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Nel 1986,per i 5 anni successivi la provincia di Gyeonggi,nel cuore del Sud Corea visse nel terrore di un feroce serial killer cheincaprettava,violentava e infine strangolava le proprie vittime,durante le notti di pioggia,abbandonandole subito dopo l'atto criminoso.A tutt'oggi l'assassino è rimasto inpunito. A tre anni dall'ispiratissimo e divertente Barking Dogs Never Bite,Bong Joon-Ho si interroga delle cause di questa falla giudiziaria e,partendo da una piece teatrale che riprendeve gli eventi del tempo,si immerge in intenso thriller che cerca di ripercorrere le orme degli investigatori e di riflettere sulla condizione culturale e politica del proprio paese in quel periodo. La provincia coreana che ci viene mostrata è infatti fortemente conservatrice e ignorante,dilaniata dalla repressione di uno stato di polizia e dal compiacimento della stessa per i metodi spiccioli e violenza.In questa realtà rurale e per certi versi pura,operano il detective Park e il detective Cho,ottusi sbirri di provincia dai metodi spicci e dall'etica professionale praticamente nulla.Totalmente invisi a un tipo di indagine di questa portata,cercano di imporre come colpevole un povero ritardato(il bravissimo attore teatrale Park No-shik)arrivando a falsificare le prove.A loro viene affiancato l'ombroso e chandleriano detective Seo(Kim Sang-kyung),della polizia di Seul,che segue le indagini amorali dei colleghi con muta rassegnazione.Sicuramente un film di attori,Memories of Murder è un'altra prova eccelsa di Song Khang-ho,attore feticcio di Park Chan-wook e stupendo interprete di the Foul King al quale si affianca un bravo caratterista come Kim Roe-ah già in Barking Dogs ma anche in Whispering Corridors,H,Save the Green Planet e successivamente in A Bittersweet Life.Senza cercare di ripercorrere i passi dei modelli americani del thriller,Bong percorre la via della distensione e dell'ironia amara per tratteggiare i cambiamenti epocali di una nazione all'ombra di un evento macroscopico che investe una terra grezza.Un pò come per i migliori Fratelli Coen(quindi non gli ultimi),i detective sono immersi in una realtà msiconosciuti in balia degli eventi che non comprendono a causa di una ottusità non innata ma che poggia su sovrastrutture radicate profondamente nella società,in questo caso,coreana.E quindi vediamo i detective ironizzare ottusamente sugli omicidi su cui indagano mentre lo stato tiene la faccenda nel minimo interesse,prediligendo occuparsi di reprimere le lotte interne che ancora oggi fanno del suolo coreano un campo di controsensi evidenti.Volendo ricondurre a eventi nostrani,un pò come il delitto di Conge,quello del serial killer coreano è un caso viziato da indagini incompetenti e superficiali,immaturamente portato avanti da parvenu consenzienti.Un ritratto amaro di una piccola comunità che diviene universale grazie alla perizia con cui viene raccontato,andando a scomodare sfumature umane troppo spesso trascurate in un genere come il thriller.Questa centripeta modularità rende il lavoro di Bong estremamente esportabile e paradossalmente anche così intimo e personale.
di Gianluigi Perrone
Divertentissimo esordio del talento coreano Bong Joon-ho che riconfermerà in maniera completamente diversa in Memories Of Murder.Barking Dogs Never Bite,letteralmente "Can che Abbaia non Morde",è una finissima commedia indipendente sugli usi e costumi peggiori della società coreana che ben si prestano ad un'analisi più generale a conferma del proverbiale tutto il mondo è paese.Con una fine ironia nera Bong ci racconta le nevrosi metropolitane di personaggi comuni esasperati dallo stress.E quindi incrociamo le esistenze un assitente universitario frustrato e fallito che tenta di liberarsi dei fastidiosissimi cagnolini d'appartamento delle vicine,un assurdo omino delle pulizie che invece li fa sparire per cucinarli alla piastra mentre un barbone lo imita tentando di farne spiedini(ricordiamo che la cinofagia era ed è tutt'ora in alcune zone della Korea usanza comune).Il tutto crea la psicosi del "serial killer di cuccioli" che mette in moto una tipografa in cerca di notorietà a tutti i costi e un pò meno la sua pigrissima amica sovrappeso.Su tutto ciò sovrasta un grande condominio che nasconde le fisime,i soprusi,le gioie e i dolori della borghesia mediobassa metropolitana,su cui Bong ironizza con una compiaciuta scorrettezza politica.Ad accomunare Barking Dogs al successivo Memories è la priga alienazione dei personaggi che si lasciano trascinare dagli eventi più bizzarri senza reazioni apparenti se non minime o fuori luogo.Il cinismo sociale che guarda più al frivolo,al bene di consumo,all'oggetto di valore che si frantuma mentre viene perpetrato un atto amorale.Il tutto raccontato con buon equilibrio delle parti,dispensando divertenti leggende metropolitane come quella dell'assistente specializzato in Germania che finisce sotto la metro dopo una forzata serata alcolica in cerca di raccomandazione o del fantsma di Boiler Kim che vivrebbe negli scantinati e al quale Bong dedica uno dei momenti più goliardici del film.Una raffinata commedia delle parti che mantiene perfettamente gli equilibri e diverte ma ricerca anche un perchè senza tentare esagerati sofismi.di Gianluigi Perrone
A soli due anni dalla sua morte,Hollywood prepara un biopic dedicato alla vita di uno dei più significativi e controversi artisti del panorama musicale americano che visse un'ascesa di popolarità sempre crescente negli anni e rimase imperitura fino al decesso(and over...and over...).Walk the Line ripercorre il periodo più complesso della vita di Cash,dall'infanzia repressiva straziata dalla morte dell'amato fratello Jack all'esperienza in aereonautica durante la guerra,dai primi,difficili passi nel mondo della musica ai successi sui palchi di tutti gli States e conseguente a questa ascesa una progressiva caduta nella tossicodipendenza.Soprattutto Walk the Line parla della storia d'amore sofferta tra Johnny e colei che diventerà il faro della sua vita,sia professionalmente che umanamente,la cantante country June Carter.Il loro fu un continuo inseguirsi e un rifiutarsi,una passione ostacolata sia lecitamente dal fatto che Cash era già sposato con figli,sia illecitamente dalla dipendenza dalle droghe e dall'alcohol del "man in black".Il tutto racchiuso nell'evento clou della carriera di Cash,il concerto al Foltsom Prison.Il sottoscritto non nasconde di aver riposto molte aspettative nel progetto sin dai suoi primi passi proprio poichè fan accanito del mitico J.R. e la scelta degli interpreti Joaquim Phoenix e Reese Witherspoon fatta dagli stessi Johnny & June prima di morire sembrava azzaccata nonostante evidenti differenze somatiche.E non c'è dubbio che lo sforzo attoriale dei due(e dell'intero cast nel quale ci piace far risaltare la prova di Robert Patrick nei panni del burbero padre)sia stato notevolissimo con la Witherspoon in prima linea e Phoenix che ha raggiunto momenti di crisi estremi tale e tantal'immedesimazione.Eppure Walk the Line non raggiunge lo scopo e lascia l'amaro in bocca.Pulito,sontuoso e perfettino sembra il compitino a casa buono per il sabato pomeriggio in tv.James Mangold,alla sua occasione più importante dopo una serie di discreti lavori(Identity,Kate & Leopold,Ragazze Interrotte,Copland),scrive e dirige il film in maniera errata,statica e impersonale.Privo di virtuosismi tecnici,Walk the Line è un continuo primo piano sui due protagonisti e sulla stessa identica vicenda che snatura totalmente la vita di Cash.Uno spettatore non preparato sarebbe portato a credere che una personalità complessa come quella del "man in black" era in realtà la patetica esistenza di un povero imbranato senza spina dorsale totalmente assoggettato alla futura moglie.Dove sono le notti brave in tour con Jerry Lee Lewis e Elvis Presley(qui macchiettisticamente disegnati)?Dov'è la dipendenza dalla cocaina cantata in decine di canzoni(Cash usa delle fantomatiche pillole nere)?Soprattutto dov'è il lato nero di Johnny Cash che era sì riservato,chiuso e oppresso dalle umiliazioni paterne ma non certo un imbranato nerd di periferia?Phoenix indugia troppo sui sorrisi di circostanza che non ci immaginiamo proprio sul volto roccioso e sofferente del compianto cantante e fa pesare anche la totale mancanza di physique du role(Cash era altissimo,Phoenix un nanetto).Walk the Line non riesce a catturare il vero Johnny Cash e ciò che trapela dalle sue canzoni,riducendole solo a uno sfogo pseudoadolescenziale,non scava nelle vere radici del sound definito successivamente "americana".Troppo pulito,forse proprio perchè dipingendo una delle massime icone americane,pretendeva un plot che non rischiasse troppo,che non osasse nulla e che fosse fruibile alle famiglie con i suoi dialoghi terra terra,a livelli di Autumn in New York.Johnny Cash non era questo.Johnny Cash era sangue e polvere.E pensare che questa parte l'aveva inseguita a lungo Michael MadsenForse un giorno salteremo nel cerchio di fuoco di nuovo.
