giudice. Lennie sa che non sarà facile, infatti appena comunica la sua volontà di lasciare quel buco desertico viene condannato a morte seduta stante ed inizia una caccia all’uomo spietata nei suoi confronti. Il ragazzo è l’unico che non si è rassegnato a vivere in quel posto dimenticato da Dio, tutti quelli che ci vivono sembrano aver perso ogni speranza, ogni impulso vitale, si trascinano in una quotidianità agghiacciante come se fosse una colpa da espiare. Non è solo la volontà del giudice a impedire loro di andarsene, ma l’assenza di altre possibilità o meglio una mente che rifiuta ogni altra possibilità. Si nasce o si arriva in un posto e ci si rimane. Per questo la caccia all’uomo nei confronti del giovane viene esaltata così tanto dai pochi abitanti. Atolladero è una sorta di maledizione, anzi, Atolladero è l’inferno, dove tutti stanno espiando una colpa, evidente o meno, ma dove qualcuno vi è finito per caso e vi sta male, il suo corpo la rifiuta. Un animo innocente non può vivere in un inferno. Prima opera del regista Óscar Aibar che diventa ben presto un piccolo cult movie, sicuramente costato poco non sfigura nemmeno negli effetti di computer grafica e il ritmo è sostenuto e incalzante come una corsa a cavallo con brevi pause scandite da una sorta di capitoli, più di nome che di fatto. Trama per nulla banale e la metafora di fondo sebbene sia sottile si lascia cogliere anche attraverso un finale liberatorio metaforicamente buio ed estremamente pessimista, ma nello stesso tempo libero, di una libertà on the road. Il futuro è incerto anche quando si scappa dall’inferno.


di Davide Casale

No comments: