Sunday, May 20, 2007

DORORO di Shiota Akihiko (2007)

Ci si aspettava di più da questo pomposo blockbuster made in Japan, presentato con delle immagini che lasciavano presagire per lo meno una fotografia suggestiva. La trama anch’essa dava molte speranze: un uomo fa un patto con un demone per ottenere potere, ma in cambio dona il suo primo genito, il quale nascerà senza 48 parti del corpo tra cui gli arti. Abbandonato il pargolo in un fiume verrà ripescato da un vecchio inventore-alchimista il quale ricostruirà artificialmente le parti mancanti del corpo del piccolo. Una volta adulto il ragazzo inizia, come spinto da un dovere innato, ad andare a caccia di tutti i 48 demoni che rappresentano le sue parti organiche mancanti. Ad ogni demone ucciso la parte corrispondente gli spunte letteralmente nel corpo. Con un soggetto del genere, tratto da un manga di Osamu Tezuka, è lecito aspettarsi grandi cose, ma invece il regista rovina tutto. Dororo risente in primis di un montaggio pessimo, in cui i tempi delle sequenze sono incredibilmente mal gestiti, lasciando lungo spazio a episodi inutili e brevi cenni ad importanti evoluzioni della trama. Un film fantasy solitamente mette in campo molti effetti speciali, infatti in Dororo ve ne sono parecchi, ma la cosa fastidiosa è che partono con una qualità altissima per degradare in effetti da due soldi e qui sorge spontanea la domanda! Erano forse finiti i soldi? E’ stato gestito male anche il budget? Questa disorganizzazione darebbe anche credito al discorso precedente riguardo il montaggio, sul fatto che le cose siano state fatte fondamentalmente a caso.Ogni mostro che l’eroe di turno uccide, accompagnato da una sciocca ragazza che si è invaghita di lui, da luogo alla stessa medesima morte e qui abbiamo una buona dose di trash involontario. I mostri appena vengono colpiti a morte fanno “badabooom!”. Esplodono in mille bolle di sangue fatte con un effetto in computer grafica orribile, in stile videogame sparatutto. Il film perde ogni minima speranza quando verso la fine abbiamo l’ultima esplosione, la quale rovina un momento che avrebbe dovuto essere come minimo d’atmosfera. Evidentemente il regista ha preferito far saltare tutto in aria piuttosto che tentare di risollevare le già incrinate sorti della prima parte del film.

di Davide Casale

DOG BITE DOG di Soi Cheung (2006)

Soi Cheang, regista di Hong Kong, ama stupire ritraendo sentimenti in contrasto, violenza psicologica e non ultimo violenza fisica. Caratteristiche che si fondono e vanno di concerto a una resa visiva volutamente grezza che esula dalla bellezza delle forme per colpire dritto allo stomaco di chi vede i suoi film. Dog Bite Dog segue la storia di un giovane poliziotto dalla vita difficile che si trova a braccare un immigrato Cambogiano mandato a Hong Kong per uccidere, personaggio cresciuto negli ambienti della lotta clandestina e abituato a uno stile di vita quasi disumano, un ragazzo che sa solo uccidere oltre che ad avere un ventaglio di emozioni e reazioni dettate unicamente dall’istinto.L’inseguimento costante è contornato da vicende che rendono il tutto estremamente drammatico, i personaggi del film si feriscono, muoiono, le carni si lacerano e il regista celebra il dolore, lo rende palpabile, ci ricorda costantemente che la vita è dolore come è dolore la nascita. La dualità espressa dal titolo stesso è rappresentata direttamente dai protagonisti come lo era nel film precedente HOME SWEET HOME, dove il tema è sempre il dolore, la smarrimento di ogni speranza e i protagonisti si muovono spinti da un comune istinto, quello di raggiungere un obbiettivo che rappresenta la vita a prezzo della sopraffazione. Nulla è calcolato nelle storie di Poi-Soi Cheang, ma tutto è una conseguenza, una reazione continua che passa attraverso una brutalità che lascia a bocca aperta e che riconduce l’uomo alla sua connotazione bestiale. L’Homo Homini Lupus di Hobbes è esplicativo di questo film, i personaggi di DOG BITE DOG cadono nello stato di natura e vi arrivano da due punti diversi, chi ci scende da una vita apparentemente normale e chi, come il Cambogiano del film, ci sale direttamente dall’inferno.
Non bisogna stupirsi se durante i primi dieci minuti del film accade di tutto perché continuerà ad accadere di tutto durante tutta la durata, le gabbie sono aperte e tutte le frustrazioni passate e future dei protagonisti diventeranno gli artigli per una lotta senza fine, un’ autodistruzione e una presa di coscienza che mette in gioco tutto e tutti. Il regista prende letteralmente a pugni la platea e ci riesce in pieno attraverso dolore, sacrificio e sangue, tutto trascinato da una volontà bestiale ma perfettamente riconducibile all’uomo

di Davide Casale

DEATH NOTE di Shusuke Kaneko (2006)