di Gianluigi Perrone
Curioso il caso di Ji-woon Kim.Dopo un Two Sisters,evidente(ma elegante)surrogato del trend dell'horror asiatico,sposta il suo interesse verso il noir contro ogni previsione,dirigento questo A Bittersweet Life che,in maniera sontuosa come l'opera precedente,ricalca i passi del successo di un connazionale,Oldboy di Park Chan-wook.La Vita Agrodolce del titolo è quella di Sunwoo(Lee Byeong- Heon) mite e taciturno,quanto letale bodyguard di un potente boss della mala a cui il capo affida il controllo dei movimenti della giovane moglie Heesoo,in odore di tradimento. Il compito di Sunwoo è quello di smascherare e riferire le presunte scappatelle della ragazza,il che equivale a una condanna a morte. Sunwoo però matura un sentimento profondo per la giovane e nel momento di scegliere decide di tradire il proprio capo. Questo gli costerà caro,innescando una macchina vendicativa inarrestabile alla quale Sunwoo scamperà non senza profonde cicatrici. A questo punto toccherà a lui consumare la sua vendetta.La sceneggiatura di Ji-woon Kim,di per sè non particolarmente originale,segue più che altro le mosse di Scorsese e Tarantino,citando quest'ultimo ripetutamente quasi a far man bassa di espedienti narrativi.E quindi il plot parte dal pericoloso boss che affida al suo "uomo migliore" la propria donna,il suddetto va in giro vestito da "iena" e le sue vicende si incrociano un pò troppo spesso con quelle della sposa di Kill Bill.Eppure è Oldboy la matrice principale di A Bittersweet Life.Non solo propriamente nella sceneggiatura ma in tutte le caratteristiche principali.La colonna sonora ricalca esageratamente quelle tipiche di Yeong-wook Jo,che ha musicato la trilogia della vendetta di Park e perfino la fotografia e la scenografia ricalcano quelle di Oldboy,tanto che troviamo il protagonista su un terrazzo,in un lurido corridoio e,nel finale,in bar(il La Dolce VIta,su un'attico di lusso.E' forte il sospetto che A Bittersweet life sia un lavoro "su commissione" e evidente è il fatto cheJi-woon Kim non ha l'originalità e l'autorialità di Park. Di tutto ciò ci rimane comunque un lavoro avvincente,girato con invidiabili esperienza ed eleganza.A Bittersweet Life riesce a splendere di luce propria esattamente nel momento in cui si distacca dai suoi scomodi modelli e manifesta le sue armi migliori nelle scene di azione pura.Tranne che per la protagonista femminile,Min-A Shin, che forse meritava un pò più di spazio,assolutamente non sacrificati i tanti caratteristi perfettamente in parte che rilevano un mosaico noir di polso mutuabile sicuramente a una visione Chandleriana del genere. Evidenti i riferimenti a Frank Costello-Faccia d'Angelo di Melville sin dall'inizio e dalla caratterizzazione del personaggio di Lee Byeong- Heon che fu di Alain Delon.Rimane il rammarico per la poca personalità che l'opera riesce a donare,penalizzando l'effettivo talento di Kim che,ricordiamo,vide il suo primo exploit in The Quiet Family,rifatto anni dopo da uno dei talenti più innovativi della vicina isola nipponica,quel Happiness of the Katakuris di Miike Takashi.
