Wednesday, May 21, 2008

Dracula III: Il testamento di Patrick Lussier (2006)


Ultimamente diventando vecchio sono meno cattivo soprattutto verso i film senza pretese. “Dracula 3 the legacy” (da noi sul satellite come “Dracula III: Il testamento”) è uno di questi: veloce, divertente, stupido quanto basta per farsi due risate senza sentirsi deficiente e con due o tre idee visive che ti stupiscono. Il regista Lussier è l’autore della saga del Dracula new age, serie prodotta da nientepocodimeno che da Wes Craven, e che da noi ha visto in un’uscita fugace in sala solo il primo (brutto) film (“Dracula legacy”). Lussier non gira male, anzi a livello stilistico è una bomba, non videoclipparo, ma comunque attento al ritmo e al montaggio veloce, sa fare appassionare pur raccontando una storia vecchia come il mondo. Questo terzo capitolo riprende le fila lasciate in sospeso dal secondo (il migliore) con questo prete orientale che grazie al dolore può controllare il morbo vampirico e del suo viaggio in compagnia di un giovane aiutante alla ricerca Dracula. Il reparto femminile è generoso con attrici che se non bravissime sono comunque di bellissimo ornamento e anche quello splatter non scherza con corpi tagliati in due da sciabolate, numerose decapitazioni e una bella orgetta al sangue. Ratger Hauer indossa i panni del famoso vampiro e, grazie a Dio, sembra che gli autori abbiano dimenticato la stronzata più grande della saga: la corrispondenza tra il principe delle Tenebre e Giuda Escariota! Comunque Hauer è abbastanza in forma e, pur se la sua parte, dura si e no cinque minuti, è una presenza scenica che si ricorda. Ma il piatto forte della pellicola è il finale beffardo e cattivello che non racconteremo, ma che innalza l’opera dal dimenticatoio dei prodotti usa e getta per il mercato video. A suo modo un buon film.


di Andrea Lanza

Zombie Nation di Ulli Lommel (2007)


Ulli Lommel è un insulto. A chi vorrebbe fare cinema e o le possibilità o le occasioni li castrano in partenza. Di riflesso i suoi film sono degli obbrobri di natura spropositata, se ne salvano forse due o tre, ma si parla di quasi trent’anni fa e il povero Ulli più che migliorare è peggiorato in questi decenni. Prendiamo il suo “Zombi nation” (ma lo spettro si potrebbe ampliare con “Zodiac”, The tomb” e ogni sua regia praticamente intercambiale), un film praticamente senza senso, una trappola per gonzi fin dalla copertina con questo zombi alla “Maniac cop” dalle ganasce scespirianamente aperte. Beh, incredibile dictu, questo morto vivente si vede solo alla fine, negli ultimi 3 secondi, per il resto abbiamo 5 sgallettate passate a miglior vita con un mascara pesante sulla faccia a simulare la loro zombesca nuova vita. La trama è assurda: si parte con un poliziotto sadico che uccide donne solo perché carine e la polizia che lo copre, poi diventa un horror con due effetti di cannibalismo fatti così male da non crederci dopo che le vittime grazie al voodoo si risvegliano e alla fine l’opera si rivela per quello che: il nulla camuffato da stronzata. Le novelle zombi mangiano carne umana, ma vengono presto apostrofate dalle sacerdotesse voodoo “Guardate che potete anche mangiare un cheeseburger”: questo per far capire il livello del film. A Lommel non gliene frega un’emerita cippa delle buone regole del fare un film: monta alla cazzo (le scene spesso e volentieri si interrompono senza perché), la fotografia è brutta e sciatta, la storia non esiste, gli attori sono allo sbando e non sanno bene se ridere o piangere. Almeno Decoteau è scusato: a lui piacciono i bei ragazzi e la sua inefficienza è dovuta al fatto che molla la mdp per palpeggiare i suoi attori di nascosto. Ma Lommel? Un tempo lui era legato a Suzanna Love, gran donna tra l’altro, ed era quello il suo periodo artistico migliore con un bel “Mirror” piazzato con rabbia nel panorama horror, un film misogeno, violento e sì rozzo, ma di un rozzo efficace un po’ alla Tobe Hooper. Poi? Si saranno lasciati? Lui avrà tentato il suicidio e andando in coma sarà degenerato in uno stadio di demenza incontrollabile. Roba che la gente potrebbe pensare “Ulli Lommel è un estroso”, no no, miei cari, Ulli Lomel è un idiota. E aggiungo: un incapace e un pazzo che vuole uccidere il cinema come il Dottor Zero coi suoi cazzo di missili. Come d’altronde etichettare un regista che nel ben mezzo di un massacro ti infila delle musiche che ricordano quelle di Timon e Pumba su Disney channel. Non demenziale, nocivo. Molto più piacevole andare a cena dal conte Dracula con un palo infilato nel culo. Credetemi.
di Andrea Lanza

Wednesday, May 14, 2008

La stanza della vendetta di Joe Otting (2007)


Quante volte avete pensato “Se avessi per le mani uno stupratore o un assassino di bambini io lo ucciderei”? Se rispondete mai o siete degli stancabili utopici della giustizia o nascondete un’identità da Giustiziere della notte. Beh in qualsiasi caso il protagonista di questo simpatico filmetto si trova davanti ad un bivio: è giusto uccidere chi ti ha ammazzato il figlio? Strano film questo “La stanza della vendetta”: un po’ buddy movie, un po’ “Saw”, un po’ “Hostel”, un po’ “I soliti sospetti”. Il protagonista, architetto di successo, si trova servito in un piatto d’argento l’assassino del suo bambino. All’inizio lo pesta a mani nude, poi prova un po’ di armi tra cui una pistola ed un trapano elettrico, poi sceglie di cominciare a inchiodargli le mani. Ed è lì che cominciano i guai: l’assassino che lui cerca ha un tatuaggio sul braccio e l’uomo davanti a lui no. Comincia allora una fuga in un complesso isolato, braccati da poliziotti con un’idea distorta di giustizia, dove i due nemici diventano amici, dove l’identità di nessuno è ben chiara. Sia ben chiaro il film non è nulla di trascendentale, ma come action è abbastanza originale, inizia come un torture movie per poi diventare un giallo ad incastro tra sparatorie e pareti che esplodono come in “Die hard”. I due attori protagonisti sono abbastanza convincenti, un po’ meno un doppiaggio televisivo, ma alla fine se si fa l’orecchio non disturba più di tanto. Semmai è l’autore della sceneggiatura a stupire: quel Joe Chapelle che nel genere horror regalò l’Halloween più tenebroso e alchemico, il 6. Niente da eccepire neanche sulla regia abbastanza ispirata del signor nessuno, Joe Otting, autore di uno o due filmetti senza infamia e senza lode. Da vedere senza farsi più di tante illusioni, ma il suo sporco lavoro di intrattenimento lo fa. Il titolo originale “Already dead” era sicuramento meglio di questo alla Agatha Christie.