La prima caratteristica che salta all’occhio durante la visione di questo film è il poterlo inserire nel filone Giapponese dei “seishun eiga” (film per un pubblico giovane). Tratto da un famoso manga di Obata Takeshi vede le gesta di un ragazzo come tanti che trova per terra un quaderno che reca in copertina la scritta “death note”, il quaderno al suo interno è in bianco e poco dopo al giovane appare un demone dai tratti spaventosi che spiega lui il potere che quell’oggetto gli conferisce: scrivendo il nome di una persona avendone presente il volto, questa morirà nel giro di dieci secondi di arresto cardiaco. Scrivendo anche le modalità della morte, luogo e azioni che precedono questa, si potrà guidare la vittima predestinata a compiere determinate gesta secondo la propria volontà. Il ragazzo che trova il quaderno è figlio di un poliziotto e entrando in possesso di quest’arma micidiale decide di colmare il lavoro irrisolto della polizia, ossia giustiziare assassini impuniti o ancora ricercati. Il ragazzo è giovane e non ha il senso della misura, in pochi giorni l’opinione pubblica è turbata dalle improvvise morti di molti pregiudicati che muoiono per arresto cardiaco senza nessun motivo. Lo stesso poliziotto padre del ragazzo, viene incaricato di costituire una sorta di task force per contrastare questo assassino anonimo, si trova così ad avere a sua insaputa lo stesso figlio come obbiettivo delle sue indagini. A collaborare con la polizia entrerà in gioco un altro giovane ragazzo, coetaneo del proprietario del death note, e dotato di una fervida intelligenza. Presto si aprirà una sfida tra i due giovanissimi ragazzi, i quali affronteranno il duello come stessero sfidandosi in un gioco di strategia, mettendo in mostra sottili ragionamenti e organizzando continui tranelli uno nei confronti dell’altro. Il giovane protagonista col dono della morte non eviterà di ammazzare anche dei poliziotti per mantenere nascosta la sua identità barcamenandosi da eroe a carnefice a seconda dei punti di vista. Il film può interessare per come viene organizzata la sfida tra i due protagonisti, ma non è altro che un giocattolone per ragazzi che oltre a tener viva l’attenzione durante tutta la durata del film non è di certo un prodotto che esce dall’ambito dell’intrattenimento fine a se stesso.

di Davide Casale

DEATH NOTE - THE LAST NAME di Shusuke Kaneko (2006)

Girato lo stesso anno del precedente DEATH NOTE grazie al grande successo da questo riscosso in patria, questo secondo capitolo della durata di 140 minuti, si concentra sull’aspetto che ha reso interessante il primo capitolo, ossia la sfida tra i due giovani ragazzi, rispettivamente chi possiede il potere del death note e l’arguto ragazzo che cerca di fermarlo. Si parte direttamente dalla fine del primo film e per non rovinare la visione a chi deve ancora vederlo dirò solo che i due personaggi instaurano un legame sempre più stretto. Siamo di fronte a una sorta di partita a scacchi tra i due, ogni mossa ha delle conseguenze e delinea la contromossa dell’avversario, appare chiaro come la componente videoludica del film rimanga tale, se non addirittura prevalga rispetto al primo. La parte dell’eroe e del cattivo di turno si fondono nella stessa persona che continua a possedere lo strano quaderno e rimangono tali, forse è l’unico aspetto innovativo di tutta l’opera, ma alla fine stanca, soprattutto per la durata eccessiva che mette in chiaro come l’opera sia rivolta quasi esclusivamente agli appassionati del fumetto da cui è tratto. Certo, l’arguzia delle mosse dei due protagonisti rimane ad alti livelli, ma in definitiva non vi è nulla di nuovo rispetto ad altri numerosissimi film in cui si assiste alla sfida poliziotto assassino et similia.

di Davide Casale

Wednesday, May 16, 2007

SUBLIME di Tony Krantz (2007)

George Grieves vive il Sogno Americano. Si ricovera in clinica per una colonscopia di routine dove avviene uno scambio di persona. Finisce sotto i ferri al posto di Jorg Grieves per una banale operazione al sistema simpatico, qualcosa però va storto e ha inizio un calvario.
Come in un racconto di Buzzati, ha inizio una caduta nel vuoto, interminabile, senza possibilità di risalita. Passato e presente si mescolano in una narrazione continuamente frammentata per lasciar spazio al vortice dentro al quale, impotente, si trova George.
Assistiamo allo sgretolarsi di una vita perfetta per mezzo di esami clinici, test, operazioni superflue, amputazioni e recisioni varie. Tony Krantz abbandona il serial 24 per dedicarsi a questo discreto horror/drammatico, che tocca temi già trattati ma in modo piuttosto singolare e quasi mai banale.
Il film è prodotto dalla Raw Feed, costola della Warner Home Video, che ci ha già regalato quel Rest Stop di John Shiban (qui in veste di produttore esecutivo) da dimenticare. I limiti dei due film sono in sostanza comuni : regia anonima, stile assente e script non particolarmente originale nè incisivo.
Uscito a marzo direttamente in dvd negli Usa e prossimo anche in Inghilterra, sta riscuotendo un buon successo di vendite.

di Alberto Viavattene

Monday, May 14, 2007

I QUATTRO DELL'APOCALISSE di Lucio Fulci (1970)