di Gianluigi Perrone
Melquiades Estrada è un povero vaccaro che abbandona Jimenez,il paesino messicano da dove proviene,per arrischiarsi come clandestino oltre il confine col Texas dove,nel tempo,stringerà con il cowboy Pete Perkins un'amicizia sincera basata su valori che il mondo moderno non potrà più comprendere.Quando Melquiades verrà accidentalmente ucciso dalla guardia di frontiera Mike Norton,per Pete arriverà il momento di far valere una vecchia promessa.Questa a grandi linee è il soggetto di Guillermo Arriaga,già fortunato sceneggiatore dei successi di Innaritu,Amores Perros e 21 Grams(e del prossimo Babel)che anche questa volta palesa il suo stile personale nella frammentazione cronologica e la suddivisione in capitoli levigandolo sapientemente sui tronchi su cui si strutturavano i ruvidi western di Sam Peckinpah eMonte Hellman.Lo stesso titolo originale(the Three Burials of Melquiades Estrada)ricorda da vicino un bel film di Peckinpah,Bring me the Head of Alfredo Garcia,riprendendone l'ambientazione messicana,la struttura del viaggio e il macabro feticcio umano che scatena le azioni.La regia poteva facilmente essere prevedibile se non fosse che dietro la macchina da presa ci fosse un nome come Tommy Lee Jones,quasi esordiente in quasto ruolo se si esclude un'altro western per la tv dal titolo di The Good Old Boys.Molto probabilmente senza neanche rendersene conto,Jones prende la strada più difficile,meditativa,sincera e per cui più giusta del vecchio western old style dall'ampio respiro di più di due ore,dove l'epopeadi Pete,interpretato dallo stesso Jones,e del suo prigioniero Mike Norton,un minimalista Barry Pepper,li porta in viaggio oltre il confine messicano incontro a un mondo che non esiste più.Infatti Le Tre Sepulture si dimostra una pellicola dal forte sapore nostalgico non sono nello stile scarno ed essenziale ma anche nei contenuti.Gli eventi si susseguono stanchi e ostinati in una realtà che non riconosce più alcuni valori essenziali che fanno di Melquiades e Pete dei sopravvissuti di un'altra era.Prigionieri di un tempo dove non c'è più posto per l'amicizia,la sincerità,il rispetto.Dove un vecchio cowboy non ha più un posto da raggiungere perchè la degenerazione ha raggiunto ormai il cuore di ogni uomo,anche il più sperduto.Significativa la presenza del televisore,visto come icone e fucina dell'idiozia umana che riesce a raggiungere anche un gruppo di peones nel mezzo del deserto.Lo stesso personaggio di Barry Pepper non è un "cattivo" tout court quanto piuttosto un imbecille qualsiasi senza nè arte nè parte.Un uomo senza presente.In questa realtà malata he lo rigetta come una infezione indesiderata,Pete si ostina fino al fanatismo a inseguire il desiderio più grande del suo compagno,a riportare l'umile uomo nella sua "isola che non c'è" dove,per quanto piccolo esso sia,ogni uomo ha diritto di guadagnare il riposo eterno.Tommy Lee Jones a 60 anni dà prova di grande lucidità e personalità soprattutto nonostante una prova non completamente matura come regista,valorizzando i propri attori compresi Pepper,la brava January Jones e soprattutto Melissa Leo,la cui interpretazione rappresenta tutto il concept del film,cioè che c'è una bellezza appassita nella natura che è consapevole di esserlo e ne soffre in silenzio.
di Gianluigi Perrone
E per tre volte fu vendetta.Forte dell'exploit di Oldboy che ha fruttato riconoscimenti a livello mondiale,Park Chan-wook conclude la Trilogia della Vendetta iniziata nel 2002 col seminale Sympathy for Mr Vengeance con questo Chinjeolhan Geumjassi(La Dolce Geum Ja) titolo originale di Lady Vendetta.E per terminare lo stillicidio prende a raduno tutto il teatrino dei suoi attori feticcio(compresi Kang-ho Song e Choi Min Sik,protagonisti degli altri due film)e fa condurre le danze a Yeong-ae Lee che già aveva lavorato con lui in Joint Security Area,destrutturando la sua immagine molto glamour in patria e facendone una determinata vendicatrice in odore di santità.Park rispetta esattamente tutti i dogmi già ampiamente espressi nei precedenti film e li esplora con grandissimo talento registico.Mentre Oldboy era un orologio perfetto dove qualsiasi componente della pellicola era bilanciata quasi perfettamente,Lady Vendetta si mostra come un'opera più difficile forse più intimista