di Andrea Lanza

Sunday, May 11, 2008

L'ULTIMO SCERIFFO (THE LAST MARSHAL) DI Mike Kirton (1999)

“Ho ucciso 17 uomini durante la mia attività di sceriffo,voglio arrivare a 20 prima della pensione….e mi manca davvero poco al pensionamento” urla contro uno sgherro del boss: ecco la filosofia dello sceriffo McClary. McClary è un uomo tutto d’un pezzo; odia i messicani, i pellerossa, gli ebrei ed ,in generale, tutto quanto non sia perfettamente “americano”. Un uomo del profondo Texas che non ha peli sulla lingua e che non esita a tirare il grilleto. La conoscenza dello sceriffo,interpretato da Glenn, è folgorante e la piega di questo B-movie sembra davvero far gridare al miracolo quando, dopo pochi minuti dai titoli di testa,assistiamo ad una carneficina in chiesa con tanto di pallottole esplose contro il prete ed il giudice federale. Quando,poi, quel sant’uomo del sacerdote,ferito,conferisce il sacro incarico di vendetta a McClary dicendogli: “…trova quel tizio,conficcagli un paletto nel cuore e consegnalo alla collera dell’Onnipotente”, c’è da esaltarsi come scimmie birmane. Purtroppo, le ottime premesse non vengono mantenute e la seconda parte del film riportano tutto nei binari del politically correct più becero. Assistiamo quindi ad una repentina discesa nel campo del buonismo che distruggono in maniera definitiva la caratterizzazione del retrogrado sceriffo,riducendolo alla mezza figura del solito buon padre di famiglia,tollerante e generoso. Una vera disdetta che lascia l’amaro in bocca e condanna questa pellicola a ritornare nel dimenticatoio dei film “da cestone del supermarket”,senza infamia ne lode. Tutto da buttare? Assolutamente no. Innanzitutto c’è uno svogliato William Forsythe che riesce pur sempre a dare un certo valore a qualsiasi villain. Scott Glenn non è mai assomigliato cosi tanto al mitico Warren Oates e sentire la sua voce roca nella versione originale del film è pur sempre una goduria. Insomma, un film che si lascia guardare, ma solo se rigorosamente accompagnato da un po’ di tortillas piccanti ed una buona birra gelata. Mexicana,of course.

Di ANDREA SCALISE

Friday, May 09, 2008

STREET KINGS di David Ayer (2008)

La sceneggiatura di The Night Watchman, poi diventato Street Kings, è passata di mano in mano per anni prima di vedere la luce sul grande schermo. Questo nonostante provenda dalla penna di un autore come James Ellroy, oggi ricercatissimo a Hollywood, con una sfilza di pellicole già realizzate da suoi romanzi e prossimamente in uscita White Jazz di Joe Carnahan e Land of the Living. Prima che lo script trovasse la sua realizzazione nelle mani di David Ayer era passato sotto gli occhi illustri di David Fincher, Spike Lee ed Oliver Stone senza concretizzarsi. Ellroy scrisse la storia ispirato dalla vicenda di O.J. Simpson e soprattutto dalla figura di Mark Fuhman, il poliziotto che cerco di incriminare illegalmente Simpson. Nella sceneggiatura di Ellroy non c'è nessuna star del football che ammazza la moglie e la passa liscia grazie ad un processo viziato da manipolazioni morali dell'opinione pubblica, ma si apre con la storia un poliziotto marcio, Tom Ludlow, che pur di annientare una banda di coreani che ha rapito due gemelline minorenni per farci dei filmini pedopornografici, non esita ad andarli a far fuori direttamente a casa loro inquinando la scena del crimine, in pieno Dirty Harry style. Per il dipartimento di polizia dell'LAPD sporcarsi le mani per far rispettare la legge è la prassi e l'intero sistema è consapevole e consenziente ma quando un poliziotto che stava denunciando lo sporco sotto il tappeto alle autorità morirà tra le braccia di Ludlow durante una rapina chiaramente falsa, si innescherà la reazione a catena che tirerà fuori una realtà ben più marcia. Il film di David Ayer mantiene quasi fedelmente la storia di Ellroy ma la adatta ermeticamente a quelli che sono divenuti gli standard del suo cinema tanto da combaciarvi perfettamente. Ayer ,che da squattrinato elettricista (soprav)vissuto nella downtown di LA ha trovato la via della gloria ad Hollywood grazie alla sceneggiatura di quella bomba ad orologeria che era Training Day, ha delineato in pochi film il proprio stile grezzo ma assolutamente individuale. Nel giro di alcune significative pellicole come sceneggiatore (Fast & Furious,Dark Blue, Training Day) ed al suo interessante seppur imperfetto esordio alla regia, Harsch Times (da noi i Giorni dell'Odio), ha creato una personale visione di L.A. per la quale la Città degli Angeli è un territorio di guerra dove la polizia è una della gang più violente e corrotte con protagonista un poliziotto dalla morale deviata e perverse, quasi sempre alcolizzato. Il sistema in cui si muovono le forze dell'ordine è una complessa scacchiera simile alla criminalità organizzata e questo è evidente anche in Street Kings, nonostante venga da Ellroy. Anzi, la storia è evidentemente una classica storia di corruzione dello scrittore losangelino tanto che, tirando fuori gli elementi moderni inseriti da Ayer, ci troviamo davanti a una versione aggiornata di L.A. Confidential. Ayer mostra tutti i suoi limiti nel momento in cui si incarta nella complessa costruzione delle investigazioni che non sempre riescono a tenere il filo di Arianna verso una via d'uscita plausibile, eppure ha un sincero gusto per l'intrattenimento e la rappresentazione delle scene d'azione. Un paio di sparatorie sono veramente spettacolari nonostante il loro montaggio sia di maniera. Come regista Ayer è rozzo come i suoi personaggi. Utilizza montaggi di scene riprese in multiangolo e ci mette su la classica musica epica tutta archi e tamburi da guerra metropolitana, ci mette il linguaggio da strada che conosce bene e armi da fuoco. Forse non si avrebbe lo stesso risultato senza un parco attori come quello di Street Kings, dove primeggia un Keanu Reeves divertito ma riconosciamo anche Forest Withaker e diverse facce dalle serie tv come Hugh Laurie( House MD), Amaury Nolasco (Prison Break) e tutta una serie di gangsta rapper abituè dei film action ambientati nel ghetto, ma nonostante il suo andamento barcollante Street Kings colpisce nei punti giusti e diverte. David Ayer vuole innanzitutto fare un film d'azione sporco e cattivo. Non cerca di dare un senso alla violenza, la usa nella maniera più materiale e lascia che sia il finale a parlare da sè. Quando i giochi si chiudono ed il volto dei cattivi viene alla luce, si comprende che il sistema è un mostro che ingoia i suoi cuccioli per sopravvivere e sostenerne altri, inarrestabile ed insensato con i re ed i sudditi colpevoli allo stesso modo.