Intensa esperienza con il western quella di Fulci,soprattutto in questa pellicola del '74 dove esprime il proprio modo di girare in un elemento differente da quello che lo avrebbe reso celebre. Eppure gli elementi ci sono tutti. La regia intensa e importante,colma di pathos,densa che sarà il suo marchio di fabbrica. I personaggi sembrano giganteschi nei film di Fulci e non ne è eccezione I 4 dell'Apocalissa. Fabio Testi è un baro professionista che arriva in una città dove si unisce ad una prostituta in stato interessante,un ubriacone perso e un sognatore di colore. Sfuggono ad una strage causata da feroci banditi e vagano nel deserto fino ad incontrare uno strano individuo,Chaco,che li accoglie amichevolmente,poi li droga col peyote e violenta la ragazza,uccidendo uno di loro. Il film di Fulci è profondamente proiettato nella
mentalità anni '70 delle comuni e degli ideali di pace. Gli elementi della compagnia sono molto hippie,nella loro banalità:l'uomo e la donna che finiranno per fare sesso,il simpatico ubriacone,il nero(tanto per dare esoticità al gruppo)e il loro vivere insieme come un tutt'uno è significativo,soprattutto quando liberi da inibizioni si spoglieranno dai vestiti. A loro viene contrapposto il personaggio di Tomas Milian,sadico e feroce,uno dei più neri della sua carriera che prendeva ispirazione,a detta dello stesso Milian,da Charles Manson,il lato oscuro
del movimento di libertà degli nni '70. Oltre alla inconfondibile regia,di Fulci si evidenzia la ferocia visiva,il dettaglio sul cruento(come il tizio che viene lentamente scuoiato)e il rosso vivido del sangue. Elementi che faranno da anticamera al suo futuro più noto.

di Gianluigi Perrone

VAMOS A MATAR COMPANEROS! di Sergio Corbucci (1970)

Vamos a Matar Companeros è uno dei tanti capolavori che Sergio Corbucci ha regalato al genere western. Grazie ad una regia a dir poco eccezionale questa pellicola mantiene sempre attuale la sua bellezza. Voler mettere a confronto due personalità come Milian e Franco Nero sullo stello livello deve aver generato fiamme sul set ma è sicuramente servito a stimolare gli attori a dare il meglio di loro.
Vince su tutta la linea Tomas Milian,senza ombra di dubbio,che nei panni dello scanzonato El Basco, ignorante,rozzo,selvaggio,dispettoso ma estremamente furbo e capace di riconoscere l'onore quando lo vede. Tuttavia anche Nero fa la sua parte,anche se spesso sopra le righe,fa un grande effetto nei panni de "lo Svedese". Sullo sfondo del caos della rivoluzione post-zapatista,i due si trovano loro malgrado a dover incrociare le proprie strade,anche se si vedrebbero volentieri morti,per poi unirsi ad un gruppo di studenti rivoluzionari a capo del professor Vitaliano Xantos(Fernando Rey)che professa la pace ad ogni costo.Temi molto in voga in quegli anni,sicuramente. Tuttavia la pace non servirà a molto perchè alla fine sarà l'azione a prevalere,soprattutto contro un cattivo di lusso,Jack Pallance,che ruba la scena a tutti,le poche volte che entra in campo. Pochi come Corbucci sapevano valorizzare i propri attori;tra le innumerevoli scene cult ci sono tutte quelle in cui vi è un confronto tra i due protagonisti,i due faccia a faccia,all'inizio ed alla fine e la scena di Nero impiccato in cui un impagabile Tomas Milian,trovandosi l'attore avversario legato come un salame,improvvisa e comincia a stuzzicarlo prendendolo in giro per gli occhi blu,da sempre vanto esagerato di Franco Nero. Come se non bastasse,colonna sonora requiem/carmina/western di Morricone e la mitica mitragliatrice!

di Gianluigi Perrone

Sunday, May 13, 2007

I'M A CYBORG BUT THAT'S OK di Park Chan Wook(2007)

Dopo il successo della trilogia della vendetta era naturale chiedersi dove sarebbe andato a parare il regista koreano più in voga del 21esimo secolo. A riprova che troppo spesso la sua poetica è stata spesso travisata,più voci hanno trovato fuori luogo la presunta leggerezza di I'm A Cyborg and that's Ok,mettendola in parallelo nella natura di genere dei tre precedenti film. In realtà,chi conosce a fondo il lavoro del regista sa che non gli appartiene nè il compiacimento della violenza,nè tantomeno interessa provocare verso sentimenti feroci. Il cinema di Park è pacifista. Ad oggi,sin da Joint Security Area,aveva dimostrato come il male(la violenza,la vendetta,la guerra)sia umano ma inutile,vacuo. In I'm a Cyborg sottolinea e rimarca il concetto della vanificazione della violenza in luogo dell'amore,molto più efficace del freddo e brusco mezzo razionale. La storia è quella della malattia mentale della giovane Young-goon,ricoverata in un centro di igiene mentale perchè convinta di essere un automa,un cyborg appunto. Park non è nuovo all' interesse verso il mondo della patologia mentale e dei sanatori ,non è dato sapere se è per diretta sperienza familiare,ma sappiamo che già in N.E.P.A.L.(segmento di If You Were Me)raccontava le vera storia delle traversie di una immigrata nepalese per gli istituti di Seul ed lo stesso regista ha più volte detto di amare particolarmente Shocking Corridors di Samuel Fuller. Non si fa neanche troppa fatica,in un carosello di patologie bizzare,ritrovare diverse citazioni,implicite come Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo o esplicite come da La Nona Configurazione. E proprio dal film di Blatty,Park prende i toni scanzonati,assimilabili alla commedia anche se,in fin dei conti,I'a Cyborg commedia non è. In un istituto di igiene mentale che sembra più un asilo delle meraviglie Park cerca di penetrare la patologia dal punto di vista del malato nella sua assurda convinzione. Non è certo raro che un malato di mente non mangi e invece della compassione si cerca di razionalizzare l'irrazionale. Young goon cerca il senso della sua esistenza e l'amore e la molla per trovare i compromessi sottesi per continuare a vivere. E' Il-sun che ruba le capacità agli altri matti,ad aprire letteralmente(nel suo immaginario)il cuore alla ragazza. Con leggerezza Park spiega che la violenza (l'elettroshock) è dannoso ed inutile e la delicatezza con cui Il-sun,inconsapevolmente,riesce a far mangiare Young goon con un compromesso è geniale e folle. In I'm a Cyborg,rispetto al passato dove i cattivi erano intercambiabili,confusi,relativi,non ci sono proprio. Stilisticamente è lui,scenograficamente e visivamente immenso, e la "violenza pudica"(ricordiamo che il cinema di Park è fortemente cattolico,non bigotto ma tradizionalista)dove c'è spazio "dell'idea" di una strage ma non dell'esposizione di essa mette indelebilmente la firma del Nostro. I temi di Park tornano tutti. Il pacifismo quasi ingenuo ed utopico,traslato da toni meno netti,meno incisivi,più terreni e diversamente puri. Fino ad ora i "sani" si confrontavano coi propri istinti negativi,fino ad ora il cinema di Park ha insistito sull'inutilità del male,adesso passa alla indispensabilità del bene con gli occhi sognanti di un eterno illuso:un pazzo,appunto.