e autoriale seppur vengano concesse diverse "moine" verso il mercato occidentale(non per nulla il film è parlato per buona parte in inglese).Ma sarebbe sicuramente riduttivo negare l'enorme personalità con cui Park permea le sue opere,lì dove il fine ultimo è la ricerca della purezza e della consapevolezza dell'inutilità di una rivincita morale non senza avere come tramite il dolore(sempre portato fino alla fanatismo)e alla violenza.Quest'ultima meno diretta che nel film precedente ma più incisiva e realistica tanto da essere spesso mitigata da un umorismo nero non inedito per il regista Koreano.Nella struttura cronologica frammentaria di Lady Vendetta si sviluppa la storia di Geum ja che espia un peccato mai commesso in 13 anni di prigionia dove pratica una vita da "samaritana" che però è un folle tramite verso una vendetta atroce.Ancora una volta un odio illimitato e insensato che però chiede irragionevolmente di essere espresso.Questo il vero trait d'union dei film di Park(basti vedere J:S:A e i cortometraggi,opere fuori dalla trilogia).Soprattutto qui la fede cattolica viene espressa,svelandola però come una ricerca disperata del puro(e Park in questo cita più volta se stesso)che una mera sequenza di dogmi,come vediamo nella figura negativa del prete traditore.Inutile dire che regia,fotografia,colonna sonora,montaggio sono di altissima qualità come è uso nella scuola di Park che,presumiamo,verrà presto esportata in occidente e speriamo con cognizione di causa.Forse rimane il rammarico che qui non venga espresso al massimo il talento di un grandissimo attore come Choi Min Sik che dopo le stupende performance di Ebbro di Donne,Oldboy,Crying Fist etc,qui lascia elegantemente spazio alla brava Yeong-ae Lee che se la cava più che egregiamente.Lady Vendetta pecca in alcune lungaggini che si fanno sentire quando si cerca di incastrare la incredibile mole di materiale in piazza ma è sicuramente un'opera ispiratissima e preziosa come speriamo ce ne regali ancora il nuovo idolo del cinema Asiatico,Park Chan Wook.di Gianluigi Perrone
Vite intrecciate.Sembra ormai un dictat per un certo tipo di cinema americano la composizione corale di avvenimenti di matrice random.E così è Crash,opera prima dell'oscar per Million Dollar Bay Paul Haggis,che tesse insieme i destini di una coppia di sbandati,un leader politico,una coppia in crisi,un pugno di poliziotti difronte al compromesso morale,tutti sotto il dilemma dell'identità razziale.Nella sua struttura ciclica spiroidale Crash si propone di analizzare i mille "perchè" che la società americana affronta dinanzi alla questione razziale,i differenti volti del pregiudizio unanime da parte di bianchi,neri,asiatici,arabi,umani.Ogni segmento del film ci racconta una vicenda,drammatica per lo più,in crescendo esponenziale,pregnandola di antisemitismo a diversi stadi,quello ipocrita,quello quotidiano,quello nascosto,quello volgare,quello mostruoso.Il sentore che il regista abbia cercato,forse troppo ingenuamente,di voler fare della facile morale è forte tanto che il tema portante diventa di volta in volta troppo scandito e ripetitivo ma si lascia vedere, con furbizia e inedito mestiere per un autore che dimostra che,oltre a saper scrivere,sa anche fare bene il regista tirando quel filo un pò meno di questo,come meglio gli viene.Ed è questa imperfezione che conferisce l'importanza a Crash di codificare una maniera di fare cinema,rendendola più evidente,forse più macchinosa.Non si può negare ormai che Altman abbia fatto scuola e gli anni a venire lo dimostreranno sempre più spesso.E' però quell'opera universale di Paul Thomas Anderson,Magnolia,a rivelarsi come la matrice che muove le redini del regista,la qual cosa è ammessa,evidenziata e celebrata nel finale metereologico/musicale del film.Voler accostare questo film a Magnolia,però,sminuisce goffamente sia il capolavoro di Anderson che verrebbe immeritatamente privato della sua dialettica al limite della dottrinalità sia Crash che vuole,anche non riuscendoci in pieno,affermare una sua personalità che mira ad intenti tutt'altro che simili a quelli già discussi per il lavoro di Anderson.Haggis ne prende i canoni,una soundtrack eterea e meditativa,un gruppo di buoni attori a cui vengono cuciti addosso protagonisti amalgamati verso un destino ineluttabile (a legarsi indissolubilmente con Million Dollar Baby) ed il bene e il male sopra ogni cosa,tritati(ma ancora non ritriti)un pò macchinosamente ma munendoli di una dignità a sè,il che non è affatto poco.Il fatto che questo possa non essere apprezzato non è solo importante ma necessario.di Gianluigi Perrone