di Gianluigi Perrone

Sunday, May 04, 2008

The Frightening di David Decoteau (2002)


Decoteau… Decoteau… Decoteau… Chi è? Che fa? Ci fa? Esiste? Domande che suonano retoriche se si vuole, allo stesso pari dei grandi enigmi della storia umana. E’ nato prima l’uovo o la gallina? La pro zia è un simbionte alieno che imita tua zia? Governo ladro… Non può piovere per sempre… Non esiste la mezza stagione… Quando c’era LUI i treni arrivavano sempre in orario… E così via in tripudio di frasi fatte che riescono soltanto ad accrescere il dubbio su come possa esistere un essere (alieno, umano o incerto non è dato saperlo) che possa girare film così brutti ed ottenere un certo successo di cassetta che lo elegga persino regista culto in qualche paese terzomondista (Burundi, Sri Lanka, Italia). Decoteau è l’Ed Wood del cinema gay, un uomo che strabatte i testicoli della coerenza narrativa, della tecnica cinematografica, dei buoni effetti speciali, per lui basta soltanto adibire la sala a mò di film porno con Gianna Michaels, la Jenna Jameson della serie B, e metterci una strafiga come ornamento per una bella orgetta di maschi in boxer bianchi. Roba che uno potrebbe dire “Cazzo, ma è un horror gay” con vari problemi di natura psicologica scatenanti: oddio lo vedo solo io, oddio non è che sarò anch’io gay, cazzo ma questi qui si toccano tra loro eppure guardano le ragazze, psicologaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa! E bravo Decoteau, l’Houdini del cinema eteramente omosessuale, lui in questa ambiguità ci sguazza come un maialetto nel trogolo, contento di vedere bei ragazzoni dai bicipiti scolpiti, vendere il tutto a ragazzette in fregola che nulla capiscono di cinema e, cosa importante, contare i soldi guadagnati. Maledetto uomo dal nome da uovo alla coque! Ma torniamo al film perché di tutto abbiamo parlato forchè di questo nuovo prodotto che si vuole thriller horror. Male perchè “The fightening”, come già in passato “Ring of darkness”, è un prodotto quasi discreto. Questa volta Decoteau quasi sembra svegliarsi dal torpore solito, gira sì come un epilettico le scene cercando un virtuosismo che non ottiene, ma cazzo per lo meno ci prova! Di solito i Decoteau movie hanno questa macchina da presa che si sposta solo se la pendono a calci, qui invece è pimpante per lo meno, si muove tra i corridoi di una scuola come un Dario Argento cieco, non sta mai ferma in una sorta di vaffanculo della buona tecnica cinematografica, ma è un inizio comunque dopo tremila film di torpore quasi comatoso. La storia, pur nei suoi dialoghi scemi, è meno stupida del previsto: si affronta un tema caro a Romero e King, quello degli psicopompi (niente battutacce please!), ovvero figure divine che accompagnano le anime dei morti dalla nostra Terra all'oltretomba. Il Re del Maine li descrive come uccelli, Decoteau meno sottilmente come adolescenti che nerovestiti uccidono i trapassati per permettere il passaggio. Il sangue incredibilmente scorre abbastanza (qualche bella coltellata) e il film regala, soprattutto nella conclusione della vicenda, qualche bel colpo di sceneggiatura con un finale tutt’altro che risaputo. Si sa che è sempre Decoteau, ma anche il livello di uomini in boxer bianchi è inferiore a robacce come “Final stab” e il film, pur se ridicolo (tra tutto i sogni o i ripetuti rallenti che si vogliono enfatici), è interessante. Si potrebbe quasi consigliarlo. Quasi, naturalmente.


di Andrea Lanza

Saturday, May 03, 2008

PASSAGGIO NELLA NOTTE (Night Passage)di R obert Harmon(2006)