di Gianluigi Perrone

Saturday, May 12, 2007

LA RESA DEI CONTI di Sergio Sollima (1967)

Sollima è stato uno dei più grandi a mettere mani sul western qui in Italia e,bontà sua,oggi l’età non gli permette di girare altri capolavori. Gli permettere però,a distanza di 40 anni,di poter ventare un’opera come La Resa dei Conti che ha dettato le basi di un genere. Jonathan Corbett(Lee Van Cliff,è un famoso e stimato gunfighter dai solidi principi ed un profondo senso della giustizia. Quando viene violentata ed uccisa una ragazzina di 12 anni,viene messo alle costole del presunto colpevole,Cuchillo(Tomas Milian),un ladruncolo messicano che entra ed esce continuamente di galera,abilissimo con il coltello e astuto come una faina. Più di una volta Corbett sarà sul punto di acciuffare il lestofante ma questi si dimostra spesso più furbo di lui e rivela un insospettato senso dell’onore che rivela al bounty killer la verità sul tremendo infanticidio. La regia di Collima è inconfondibile,di largo respiro e incisiva,il suo senso del ritmo è attanagliante. La Resa dei Conti è il primo film in cui Collima sfrutta il personaggio di Cuchillo,la classica simpatica canaglia dalla battuta pronta che Tomas Milian impersonerà decine di volte. La caratteristica di non usare armi da fuoco ma un semplice pugnale lo rende incredibilmente letale e più veloce di molti pistoleri,così come avviene nel fantastico duello finale in cui fredda l’avversario con un colpo di lama micidiale.

di Gianluigi Perrone

MANHATTAN WARRIORS di Peter Manoogian (1987)

Manhattan Warriors è un film sulle gang che nasce in linea con classici del genere come I Guerrieri Della Notte, Wanderers I Nuovi Guerrieri et simila. Il solito impiegato bianco, in questo caso un assicuratore, finisce in un quartiere di neri malfamatissimo per far firmare una polizza a una vecchietta e ritirare il premio in contanti. Un bianco in giacca e cravatta in un quartiere malfamato all’imbrunire già lascia presagire il peggio e infatti per sua sfortuna, arrivato in uno dei palazzi del complesso popolare ha un leggero alterco con un ragazzino membro della gang dei Vampires, guarda caso dominatrice incontrastata del palazzo. Il fanciullo, poco più di un bambino, informa della mancanza di rispetto gli altri membri della banda e questi reclamano vendetta. Profittando della notte che sta scendendo stringono d’assedio il povero assicuratore che sarà soccorso da un tecnico anch’egli casualmente all’interno del complesso, in realtà aveva un appuntamento a luci rosse con una ragazza.. La fuga dei due protagonisti è avvincente e piena di colpi di scena, contornata dai soliti cliché del genere e con ingredienti tipici del cinema anni ’80. Non può quindi che esserci un reduce del Vietnam paraplegico che vive barricato in una casa-bunker piena zeppa di armi, alcuni effetti speciali che ammiccano al gore, i fucili a pompa e le lupare onnipresenti negli action movie di quei tempi e la demonizzazione delle zone malfamate nelle città Americane. Degli anni ’80 fanno anche parte alcune caratteristiche al giorno d’oggi facenti parte del cosiddetto trash involontario, come il saluto che si scambiano i membri dei Vampires: le dita indice e medio messi a uncino per simulare i canini dei succhiasangue e il verso “fsssss fssss” ad accompagnare il gesto simulando il risucchio del sangue.L’aspetto positivo di questo film è che intrattiene dal primo all’ultimo minuto e sebbene alcuni “riti” della gang risultino ridicoli, i giovani criminali sono delineati abbastanza bene anche grazie alla figura del loro leader, un povero pazzo che confonde la realtà con la finzione arrivando a credere di essere davvero un vampiro. Il finale che accompagna l’alba dopo una notte di violenze ci libera dalla morsa claustrofobia che incute il complesso residenziale e dal braccaggio che subiscono i protagonisti durante la notte. Da guardare e poi avere paura di andare a trovare sconosciuti.