Tsai Ming-Lian riprende i personaggi di Che Ora è Laggiù per trasportarli ancora di più alla deriva dell'incomunicabilità e della mortificazione morale.Ancora di più che nelle opere precedenti,il regista Taiwanese ci accompagna nella quotidianità squallida della città affollatissima dove i suoi tristi protagonisti cercano un'angosciosa espiazione dell'esistenza intrappolati nelle minuscole gabbie dei propri appartamenti,celle di metallo e cemento nell'immenso alveare metropolitano.Quello che vuole essere esplicitamente La Nuvola Ribelle(dal titolo originale)è di essere un'opera sulla totale perdita dei valori e della purezza dei rapporti umani che i protagonisti cercano con una passione famelica,inutilmente.L'elemento dell'acqua,un must dell'autore,anche qui la fa da padrone ma occluso in contenitori plastici e sprecato disperatamente fino alle ultime goccie,viziato dall'immondizia dell'uomo moderno.Potremmo definire la pellicola un porno/musical a tinte variabili che cangiano dalle sfumature opache della piattezza dell'incapacità di provare amore e sincero desiderio primordiale ai colori sfavillanti del sentimento più puro che fanno anche da contraltare alla struttura narrativa della vicenda.Il finale non lascia speranze all'anima che deturpata e ormai vuota si concede alla necrofila ricerca dell'ultimo piacere,quando ormai mura insuperabili dividono anche il più basso afrore sessuale.La vana catarsi dei sentimenti,tutt'altro che platonici,per Ming-Liang è la chiave della propria personale esistenza cinematografica che,come un cantilena triste,snocciola all'infinito nelle sue opere con una coerenza stilistica e contenutistica commoventi.di Gianluigi Perrone
Se si potesse definire veramente il cinema di Michael Haneke si dovrebbe necessariamente portare il pensiero ad immagini che ricordino la densità angosciante delle paure sociali,della disperazione infantile di essere abbandonati,della miseria della colpa negata.Affidandosi a Daniel Auteil e Juliette Binoche,stavolta Haneke fissa staticamente la macchina da presa davanti alla vita della famiglia alto-borghese di un intellettuale francese,presentatore di una trasmissione televisiva.Un uomo dalla vita irreprensibile e seria al quale nulla potrebbe intaccare la tranquillità.Un uomo di cui non avrebbe senso spiare i movimenti per poi documentarli su cassette appositamente recapitate a casa,senza un perchè il regista si muove con la sua consueta calma,osservando ogni spostamento con la fluidità del plasma questa volta senza dover ricorrere troppo spesso a quella furia passionale che aveva contraddistinto altre sue opere come La Pianista o Funny Games."Cachè" analizza senza esplicitamente condannare la piccola colpa primordiale,quella insita nel profondo,quella infantile che può distruggere senza mortificazione la vita degli uomini senza dover dare spiegazioni.Meritatissimo il premio a Cannes per la regia,che fa veramente un salto di qualità senza essere mai eccessiva,volgare,di maniera.Haneke tesse le sue spire intorno al collo allo spettatore inglobandolo in un'angoscia nera come la pece,trasportandolo in un orrore migliaia di volte più intenso di quello della fantasia,proprio perchè quotidiano e quindi palpabile.Il regista col tempo diventa più gigante e il suo intento di distruggere lo spettatore si fa sempre più vivido.Che sia lui il criminale che girerà,un giorno,la pellicola che uccide?di Gianluigi Perrone