Vi sono personaggi che hanno decretato allo stesso tempo le fortune e la maledizione di un attore. Magnum P.I. è stato per Tom Selleck una svolta per quel che concerne la notorietà,ma anche la dannazione per il suo prosieguo nell’attività d’attore. Selleck,con quella faccia da duro impenitente, che gli avrebbe portato,si narra ,persino,una offerta per interpretare il ruolo di Indiana Jones(ruolo che avrebbe rifiutato e poi sarebbe finito a Ford)ha cercato invano di costruirsi una carriera lontano dal piccolo schermo televisivo,senza mai riuscire a far dimenticare al pubblico il ruolo dell’investigatore con la ferrari che ne ha decretato il successo. Ritrovarlo in questo piccolo grande noir rurale è una piccola soddisfazione per chi,come me, ha sempre sostenuto che col vecchio Tom la dea bendata del Cinema è stata ingenerosa. Selleck è un ex poliziotto della anti-crimine,cacciato per un piccolo “problemino” di alcolismo,che accetta il lavoro di sceriffo in una sonnacchiosa cittadina. Inizia cosi un viaggio coast to coast per giungere dall’altra parte degli U.S.A.,con ,come unico compagno, il suo fedele cagnone Boomer. Scoprirà che la tranquillità della sua nuova città è solo apparente. “Passaggio nella notte” è un film molto semplice nella propria costruzione,senza troppi fronzoli: sappiamo da subito chi sono i buoni e chi sono i cattivi e non ci aspettano colpi di scena. Eppure questa america di provincia, da paragonare a quella di Copland,lascia il segno. Lascia anche il segno il personaggio delineato da Selleck,un uomo taciturno,in perenne conflitto con la bottiglia ,che ha come unico e solo amico il proprio cane. Vi è una grande tristezza di fondo che pervade questa pellicola e che attraversa ,come un proiettile, il cuore pulsante dell’America stessa, lasciando ,alla fine della visione, quell’amara riflessione sulla vita che solo i piccoli grandi noir sanno trasmettere


Di ANDREA SCALISE

Thursday, April 17, 2008

DIETRO LO SPECCHIO (BIGGER THAN LIFE) di Nicholas Ray (1956)

Per una volta il titolo italiano di un film è più appropriato di quello originale. In questo caso rivela ben piùdelle intenzioni del regista rispetto a ciò che viene esplicitato dichiaratamente. Già perchè dietro ad un melodramma a tinte a volte inquietanti, Ray, insieme al protagonista James Mason (anche produttore e sceneggiatore) ed al non accreditato Clifford Odets, sferrano una critica ferocissima ai valori rigidi della classe media americana negli anni '50. L'espediente è la follia del protagonista, l'insegnante Ed Avery, che riesce a contenere una malattia mortale attraverso una cura di cortisone. Il fatto si ispira ad una storia vera ed in effetti il cortisone può avere degli effetti collaterali sul carattere devastanti. Avery ha comportamenti di fastidio verso la moglie e esageratamente severi verso il povero figlio che viene pressato in maniera assurda. Presto comincia ad avere deliri mistici e viene fermato prima di diventare pericoloso. Si ha la possibilità di far affermare cose assurde, come un attacco alla chiesa, al protagonista, con la scusa del suo delirio farmacologico ed alcuni comportamenti sono sì folli ma non tanto dissimili dalla realtà di un perbenismo della mid-class. Il film ha una grammatica quasi horror per l'uso delle ombre e l'immagine con cui viene mostrato Mason, quasi un antesignano di Jack Torrence. A quanto pare il cortisone e l'urgenza dell'addizione da farmaci è solo una scusa per puntare liberamente il dito su atteggiamenti repressivi e deliranti. Un film che per l'epoca era decisamente sovversivo. In una parte di supporto anche Walter Matthau.

di Gianluigi Perrone

SEXY BEAST di Jonathan Glazer (2000)

Piccolo gioiello di scrittura, costruzione e registrazione, Sexy Beast è uno di quei film che assurge poco per volta allo stato di cult. Jonathan Glazer viene dai video ed è molto forte nella ricostruzione di immagini surreali ed oniriche anche se qui un certo immaginario si fonde con una voglia di noir che deve decisamente molto a Pulp Fiction. Il plot è quasi nullo, il criminale Don Logan (Ben Kingsley) raggiunge Gal Dove(Ray Winstone), un rapinatore ritiratosi, nel'intento di farlo ritornare all'opera, cosa di cui Gal non ha nessunissima intenzione visto che si trova in quello stato di pensionamento per cui il passato è ormai impensabile. La situazione impazzirà. Tutto gira intorno al personaggio di Kingsley che viene prima annunciato con terrore dagli altri personaggi e poi interpretato in maniera sublime dall'attore che crea un personaggio insopportabile, moralmente delirante, una vera calamità. Pare che Kingsley si sia ispirato alla nonna per Logan, ma è indubbio che anche una costruzione dei dialoghi ossessivi abbia influito positivamente sulla situazione. In film si contiene tutto in un minimo accadimento i cui avvenimenti di contorno fanno solo da contraltare ma su una struttura che funziona benissimo. Ottima risposta britannica al pulp americano che sicuramente nasconde dei difetti ma sono ben nascosti da uno scheletro di dialoghi e scene perfetto.

di Gianluigi Perrone

HATCHET di Adam Green (2007)