di Davide Casale

800 BALAS di Alex De la Iglesia (2002)

Apparentemente è un western, anche i bellissimi titoli di apertura rispecchiano alla perfezione il genere, ma per non rimanere delusi è bene sapere che non si tratta affatto di un film che rientra nella categoria. E’ ambientato nel deserto di Almeria in Spagna, tra le location dei più noti spaghetti western e i protagonisti sono vestiti da cow boy, ci sono i cavalli, i revolver ma…. Gli eroi, o meglio antieroi, di questo film sono un manipolo di comparse e stuntman che vivono nel passato, in un passato in cui il lavoro, il loro lavoro, non mancava e le occasioni di partecipare a film di successo erano all’ordine del giorno.Alex De La Iglesia confeziona un film estremamente nostalgico che trasuda passione per il genere. Il cast è al top, e le facce note nella filmografia del regista non mancano, a cominciare dalla bravissima Carmen Maura. 800 Balas è un film triste, crepuscolare e ben recitato, un omaggio al cinema che fu, che segnò grandi traguardi ma che ora, sebbene ogni tanto qualcuno ne recuperi i fasti, sembra andato perduto per sempre. Il gruppo di protagonisti si abbandona all’alcool e alla disperazione, a traffici illegali e a piccole truffe per tirare a campare, resta loro soltanto uno spettacolo da presentare ai pochi turisti che passano per la loro cittadina ricostruita ad imitazione di quelle del lontano west Americano, una sorta di finzione nella finzione se consideriamo che anche gli spaghetti western simulavano il territorio Americano. Un bambino, nipote del personaggio più ancorato al passato, farà loro visita scappando di casa e la storia prenderà una piega inaspettata.Quasi una piece teatrale, una tragedia agro dolce in pieno stile Alex De La Iglesia che come sempre tocca vari generi attraverso il suo personalissimo filtro che rende il tutto molto sopra le righe e a tratti grottesco. E’ meglio vivere nel proprio mondo, sebbene sia fittizio, ed essere felici oppure uscire allo scoperto e giocarsi il tutto per tutto?

di Davide Casale

ALIEN AUTOPSY di Johnny Campbell (2006)

E’ la storia dei due giovani Inglesi che hanno creato un filmato finto dell’autopsia del famoso alieno di Roswell, immagini che hanno tenuto in scacco l’opinione mondiale di esperti e non e che ancora dividono molte persone riguardo la veridicità o no della pellicola. I ragazzi continuano nell’affermare che sebbene il filmato sia falso, lo hanno fatto pari pari al quello originale di cui sono entrati in possesso, ma hanno guarda caso nascosto. La storia risulta già di per sé comica e inverosimile, infatti il film, sebbene inizi come un documentario, già dai primi minuti diventa una frizzante commedia a tinte demenziali, con personaggi al limite della demenza e una colonna sonora che delinea alla perfezione la stupidità della cantonata ideata e messa a segno quasi per caso dai due protagonisti. Arricchirsi vendendo aria è il sogno di molti, alcuni ce la fanno, ma nessuno era riuscito a diventare miliardario con un manichino e un po’ di frattaglie. Sbalzati nell’olimpo delle celebrità senza averne il benché minimo merito (cosa tutt’altro che rara) i ragazzi gestiscono la cosa e lo fanno al meglio, ma solo per una sorta di fortuna. Scelgono le carte giuste per le loro azioni, dato che è la casualità, come ci spiega il film, a governare il tutto. Esilarante il lavoro precedente alla truffa di uno dei due: vende statuine e memorabilia di Elvis Presley a Londra. Proprio durante un viaggio nella terra natale di Elvis The Pelvis i due entreranno in contatto con l’autentico, o presunto tale, filmato dell’autopsia.. Un commedia realtà che diverte e fa sorridere ma che non serve a nulla se non a farsi un paio di risate a denti stretti. Tecnicamente il film è ben realizzato e le caratterizzazioni sono azzeccate. Da guardare a tempo perso.

di Davide Casale

THE CASE

Dalla Cina un film che ha tutte le caratteristiche per essere grottesco e infatti proprio di cinema grottesco allo stato puro si tratta. Al centro della storia vi è una valigia ritrovata casualmente con all’interno dei pezzi di cadavere congelati. Viene raccolta da un signore con problemi di cuore che assieme alla premurosa moglie gestisce una sorta di Bed & Breakfast, quest’ultimo oltre ad essere teatro del bizzarro ritrovamento ospiterà una misteriosa quanto affascinante donna che sembra essere comparsa dal nulla. Ingredienti chiave per un intreccio dai tratti sfumati e interpretato da personaggi di una normalità che risulta comunque sopra le righe. Il fattore valigia unito al fattore cadavere e non ultime alcune situazioni riguardanti la stessa, ricordano non poco il film NERO di Giancarlo Soldi tratto dall’omonimo romanzo di Tiziano Sclavi. La cosa fa pensare, dato che la distribuzione, praticamente nulla, rendono infime le probabilità che il regista, Wang Fen, sia entrato in contatto con libro o lungometraggio. Il film si gioca i personaggi con disinvoltura, inserendo delle brevi sequenze di intervallo che ci mostrano con piglio documentaristico insetti intenti a mangiare, oltre alle varie fasi di costruzione di una ragnatela da parte di un ragno. Simbolismo che esplica l’isolamento dell’uomo di casa trattenuto dalla moglie la quale lo soffoca di attenzioni con la scusa del suo cuore debole. L’uomo troverà uno sfogo mentale nella misteriosa valigia che lo spingerà ad osare anche nei confronti della nuova arrivata. Varie sensazioni contrastanti si provano durante la visione e l’aspetto migliore è l’atmosfera che si respira, un misto di drammaticità in salsa rosa con dei toni agrodolci e dei bruschi passaggi nei toni. Il tutto condito da una svogliatezza narrativa che comunque è sempre voluta e con un fine spiazzante rispetto ai fatti. Un’ opera elegante e sorprendente di quel genere che si ama o si odia.