Venticinque anni fa se ne andava Steve McQueen. La sua esistenza fu attraversata da due grandi passioni/ossessioni : la fuga e la velocità. A scappare iniziò fin da adolescente ( provò ad evadere dal riformatorio per ben cinque volte ), la passione per l’alta velocità e per le auto da corsa venne subito dopo. Quando queste costanti si scontrarono frontalmente anche nell’ambito lavorativo, l’incontro/scontro che ne scaturì, diede vita ad alcune delle sue più grandi performance sul grande schermo, come : La grande fuga, La 24 ore di Le Mans e Getaway. Vogliamo ricordarlo proprio attraverso le emozioni che il film di Peckinpah ci ha suscitato, sperando che lassù sia riuscito a trovare un altro scassatissimo furgoncino con cui allontanarsi verso il deserto messicano……Prima che uno straordinario gangster movie, Getaway è la summa ideale ( magari non sempre volontaria ) del talento di tre grandi personaggi : Jim Thompson, Walter Hill e naturalmente Sam Peckinpah. Il primo è l’autore del romanzo dal quale è tratta la vicenda originale,che, come sostiene Rissent, narra le gesta di una sorta di Don Chisciotte moderno riletto da Karl Marx. Di fondamentale importanza però, fu il lavoro di smussatura effettuato dallo sceneggiatore Walter Hill. Quest’ultimo infatti, rovesciò l’attitudine di avido individualismo del personaggio originale, trasformando di fatto la vicenda in una favola surreale, quasi estranea al sottobosco criminale, più vicina ad un catartico viaggio di purificazione che ad un comune crime movie. La discesa in apnea nella rapacità umana suggerita da Thompson, diviene, grazie ad Hill, una storia di redenzione al limite della follia, una romantica corsa ad ostacoli verso la riconquista della grazia, tematiche queste che, non a caso, il futuro regista renderà celebri in alcuni dei suoi lavori più celebri come I guerrieri della notte e Driver. Peckinpah naturalmente ci mise del suo, esasperando l’aura di follia che si impossessa della strana coppia formata da Al Lettieri e Sally Struthers, e sottolineando il senso di tragica rassegnazione che colpisce gli sconfitti dal fato, come nel caso del suicidio del mite veterinario. Il tutto è reso grandioso dal rincorrersi on the road degli avvenimenti e dagli abbaglianti colpi in arrivo, coreografati in una maniera che solo lo zio Sam e pochissimi altri sanno rendere così affascinante. Straordinario anche l’uso del tempo fatto in tutta la prima parte del film, così come rimane impressa nella memoria la sparatoria “hongkongese” che ravviva il sonnacchioso pomeriggio di siesta nel motel. Assistere all’interpretazione di McQueen invece, è un vero e proprio piacere per gli occhi e per l’anima. Nell’interpretare il personaggio di Doc McCoy, il nostro, ripropone il solitario e asociale individuo che aveva conosciuto ne L’ultimo Buscadero, qui liberato dalla prigionia solo per essere usato come esca che però, per una volta, troverà un’inaspettata quanto sacrosanta salvezza. Tra le sequenze più belle, un posto d’onore lo merita sicuramente l’improvvisato nascondiglio nella spazzatura, quando cioè Doc e Carol, stipati e maleodoranti, si mischiano senza remore tra le frattaglie metaforiche della moderna società. In un gigantesco camion dei rifiuti ritroveranno la scintilla dell’amore e della speranza, risorgendo a nuova vita in una mefitica quanto suggestiva discarica a cielo aperto. Ciao Doc, buon viaggio…… di Luca Lombardini
Tim Burton torna a giocare con le bambole e lo fa ancora alla grande.A ormai 12 anni dall'exploit di Nightmare Before Christmas,il regista ormai tra i più quotati di Hollywood,sente nuovamente il bisogno di raccontare una favola non più con burattini in carne ed ossa ma veri.Non contento del successo del remake de La Fabbrica del Cioccolato,invade le sale con un'altro gioiellino in stop motion,l'unica tecnica che lo soddisfa in pieno,a detta del Nostro.Il confronto con Nightmare è d'obbligo e La Sposa Cadavere si (ri)propone in sostanza,fini decisamente diversi.La lieve storia di Victor("o Vincent...è uguale"come viene citato) e delle sue nozze combinate,prima temute con il cuore in gola e poi agoniate con lo stesso pulsante in petto,è quasi un pretesto per sfoggiare una capacità tecnica incredibile e una visione dell'esistenza quanto meno bizzarra:il mondo dei vivi è triste,megliogodersi la vita da morti.Infatti è la simbologia più forte del film quella di mostrare il mondo torvo,cattivo,approfittatore di gente viva che sposa i propri figli contro il loro volere per questioni di rango o di vile denaro,contrapporsi al mondo colorato,espressionista e lisergico dell'oltretomba,dove zombies,scheletri e teste ambulanti si divertono alla faccia di chi ancora spira aria in petto.E tra questi bizzarri mondi viaggia il timido Victor(modellato sul doppiatore originale Johnny Depp)accalappiato suo malgrado dalla bellissima Sposa Cadavere.