Quasi sicuramente il successo di Hatchet è dovuto innanzitutto alla campagna azzeccata con cui è stato presentato il film. Infatti rivendicare una genuinità vecchio stile contro l'imbastardimento dell'horror moderno commerciale ha gioco facile sulle coscienze dei fan desiderosi di vedere il buon vecchio horror anni '80. Ed in effetti Hatchet mantiene quello che promette, ovvero una specie di nuovo capitolo di Venerdì 13. In effetti il protagonista del film, Victor Crowley, l'assassino che massacrerà le vittime di turno nella palude di turno, ricorda molto il vecchio Jason ma senza la sua maschera da hockey e non a caso viene interpretato da Kane Hodder. La struttura è sostanzialmente quella classica di un gruppo assortito di persone che finiscono in un luogo maledetto (in una palude di New Orleans) dove semina la morte un assassino maniaco deforme ed invasato. Quello che funziona in realtà non è affatto la regia nè la componente horror. Checchè ne pensi il regista Adam Green che pare essersi autoconvinto di essere un genio, l'atmosfera horror è mal costruita ed assomiglia grossolanamente a quella di film brutti che vivono di un fascino vintage. Non ha quindi senso riproporre tali sistemi, soprattutto senza le idee chiare. Green ha l'approccio totale di un fan, quindi è felicissimo di metterci dentro Tony Todd, Hodder e Robert Englund,nonchè l'ultima cafonissima canzone di Marylin Manson, eppure non si rende conto che il suo mostro è goffo e ridicolo, realizzato veramente male con una maschera posticcia. Alcune scene di morte sono bene realizzate, soprattutto una donna a cui viene staccata la mandibola, ma il resto è bene o male già visto. Eppure Green ha fatto un buon film,anche se non ha capito perchè. La fortissima dose di ironia, dei dialoghi brillanti e obbiettivamente divertente ed ottime interpretazioni di attori ben diretti rivelano il vero talento di Green, ovvero quello comico. Se i due elementi fossero stati bilanciati avremmo avuto un'opera veramente grande, come molti asserivano in malafede. In realtà abbiamo un piccolo prodotto divertente, interessante proprio perchè rende i suoi difetti tangibili e quindi analizzabili. Comunque si aspetta Green alla prossima prova, The Spiral, che pare essere ben più complessa.

di Gianluigi Perrone

Das erste semester (1997) di Uwe Boll




College movie alla Uwe Boll che ormai liberatosi del suo socio Frank Lusting può dare sfogo alle sue idee personalissime di stile e regia. “Das erste semester” è apparentemente un passo più commerciale rispetto ad “Amoklauf” con i suoi studenti goliardici e pruriti giovanili da “Porky’s” teutonico, ma è solo una facciata perché tra le righe si ritorna a parlare di solitudine, di un sistema che tende ad omologarti al di là dei tuoi sogni, questa volta in maniera più velata certo dello strabordante e strillato “German fried movie”, ma con la stessa carica di critica esplosiva. La storia è quella, semplice, di un ragazzo che, dopo avere ereditato una fortuna, decide di iscriversi al primo semestre dell’Università e lì cercare la donna della sua vita, ma il patrigno cercherà di mettere le mani sui soldi del giovane rovinandogli tutti i suoi piani. In mezzo a questo semplice plot Boll si sbizzarrisce in una regia sempre più sicura rispetto agli esordi e a tratti persini virtuosistica, mai convenzionale, primi semi di una cifra stilistica difficilmente omologabile di anarchico del cinema. Gli attori sono volenterosi quanto basta per evitare il fastidioso senso di amatorialità della precedente commedia tra cui spicca per bellezza e bravura la fulgida e sensuale Radost Bokel, già vista nel film fantasy italo tedesco “Momo” di Johannes Schaaf.
di Andrea Lanza

Barschel - Mord in Genf? (1993) di Uwe Boll e Frank Lusting



Secondo film (codiretto) di Uwe Boll e secondo tentativo, in parte migliore rispetto a “German fried movie”, di opera politica che cerca di portare alla luce uno dei fatti di cronaca nera più misteriosi e scomodi della storia della Germania. Era l’11 Ottobre del 1987 quando Uwe Barschel, capo del governo democristiano dello Schleswig Holstein, dimissionario in seguito alla denuncia di Pfeiffer, fu trovato una stanza dell'albergo Beau Rivage di Ginevra immerso con i vestiti ancora addosso in una vasca da bagno piena d'acqua. Deceduto sembra per suicidio con la gola piena di sedativi, i motivi del gesto non vennero chiariti del tutto dalla polizia. Da questo fatto reale nasce “In Barschel - Mord in Genf?” di Uwe Boll e Frank Lusting, dove si tracciano ipotesi anche non banali sulle presunte cause della morte del politico tedesco. Il film è sicuramente interessante nell’idea meta filmica di raccontare la vicenda attraverso un progetto di due registi e un produttore di girare un film sulla vicenda. Boll e Lusting riescono a tratteggiare con originalità la storia di un uomo che è andato a patti con i suoi demoni, che è stato travolto da un ciclone di cospirazioni politiche non seconde a quelle del Watergate, e che è stato sacrificato dai suoi stessi soci in affari. In “Barschel - Mord in Genf?” però l’eccesso di logorrea nel descrivere il film nel film e un senso di amatorialità, forse anche voluta, minano il risultato finale dell’opera che alla fine risulta meno interessante delle sue premesse. Peccato perché sicuramente con un budget adeguato “In Barschel - Mord in Genf?” sarebbe stato un film importante e all’altezza delle sue meritevoli intenzioni.
Curiosità: lo stesso Uwe Boll fa un cammeo nella pellicola come spettatore addormentato di un cinema
di Andrea Lanza

German fried movie (1991) di Uwe Boll e Frank Lusting


Primo film di Uwe Boll e satira feroce di una certa società che vive in funzione di talk show e futili miti da mangiare e divorare subito. Co-diretto (come tutti i suoi primi passi registici) dall’amico e collega Frank Lusting, il film risulta essere un ibrido di intenzioni e messa in scena, ancora acerba e rozza. “German fried movie” è forse indigeribile per un pubblico non teutonico, ma ancora di più lo saranno le commedie successive, importanti solo per capire l’ecletticità di un autore tacciato molte volte come superficiale e banale. Sono però i primi passi che faranno scoppiare le stragi di “Amoklauf” e “Heart of America” e che condurranno a poco a poco verso il Boll touch dei videogame, qui in maniera ancora seminale, ma non invisibile. “German fried movie” è una serie di scene tenute su da un sottile filo, un po’ come sarà il successivo “Postal”, alcune azzeccate (la scena del ponte dei suicidi) altre un po’ tirate, ma comunque tutte all’insegna di una certa ferocia nel disegnare la Germania. Spicca il divertimento di tratteggiare uno stato come quello tedesco con dei moti ancora sotterraneamente nazisti con frasi come “La Germania ai tedeschi” e che trova spazio per il comunismo solo grazie a delle belle lesbiche dal cuore rosso bolscevita. Peccato che, come già detto, molte volte il tutto si limiti soltanto ad una satira superficiale, raramente graffiante, contraddistinta però da una forte dose di cattiveria e scorrettezza. Il problema di “German fried movie” è soprattutto di pagare una sceneggiatura non elaboratissima, che sembra andare avanti ad inerzia (l'idea della tv spazzatura come collage alla lunga stanca), non aiutata purtroppo neppure da bravi attori, e che alla lunga annoia anche lo spettatore più paziente. “German fried movie” non si può considerare un bel film , ma è comunque un’esperimento per le prove successive del regista.