di Davide Casale

Sunday, April 15, 2007

KAMIKAZE GIRLS di Nakashima Tetsuya (2004)

I colori e i luccichii in questo film sono onnipresenti facendo dell’aspetto cromatico una delle caratteristiche peculiari. La protagonista veste in maniera sgargiante, coloratissima e con tocchi barocco-gotici.
Desidera seguire i dettami di vita dello stile Roccocò e lo fa attraverso un atteggiamento spensierato e sbarazzino. Quello che non riesce a adattare del suo carattere è il sentimentalismo, praticamente assente in lei, che sembra non provare emozioni di sorta trovando il suo benessere nei vestiti e nella moda, ma evitando rapporti interpersonali. La sua aspirazione di vita si limita al seguire la sua particolare moda, al giocare con essa, al comprare costosi capi in un negozio in linea col suo modo di apparire.
Nella sua vita farà breccia una giovane coetanea (Interpretata da una nota cantante Giapponese) che è di tutt’altro avviso, dato che è una sorta di ragazza ribelle, una motociclista che cavalca il suo scooter e non lascia nulla al sentimentalismo, o meglio vorrebbe lasciare alle spalle la sua sensibilità che in passato la portava a piangere di continuo e ad esser e bersaglio di scherzi crudeli da parte delle sue compagne di scuola. Questi personaggi, opposti nelle mode, ma intercambiabili per aspetti che rifiutano ma fanno parte di loro stesse, si avvicineranno sempre più in un mondo dai tratti psichedelici. Un film dalla scanzonata ironia con momenti drammatici ma pur sempre brillanti, sull’orlo della satira. Si analizza il fenomeno delle giovani Giapponesi che vestono in maniera vistosissima diventando nell’apparenza delle vere e proprie bambole.
I personaggi secondari sono caratterizzati in maniera al limite del grottesco e del pacchiano, come la nonna della protagonista che rivive la sua fanciullezza mancata nella terza età, il pseudo rocker esagerato che le due amiche incontreranno in una sala da gioco e il padre della protagonista che viene appellato come “padre buon a nulla”. Film tutt’altro che banale e di una originalità che fa sorridere.

di Davide Casale

MUERTOS DE RISA di Alex De la Iglesia (1999)

Alex De La Iglesia filma il suo secondo capolavoro dopo IL GIORNO DELLA BESTIA.
Il suo film più sentito, più umano, estremamente drammatico pur lasciando spazio a momenti umoristici che però hanno la tonalità del nero assoluto.
Quasi un’ opera teatrale questa epopea che vede genesi vita e morte di un duo di comici Spagnoli. Nino e Bruno, questi i loro nomi, sono dei tipici signor nessuno che grazie a una demenziale gag quale uno schiaffo che uno da all’altro diventano conosciuti, poi famosi e infine celebri.
Il problema è che i due personaggi sono due persone completamente differenti da tutti i punti di vista e fin dai primi albori del successo saranno in lotta tra loro attraverso un’ invidia che sfocerà in dispetti prima quasi impercettibili poi più insidiosi, pesanti e infine pericolosi. Il fatto che la loro fama sia dovuta a un gesto che anche le scimmie possono riprodurre ce la dice lunga sull’imprevedibilità del successo e sulla diffusa stupidità del pubblico televisivo. I due vengono schiacciati da un successo che non sono in grado mentalmente di gestire e esploderanno entrambi uno contro l’altro come in un duello tra titani, senza rendersi conto che loro non sono nessuno presi singolarmente. Sono uniti in quella che diventerà una sorta di maledizione, una discesa all’inferno. Durante la loro lunga vicenda, si parla di una ventina d’anni, ci saranno dei momenti in cui il loro reciproco odio darà spazio alla consapevolezza dell’autodistruzione a cui stanno andando incontro. L’inizio del film è un flashback dopo che si sono appena crivellati di colpi di pistola l’un l’altro, in diretta televisiva, completando quello a cui non potevano evitare di andare incontro. Nino e Bruno sono due entità che si legano e possono slegarsi solo con la morte e che possono vivere solo attraverso la televisione. Film Immenso.