La storia è semplice,quasi sciocchina nella sua semplicità anche se non forzatamente buonista(per fortuna)e esprime il suo pathos grazie alle capacità del regista ed a una messa in scena incredibile,perfetta dove l'arte di Herryhausen si sposa perfettamente con una computer grafica che abbellisce il volto della pellicola come il trucco invisibile su quello di una bella donna.Lontano dalla magniloquenza di Nightmare Before Christmas,La Sposa Cadavere rispecchia i nuovi intenti di Burton,spesso non compresi da tutti.MEntre prima ci regalava capolavori di maestria che riempivano per settimane,mesi,anni,eoni le vite degli spettatori,proprio con la vita cadavere pare voler creare dei piccoli lavori di artigianato che tocchino il cuore con una carezza.La Sposa Cadavere,corto,semplice,modesto nella trama,ha il gusto di quei film natalizi che rimangono nell'immaginario per generazioni e cullano le infanzie dei ragazzini per sempre.Se questo è il volere dell'artista,questo è il mezzo migliore.E se non lo fosse,è sempre un incredibile piacere per gli occhi e per lo spirito.
di Gianluigi Perrone
In tempo di vacche magre e di ragazzine capellute che camminano in stop motion,la seconda fatica di Neil Marshall arriva come una ventata di aria fresca.
Già con il precedente Dog Soldiers il regista aveva dimostrato di conoscere bene la macchina della tensione e le regoledel genere "de paura".Con the Descent produce un film gemello al precedente ma spogliato di ogni forma di ironia anestetizzante in luogo di un esaltante bagno di sangue.Lì dove un gruppo di soldati rimaneva assediato da un gruppo di licantropi nel bosco,qui una decisamente bella compagnia di speleologhe si cimenta nell'esplorazione di una caverna vergine.E sarà la caverna il primo nemico con cui si dovranno scontrare le protagonista.Infatti,al di là del canovaccio horror a dirla tutta anche un pò scontato,il primo tempo di the Descent cattura l'attenzione calando lo spettatore in una situazione assolutamente claustrofobica ed opprimente.Il che basterebbe a creare un efficace drammone psicologico.Ma nelle intenzioni di Marshall c'è l'evidente desiderio di regalare un'opera prettamente di genere ma di grande impatto.E così il finale è un lungo e selvaggio bagno di sangue,serrato e implacabile costellato da una lunga serie di citazioni(da Apokalypse Now a The Blair Witch Project).Ma è Predator di McTierman il deja vù più ricorrente,soprattutto per la sottotrama di fondo.Le protagoniste troveranno il mezzo per la salvezza nel ritorno ad uno stato selvaggio e primitivo.Quella perdita della ragione che darà la forza per affrontare "l'altro da sè" di turno ma anche di perdere il senso della propria esistenza.Lungi da voler essere una ridondante dimostrazine di stile,The Descent vince su tutta la linea perchè coglie in pieno il suo intento primario:quello di essere un efficace horror di inttrattenimento con quel pizzico di genio in più.
di Gianluigi Perrone
E iniziamo questa esperienza con l'ultimo lavoro di David Cronenberg,A Hystory of Violence,tratto dall'omonima graphic novel di John Wagner illustrata da Vince Locke(già copertinista per i Cannibal Corpse).
Il film dell'autore canadese si distacca decisamente dal modello iniziale che si prefiggeva di prendere un uomo normale e metterlo in una situazione estrema.
Cronenberg invece ci propone il dramma della doppia vita.Viggo Mortensen interpreta Caino ed Abele.L'Abele è Tom Stall,padre di famiglia e proprietario di un normalissimo bar.Caino è il suo passato che ritorna prepotentemente e inesorabilmente,quando per una azione di eroismo,torna a cercarlo chi ha vecchi conti con Joey.L'alter ego.Il passato segreto di Tom Stall.
Cronenberg mantiene i suoi temi classici,della violazione e della trasformazione e li traspone in una scarna struttura da dramma americano.Non ci sono dubbi sull'accezione sociologica del lavoro di Cronenberg che sceglie una strada ambivalente,più matura e pacata rispetto al passato.
Più vicino ai gusti popolari,A History of Violence può spiazzare lo zoccolo duro dei fan del Cronenberg visionario,abituati a organi in mutazione e evoluzioni sinattiche,ma la poetica dell'autore rimane tale ed evidente.
Se però si può riscontrare una pecca è nella trama,eccessivamente concentrata e priva di eventi che fa un pò rimpiangere un quarto d'ora in più di film.
di Gianluigi Perrone