Curiosità: German fried movie (con ovvio riferimento al quasi omonimo esordio di John Landis), secondo le testimonianze dello stesso Boll, raggiunse la quarta posizione al box office tedesco nonostante fosse stato autoprodotto e autodistribuito con mezzi amatoriali.
di Andrea Lanza

Amoklauf (1994) di Uwe Boll




La vita di un Signor nessuno è intervellata da piccoli momenti: il cibo, il lavoro, film di esecuzioni usati come porno per bipassare la sfera sessuale. Ma l’uomo comune ha rabbia dentro e presto sfocerà nel sangue di massa.

Esordio solitario shock alla regia per Uwe Boll nel 1994 in una pellicola all’apparenza lontana da quelli che saranno i suoi film più celebri. “Amoklauf” è figlio del bellissimo “Schramm” di Buttgereit, ma non ne è un clone, anzi riesce a prendere strade innovative in un contesto sicuramente simile. Rispetto a Buttgereit il film di Boll è meno violento graficamente, ma non per questo meno disturbante. L’odissea del nostro uomo comune, con un lavoro svilente, è soprattutto una storia di alienazione mentale e terribile solitudine. La follia del protagonista sfocia a poco a poco davanti a stupidi talk show che si trasformano in maniera quasi armonica in immagini di estenuanti esecuzioni. Il sesso pur se cercato nelle prime immagini con la violenza diventa orgasmo solo in questo caso di pornografia della morte. Da lì a poco l’isolamento del protagonista viene interrotto con una coltellata ai danni della bella vicina e devastato con una strage di massa che rende quel desiderio di morte non più piacere personale, ma sociale. L’unico modo per rapportarsi con gli altri sembra essere solo l’omicidio, il riuscire a risaltare da una massa tutta uguale risplasmando quella stessa massa a nostro volere così come faceva lo psicopatico di “Schramm” con le sue vittime in una sorta di nuova carne cronenberghiana o come farà Zack Wardh nell'ironico "Postal". “Amoklauf” è un film crudo, disperatissimo che tocca corde di nichilismo estremo nei confronti di una società che tenta di schiacciare i più deboli, dove la violenza è l’unico modo per essere qualcuno. Il tocco di Uwe Boll già comincia a notarsi soprattutto nelle lunghe scene al rallenti della strage finale o nella fascinazione per la morte come estetica che avrà in anni recenti il suo massimo sfogo nel bellissimo “Seed”. “Amoklauf” è un film a bassissimo costo, ma ricco di idee e spunti, forse materia non esportabile o commerciale, ma interessante come poche.

di Andrea Lanza

Wednesday, April 16, 2008

Heart of America (2003) di Uwe Boll


Titoli di testa.
Il corridoio è buio. Siamo in una scuola. La telecamera di sorveglianza inquadra dall’alto una sagoma scura che si avvicina. Fotografia sgranatissima da documentario di guerra. La musica è un sottofondo di classica che spazza da Mozart a Vivaldi. La figura ora la possiamo vedere in tutta la sua interezza: è un ragazzo giovanissimo, punta il fucile a pompa contro i nostri occhi. Bam. Musica metal pesantissima. Comincia il massacro.

La pellicola girata nel 2003 e ispirata alle sanguinose vicende del massacro di Colombine è il primo passo per Boll per emergere dalla massa dei registi direct to video, il suo tocco in quest'opera ricorda il precedente “Amoklauf” dove la solitudine sfociava in violenza disperata. Il suo film vale più del famoso “Elephant di Gus Van Sant” o del cinico “Bowling of Columbine” di Michael Moore. Dove Gus Van Sant si perde in un formalismo estetico a base di carrellate o soggettive insistite, di inutili scene gay, “Heart of America” è soprattutto un dramma dai toni quasi elisabettiani che riesce davvero a parlare con sincerità di una tragedia tanto grande. La regia di Boll rispetto a Van Sant è più sensazionalista certo, ma anche più efficace, non si perde in una sorta di carineria auto contemplativa, ma arriva dritto al nodo del dramma con scene efficaci e un alto tasso di introspezione psicologica dei personaggi. Anche il reparto attori è in stato di grazia con delle ottime perfomance di Clint Howard, Michael Parè e un inedito Jurgen Prochow nel ruolo di un padre disperato. Boll è un regista tedesco, quindi estraneo ai fatti, riesce a guardare con sguardo alieno il sistema americano che sottomette e cannibalizza i propri figli. Tra Mac Donald’s e Blockbuster la strage si compie, l’odio adolescenziale esplode graficamente con perizia balistica contro i nostri stessi simili. Cane mangia cane. Siamo nella stessa America che ha creato la Tiger force in Vietnam, che ha nascosto il plutonio nelle vene di Eda Schultz Charton. L’ultima frase prima di uno sparo in “Heart of America” è “Ti odio madre”. Bam. Di questo sangue siamo tutti sporchi.