di Davide Casale

ISI DISI ALTO VOLTAJE

Il regista di UNA DE ZOMBIS si occupa del seguito di ISI DISI AMOR A LO BESTIA.
Lo stile è lo stesso e vediamo i nostri eroi, interpretati ancora una volta da Santiago Segura e da Fiorentino Fernàndez, continuare con le loro vite da metallari nei sobborghi di Leganes. Come in ogni storiella dal cuor sincero avranno l’ occasione di sfondare col la loro piccola band rigorosamente metal, Las Ratas Muertas. Ancora una volta abbiamo un inizio fuorviante con sentori alla BEETLEJUICE e con un aggiunta di atmosfere alla Tim Burton. Vi chiederete cosa centrino questi due paragoni, vi dico proprio nulla ed è quello il bello. Anche questo seguito gioca con citazioni irreali e ci trasporta in una moderna fiaba piena di volgarità e situazioni al limite del grottesco. Disi ha intrapreso una carriera nel cinema pornografico per racimolare qualche soldo e continua a emettere quantità enormi di sperma grazie a una dieta a base di formaggini. Questo è uno dei molti esempi che si potrebbero portare. Il budget del film si nota essere non di poco superiore al precedente capitolo e sebbene naturalmente non abbia l’improvvisa carica eversiva del primo, proprio per la sua natura di sequel le risate sono garantite e i momenti umani sono il tocco grottesco che ci tiene incollati allo schermo. La microsocietà dei metallari appare come un mondo a parte dove vigono regole dettate dalla vita sopra e sotto il palco. Dove le persone che per la strada vengono additate come rifiuti sociali, o gente poco per bene, sono coloro i quali hanno i sentimenti più puri, e hanno una consapevolezza maggiore di cosa sia la vita perché più umani nel rapportarsi ad essa. Avremo a conferma di ciò lo scontro di Isi e Disi con uno spietato produttore che non guarda in faccia a nessuno per raggiungere i suoi scopi economici. Ci sarà anche uno scontro tra i due protagonisti che vedranno messa in crisi la loro eterna amicizia dalle logiche di mercato Curioso come Segura, dopo l’enorme successo del filone TORRENTE vesta ancora i panni del metallaro duro e crudo, parte che evidentemente lo emoziona e che veste con una naturalezza incredibile.

di Davide Casale

TRASTEVERE

Con un cast d’eccezione, tra cui Vittorio De Sica, Nino Manfredi, Enzo Cannavale, Milena Vukotic, Ottavia piccolo ecc.. Il regista Fausto Tozzi, in questo suo primo ed ultimo film da regista, compone un acquerello del borgo di Trastevere. Uno sguardo accorato dei primi anni ‘70 su un quartiere che sta mutando, da popolare a distinto e di moda. Meta di hippy ricchi e annoiati, di personaggi del mondo dello spettacolo e attraversato come la strada dalla pioggia, da moltitudini di turisti che si innamorano di quelle viuzze al solo passarci. Uno sguardo lucidissimo sul mutamento in atto che porterà Trastevere a diventare proprio quello che predice qui Cozzi, un quartiere pur sempre bellissimo, ma che conserva poco del suo animo originario. Non è un film comico anche se fa spesso ridere e non è nemmeno un film tragico sebbene a tratti faccia quasi scendere le lacrime, è un film agrodolce con dei tocchi grotteschi e permeato da un realismo incisivo, quasi decadente. Fausto Tozzi ci mette di fronte a quello che è Trastevere è sempre stata e a quello che sta per diventare, ma non è una scelta quella che ci chiede, nemmeno un’ opinione, è solo un punto di vista di chi sicuramente ha amato il quartiere e ora si sente disorientato, triste. Fausto Tozzi ha recitato in numerosissimi film e anche Trastevere è stata “attraversata” da numerosissimi film, forse è una riflessione sui tempi che cambiano e il quartiere ne è un esempio senza dubbio macroscopico.
Le sequenze finali, un funerale che simbologicamente è del quartiere stesso, sono realismo puro, teatralità orchestrata ad arte. E se le donne di Trastevere sono brutte da vedere, volgari, sfacciate, sono la bellezza, il sangue che scorre nelle vene di quel posto, la sua vera essenza che è destinata a sgorgare via come da un’ emorragia sempre più copiosa.

di Davide Casale

Friday, February 16, 2007

WASSUP ROCKERS di Larry Clark (2005)

Wassup rockers traducendolo in Italiano dallo slang significa più o meno “come butta rocchettari”. Frase con cui si rivolgono polemicamente i neri nei confronti del gruppo dei protagonisti Ispanici. Sono tutti del quartiere di South Central, ai sobborghi della Città Degli Angeli. A differenza dei neri ascoltano punk, portano borchie e capelli lunghi e come gli altri passano le giornate tra la scuola e l’ozio in un quartiere ghetto tra i più degradati.Larry Clark fa voto di castità e si auto censura non mostrandoci sesso e droga e concentrandosi nella sana critica sociale. E’ proprio qui il problema di Wassup Rockers, la critica sociale è innocua, puerile,trita e ritrita, non aggiunge nulla di nuovo e al contrario getta nel calderone gli stessi ingredienti trattati da ormai decine e decine di film. Clark fa avventurare i suoi ragazzi dal ghetto fino a Beverly Hills in maniera forzata e pretestuosa e ne fa una metafora dello scontro tra due quartieri completamente opposti, tra due Americhe che non si conoscono, si evitano, si disprezzano. Lo fa attraverso gli occhi di un gruppo di ragazzini innocenti, testimoni e vittime di una discriminazione feroce ma senza rendersene conto, siamo noi quelli che dobbiamo scandalizzarci, ma la cosa non funziona e l’effetto non è nulla più che una sensazione di deja vu. E’ una sacrosanta e veritiera lezione di sociologia, ma che ormai tutti conosciamo a memoria. Un poliziotto che forza i ragazzi Ispanici a tornare nel ghetto, i bianchi che non vogliono “bastardi” intorno alle loro donne, persone dalla pistola facile. Già tutto affrontato più e più volte.La caratterizzazione dei protagonisti è poco approfondita e quasi non si distinguono i personaggi anche perché sono racchiusi in un unico humus, sembra una fotografia in negativo la quale non lascia spazio ai dettagli.Si tocca il fondo quando ci si accorge che Clark ricicla alcune situazioni di KIDS in maniera tutt’altro che velata e in maniera troppo pretestuosa, arriva a ricalcare alcune sequenze in cui l’unica differenza sono gli interpreti.Il regista ha dato il meglio proprio in film che apparentemente sembrano solo un voler stupire tramite scene esplicite di sesso e di eccessi. Qui se ne libera del tutto, ma non riesce a mantenere la carica decadente ed eversiva di film come KEN PARK. Un film pressoché inutile dalla struttura circolare che parte da una giornata qualunque per riconnettersi a un’ altra giornata qualunque ma con un giro anch’esso qualunquista, del già visto e del già sentito. La colonna sonora, che annovera gruppi street punk presi direttamente da South Central, i quali si ispirano alle sonorità ribelli dei THE CASUALTIES, risulta la cosa più interessante del film, ma è troppo poco.