“Heart of America” è un calcio violento. Molto più cattivo, disincantato e anarchico di qualsiasi altra cosa ci saremmo aspettati. Ed è abbastanza esplicativo di come in Italia un film del genere non sia mai uscito neppure nelle ore più scure. Più facile ridere di morti viventi tranciati da effetti alla “Matrix” che portare nelle nostre case l’orrore più scomodo e reale. Pulp fiction in salsa combat film. L’orrore siamo noi. Sempre.

di Andrea Lanza

Sanctimony (2001) di Uwe Boll


Pochi film sono fregature tanto grosse da voler cercare il regista per flagellarlo: una di questi è sicuramente “Sanctimony”. Credo di essere uno degli estimatori più grandi del regista Uwe Boll, ma il mio primo approccio con lui anni fa non è stato dei migliori, questa sua pellicola paratelevisiva ha acceso il mio malcontento come poche altre. “Sanctimony” è forse l’unico passo completamente sbagliato della carriera del regista: certo di film indigesti ce ne saranno (Alone in the dark), ma nel bene o nel male tutti porteranno il marchio del regista, la sua poetica d’anarchia visiva. Qui invece la regia di Uwe Boll è anonima, addormentata, piatta, imbelle nel rappresentare una storia che non si vergogna di clonare “American psycho” senza ritegno. Abbiamo il pessimo Casper Van Dien, reduce dal grandissimo successo di Verhoeven “Straship trooper” e chissà perché coinvolto a recitare qui, nei panni di un broker di successo con qualche vizietto nascosto. Infatti il nostro Casper di notte si aggira come un’anima persa nei night club più hot in certa di nuove emozioni e, capitato per sbaglio in uno strano rituale di maschere con tanto di omicidio ai fini di snuff, si sente pronto per uccidere a sua volta. Attenzione ho detto che il film scimmiotta il grande libro di Brett Easton Ellis sullo psicopatico Patrick Bateman, ma se cercate in questo lavoro di Boll le stesse atmosfere, lo stesso vuoto pneumatico che sfocia da nichilismo in violenza efferrata del capolavoro su carta, beh avete sbagliato tutto. Qui abbiamo solo un cretino senza alcun fascino che commette omicidi solo perché Dio sa, che se la prende tra tutti con un super sbirro incazzato quando gli tocca la famiglia. Bel pirla aggiungerei pure. “Sanctimony” è un filmaccio davvero meritevole di essere nei cestoni di qualche supermercato a pochi euro, indegno dell’estro che da lì a poco Boll sfoggerà con violenza quasi devastante nelle sue opere future. Nel cast si salva solo un convincente Michael Parè e un paio di sequenze (la scena delle maschere su tutte) girate con una certa professionalità. Ma è poca cosa in un film da dimenticare presto senza rimpianti.


di Andrea Lanza

Blackwoods (2002) di Uwe Boll



Una gita con la sua fidanzata tra i boschi porta un giovane, Matt, a fare i conti con un passato che forse non è come crede che sia.

Prima dei famosi film che nel bene o nel male daranno fama a Boll c’è stato un periodo che il regista tedesco muoveva i primi passi nelle piccole produzioni con film interessanti come “Heart of America” e obbrobri come “Sanctimony”. “Blackwoods” è un film particolarissimo, uno dei migliori risultati di Uwe Boll nel campo del thriller horror. Merito anche dello sceneggiatore che più di altri saprà assecondare l’estro visionario del regista con delle ottime sceneggiature, Robert Dean Klein. Forse il miglior epigono de “Il sesto senso”, “Blackwoods” vive una sua particolarissima dimensione di thriller soprannaturale a scatole cinesi, completamente imprevedibile, con una storia che trova la sua comprensione solo nel finale. “Blackwoods” non cerca mai facili strade, ma riesce a spaventare e a rendere efficace una tensione che nasce soprattutto dai dedali della mente umana. Si parla certo di fantasmi e di vendette, ma tutto in una sorta di estetica della visione fallace dove il regista e il suo occhio (divino?) diventano unici portatori di una verità assoluta anche nella menzogna. Mai la regia di Boll è stata così elegante, senza mai svaccare in un virtuosismo che nei futuri film diventerà a volte ostentazione di un grandissimo stile fine a se' stesso. Grandissimi momenti di commozione, quasi da ghost story romantica, nell’ultima sequenza dove passato e presente, colpa e pentimento, si incontrano nella tragica deflagrazione di un incidente stradale, dove per qualche istante nell’iride di chi muore resta impressa la speranza di un amore. Ecco “Blackwoods” è anche una non storia d’amore dove tutto potrebbe essere tutto e per colpa del destino non è. Il cast è composto da vecchie glorie del cinema come fu come Clint Howard, fratello del più noto Ron e già nel cast di “House of the dead” e soprattutto Michael Parè, che nei primi anni 80 era promessa di gloria hollywoodiana e ora, come un pugile suonato, si aggira in produzioni di serie B. Ma ringraziando Dio di questo perché solo nelle mani di Boll Parè da’ il meglio di se’.


di Andrea Lanza


NB In una sequenza il protagonista Patrick Muldoon sta giocando al videogame GTA 2. La passione di Boll per i videogiochi era già accesa in quegli anni.