di Davide Casale


di Davide Casale

Monday, January 15, 2007

FEMALE YAKUZA TALE di Ishii Teruo (1973)

Infischiandosene del finale del suo predecessore,Ishii Teruo prepara il sequel di Sex & Fury e resuscita il personaggio di Inoshika Ocho,sempre interpretata dalla letale Ike Reiko.La ladra,giustiziera,giocatrice d'azzardo stavolta se la vedrà con una organizzazione criminale invischiata ne traffico della droga che ha un metodo poco ortodosso di farla nascondere ai suoi corrieri.Infatti la cocaina è stata messa nelle Madonne,nei cadaveri e nei copertoni delle macchine,ma stavolta gli yakuza la mettono direttamente nell'intimità del proprio gruppo di donnine che vendono sfruttate bellamente come mezzo di trasporto per carichi più o meno grandi di stupefacente.Infiltratasi tra i criminali,Ocho libererà le compange che si vendicheranno atrocemente.Ishii ha una concezione completamente diversa dell'immaginario sessuale rispetto a Suzuki Norifumi,quindi la sua sexploitation non ha ctoni intenti politici ma più che altro sociologici.Nel carosello di corpi nudi,dove ogni scusa e buona per mostrare un paio di tette o dei culi nudi,tanto che non si spiega perchè nel finale si spogniano tutte completamente,coreografando uno dei più deliranti massacri erotici della storia del cinema,si può realizzare il senso della reazione femminista contro il maschilismo imperante.Difatti,se nella prima parte la perversione sessuale e talemente limacciosa e machista da risultare disturbante,con l'immagine della donna totalmente assoggettata all'uomo,nel climax finale la liberazione della furia femminile è talmente straripante da essere liberatoria.I toni di Ishii sono sempre grotteschi ed esagerati fino a diventare fumettistici nella caratterizzazione dell'immagine di alcuni personaggio.Giammai pari al predecessore e sostanzialmente diversissimo.

di Gianluigi Perrone

SEX & FURY di Suzuki Norifumi (1973)

Forse l'apice della prolifica e spesso brillante carriera di Suzuki Norifumi,Sex & Fury è il film simbolo della carriera di Ike Reiko,papessa della sexploitation nipponica e icona del genere.Qui intepreta Inoshika Ocho,una ladra e giocatrice di azzardo che,durante l'era Meiji( 1868 - 1912 )si trova a raccogliere l'ultima volontà di un assassinato morente che gli chiede di portare dei soldi per riscattare la sorella la cui verginità sarà venduta al miglior offerente.L'uomo che la deve riscattare è un potente diplomatico statale tra i vertici di una
organizzazione che fa capo al governo corrotto che scommette con Ocho il destino della ragazza.Sul tavolo verde,Ocho dovrà incontrare Christina,favorita dell'ambasciatore inglese e abile giocatrice ma in realtà spia del governo segretamente innamorata di un rivoluzionario contro l'alleanza tra Giappone e Inghilterra.Gli interessi delle donne,nonostante le due abbiano molto in comune,andranno a scontrarsi creando un inevitabile scontro.Ocho diverrà la prima molla della rivoluzione e spietata vendicatrice.Film totale che dimostra come Suzuji sia stato un nome imprescindibile per il cinema di genere giapponese,a cui molti contemporanei vedono senza magari ammetterlo.La commistione tra sesso e violenza dello stile del regista qui è perfetta e arriva al sublime con il confronta tra due veneri avvenenti e generose a confronto di Oriente ed Occidente.Ike Reiko e Christina Lindberg(una anno prima del suo film più importante,Thriller a Cruel Picture)dominano nelle scene d'azione e di sesso senza mai rubarsi la scena ma competendo in carica erotica.L'ambientazione cronologica in un periodo di fortissima transizione ed occidentalizzazione del Giappone rivela ancora gli interessi sociali e politici di Suzuki che non manca mai di dare un substrato ai propri film.Come sempre il potere costituito è malato,corruttibile,malsano e deve venire annientato dalla furia distruttiva della libertà che le eroine di Suzuki rappresentano.Alcune scene immense,su tutte il massacro plurimo da nuda e il tragico epilogo finale fanno tremare i polsi per intensità visiva.E Suzuki ancora capofila dell'exploitation nipponica.

di Gianluigi Perrone