Bloodrayne 2: deliverance (2007) di Uwe Boll


Selvaggio west alla mescalina. Pazzo, folle, completamente fuori dai binari ordinari. Uwe Boll non si è di certo arrabbiato sulla definizione che molti fan gli hanno affibbiato di “Ed Wood del cinema moderno”. E imbastisce proprio una storia che sulla carta ricorda certi Z movie che avrebbero fatto gola al regista di “Plan 9 from outer space”. “Bloodrayne 2” è un sequel non sequel della precedente pellicola, mette in scena la stessa dhampyra all’interno di un contesto diverso, non più medioevo ma western, ma lo fa non rispettando una continuità. Lei, la straniera senza nome, metà umana e metà vampira, ha persino il volto di un’altra attrice, predilige le pistole piuttosto che le lame classiche e non ha più nulla che l’accumuli al personaggio del videogame omonimo. Boll gira un film inneggiante al vecchio spaghetti western assolutamente originale che si pone come re del genere ibrido cowboy e mostri. La trama vede un sanguinario Billy the kid vampiro tiranneggiare la città di Deliverance arrivando ad uccidere persino bambini per creare il suo regno del terrore. Arriveranno a salvare il mondo un manipolo di reietti dall’inferno, con il destino già segnato dalla morte, capitanati dalla bella Rayne. Non può mancare tra questi il leggendario Pat Garret, interpretato da un redivivo Michael Parè, affezionato delle produzioni del regista. “Bloodrayne 2” è un film sanguigno, crudo, che riesce a citare modelli aurei come Peckinpah senza svilirli. Basti pensare al lungo finale dove buoni o cattivi senza distinzione vengono crivellati da colpi e vanno inesorabili verso la morte. Delude un po’ la scelta dell’attrice protagonista Natassia Malthe, priva della carica di sensualità della bellissima Kristanna Locken, ma è poca cosa in un film che riporta alla luce vecchie follie cinematografiche fatte di incontri inverosimili fra personaggi storici e di finzione, come l’ormai cult “Billy The kid vs Dracula”. Tra gli attori spicca invece l’estroso Zack Ward che presterà il volto del folle personaggio principale dell’ancor più folle “Postal”. Un western sicuramente bizzarro, ma tutt’altro che disprezzabile, che paga a volte forse una messa in scena troppo televisiva, retaggio dell’idea di farne un pilot di un’ipotetica serie tv.
di Andrea Lanza

Bloodrayne (2005) di Uwe Boll


Dopo il flop di “Alone in the dark” Uwe Boll torna sempre a girare trasposizioni di videogame, ma in maniera più classica, con sceneggiature più articolate rispetto ai due film precedenti. “Bloodrayne” è il suo lavoro successivo, un’opera non esente da difetti, ma molto affascinante nel fare, come sempre nel cinema del regista, terrorismo con la maniera trattata. La storia del videogame, ambientata in epoca nazista, viene rispettata in parte, ma le libertà sono evidentissime a partire dalla cornice medioevale fino al cotè inedito di dramma familiare tra figlia e padre vampiro. Il risultato finale ricorda un ibrido tra i pupazzoni di “Buffy l’ammazzavampiri” e il romantico videogame/gioco di ruolo “Vampire the masque rade redemption”. Caso quasi unico nella filmografia del regista, il film è violentissimo con effetti speciali sanguinosissimi curati dal collega Olaf Ittenbach. E’ la sagra degli arti tagliati, delle teste decapitate, soprattutto nella director’s cut che amplifica queste scene shock in un nuovo finale che ripropone in pezzi più spinti delle scene horror. Boll azzecca il cast con un gruppo di attori che avrebbero fatto invidia a Tarantino: Michael Madsen, Michelle Rodriguez, il premio Oscar Ben Kingsley. A primeggiare su tutti la stupenda Dhampyra (metà umana e metà vampira) Kristanna Locken che ci regala sia una scena di sesso anomala contro le sbarre di una cella sia vari umori lesbo quando fronteggia belle fanciulle. Uwe Boll dimostra di avere una regia perfetta per il fantasy e costruisce una scena almeno da applauso: la fuga di Bloodrayne dal circo dove flashback e flashfoward si intrecciano. Se per assurdo è proprio il celeberrimo Kingsley ad essere il meno convincente del cast, con faccette da avanspettacolo, per il resto tutto fila liscia o quasi. I già accennati effetti speciali, truculenti come non mai, sono infatti abbastanza brutti e non molto convincenti, soprattutto a reparto make up. Ma “Bloodrayne” , pur se non possedendo la forza anarchica di un “Alone in the dark”, è molto piacevole e regala uno spettacolo d’altri tempi che avrebbe meritato più successo di quello che realmente ha avuto. Ma si sa i geni sono incompresi.
di Andrea Lanza

Alone in the dark (2004) di Uwe Boll


Peggio o forse meglio di “House of the dead” secondo gusti epidermici che con la critica cinematografica non hanno niente a fare. Alone in the dark è una giostra vorticosa spinta all’eccesso con suoni, sparatorie tanto astratte da essere o dementi o sublimi, con una macchina da presa che tenta l’impossibile in una sorta di virtuosismo tsuiharkiano. Se il nostro occhio viene appagato da una parte da un’estetica visiva tra le migliori del cinema moderno horror, dall’altra abbiamo una storia che si fa fatica a seguire, dialoghi che sono fastidiosamente stupidi, un intreccio appassionante quanto una nonnina in vestito sadomaso. Le due anime di un film disprezzato dai più, reo di avere pugnalato al cuore quanti si aspettavano una vera trasposizione del classico gioco per pc e console e invece si sono trovati una specie di Indiana Jones che incontra Stargate che incontra Relic. Ma la grandezza del film di Boll è di essere una grande opera non sense, azzerando storia e dialoghi, si assiste al più grande esperimento di horror visionario tratto da un videogame. Ormai non servono più, come in “House of the dead”, i fotogrammi presi dal videogioco omonimo, è il videogioco che contamina l’essenza cinematografica diventando una grande partita di cui noi siamo solo spettatori. Alone in the dark preso in quest’ottica da hellzappopping horror diventa un esperimento difficilmente riproducibile di videogame meta cinematografico, un esperimento di futurismo su pellicola che non ha precedenti né avrà successori. Se la regia di Boll è potentissima, qui a livelli da titano d’invenzioni, non si può dire lo stesso di un cast stralunato che rende ancora più bizzarra l’operazione. Tara Reid è buona forse solo per qualche porno con capre che la sodomizzano, Slater che reciti Amleto o Paperino ha la faccia sempre uguale, Dorff è più incapace del suo sempre basso standard. In mezzo a questo delirio la scena dove i due protagonisti scopano al ritmo di “Seven seconds” di Neneh Cherry: esilarante nella sua ironia da eiaculazione precoce. Inqualificabilmente perfetto.
NB La scena dove il nano viene sodomizzato da una legione di scimmie ninfomani in "Postal" sembra omaggiare in chiave comica la morte in questo film di Stephen Dorff.
di Andrea Lanza