Monday, January 15, 2007

LUCKY NUMBER SLEVIN di Paul McGuigan (2006)

Paul McGuigan continua il suo discorso personale con il noir sfumato sul pulp con risultati altalenanti.Finora l'apice della sua carriera era stato l'ottimo Gangster N 1 e con Lucky Number
Slevin prosegue sulla stessa falsariga,stavolta con un cast di invidiabile talento.Fulcro della vicenda è Slevin,interpretato da Josh Hartnett che sta cercando di costruirsi una carriera all'insegna della crime story,un nullafacente trovatosi suo malgrado alle strette tra due boss della mala scambiandolo per l'amico Nick che è misteriosamente scomparso.I gangsters lo
mettono nelle condizioni di dover uccidere un uomo e procurarsi 33.000 dollari entro tre giorni per non vedersi fare la pelle.Quella di Slevin è la classica storia che parte da un assunto per racchiudersi a spirale verso altre realtà che racchiudono una rivelazione finale completamente diversa e questo sembra essere ovvio sin dalle prime battute del film.E sono la prevedibilità degli eventi e la difficoltà da diventare storia a sè dallo stile di altri connazionali che impediscono a McGuigan di fare un salto di qualità.Il regista ha affinato la regia notevolmente e fa un ottimo lavoro cronologico,soprattutto nella prima parte del film,ma si perde in alcuni inutili manierismi come dialoghi troppo sopra le righe per non rimandare a inevitabili deja-vu e situazioni paradossali che danno sempre un pò il senso di forzatura.Il tema
della vendetta a lungo termine,ormai abusatissimo,necessita soluzioni inedite per non diventare un clichè intermittente.McGuigan è comunque raffinato e sicuro di sè dietro la macchina da presa ed è innegabile che un cast del genere,che vede gigioneggiare Ben Kingsley e Morgan Freeman,aiuta molto la visione.Eppure,anche l'apporto di Lucy Liu sembra decisamente sprecato perchè i personaggi non sono mai incisivi.Alla fine il migliore della partita rimane Bruce Willis che è evidentemente altrettanto valido nelle interpretazioni pacate minimaliste che in quelle muscolari.

di Gianluigi Perrone

Wednesday, January 10, 2007

GUMMO di Harmony Corine (1997)

Korine ha sceneggiato alcuni film di Larry Clark tra cui KIDS e KEN PARK. GUMMO è il primo film che gira oltre a scriverlo. L’opera è Ambientata in una paesino della provincia Americana dopo che un tornado ha investito la quotidianità della popolazione, creando danni ma soprattutto mettendo simbologicamente allo scoperto la quotidianità malata e distorta della profonda provincia Americana. GUMMO è un susseguirsi si personaggi bizzarri e rappresentativi, caratterizzati dalla necessità di sconfiggere la noia e la piattezza di un’ esistenza espulsa a calci dal sogno Americano. Individui a cui non resta che arrancare senza nemmeno cercare un senso alla propria esistenza e senza poter contemplare la possibilità di un’alternativa esistenziale che non è nemmeno immaginabile. Un vivere, agli occhi “del resto del mondo”, fuori dagli schemi ma estremamente reale come imperturbabile.La roca voce fuori campo che presenta le vicende e si erge a osservatore partecipante e ovviamente non critico, è quella di un protagonista fra i molti, un ragazzino dallo strano volto interpretato a 14 anni da Jacob Reynolds, il quale racconta quello che gli sta attorno come se dovesse scrivere una cronaca per i compiti a casa.In questo film regna un silenzio contemplativo interrotto da musiche particolari da ricondurre alle sonorità “alternative” in pieno auge durante la metà degli anni ’90, periodo in cui è stato girato il film.Il montaggio è fuori dagli schemi classici e la fotografia appare smorta come i personaggi stessi, i quali tradiscono un’ energia vitale resa impotente dall’ humus quotidiano di cui si nutrono.Alcune sequenze sono meravigliose, prima fra tutte la discesa in bicicletta del “protagonista” e di un suo amico, sequenza montata in maniera originalissima a accompagnata dalla musica dei DAGONAUT.Tipico delle sceneggiature di Korine è il mostrare personaggi turbati, qui la sequenza del nano di colore e omosessuale è esplicativa. Una realtà in trappola per definizione, come i gatti di cui vanno a caccia i ragazzini del paese per guadagnare qualche spicciolo e per far passare il tempo.Anche loro sono figli dell’America, per quanto persi in un limbo di provincia.

di Davide Casale

GRAVEYARD OF HONOR di Miike Takashi (2002)

Riadattamento del romanzo Jinji No Hakaba/Graveyard of Honour di Fujita Goro e remake del film datato 1975 e dal titolo omonimo firmato Fukasaku Kinji.Temi perfetti per Miike come la Yakuza e critica interna al suo Giappone. Infatti ll film segue a pari passo con le vicende del protagonista la cosiddetta “bolla economica”, fenomeno esploso nel sol levante durante gli anni ’70 e ’80 che creò una grande crisi socio-economica. Il protagonista del film, Rikuo, è magistralmente interpretato da Kishitani Goro che lo delinea al meglio rendendolo quasi irriconoscibile durante la discesa nel suo inferno personale. Rikuo è uno yakuza diventato tale per aver quasi casualmente salvato la vita ad un boss malavitoso e guadagnandosi quindi un posto di rilievo nella “famiglia”. Rikuo non riesce a scendere a compromessi, è incontrollabile sia dalla yakuza che nel dominare le proprie emozioni e qui di nuovo il riferimento all’ingestibilità di certe crisi economiche. Miike caratterizza la prima parte del film con una presenza incisiva di musiche che ricordano epopee gangster ambientate nell’america del proibizionismo, siamo in pieno clima malavitoso ma fin da subito le regole ferree della Yakuza vengono scombussolate dal comportamento istintivo del protagonista che mette a repentaglio oltre alla sua vita anche la vita di coloro che onoratamente lo rispettano e lo considerano un fratello. Rikuo è un proiettile vagante nell’ordine prestabilito della criminalità organizzata, difficile da contenere e impossibile da prevedere quando inizia a fare uso massiccio di eroina, per giunta con un approccio alla droga del tutto casuale, esemplificativo dell’incontenibilità e imprevedibilità del personaggio. Una figura femminile gli si affianca e tenta di far parte della sua vita, cosa impossibile dato che nemmeno lui riesce a governare la propria esistenza, curioso come tra il protagonista e la sua “sposa” non vi sia alcun dialogo durante le oltre due ore della durata se non un breve dialogo schermato attraverso un vetro di una prigione. Tipico di Miike conferire ai personaggi femminili un ruolo particolare, subalterno e che tende sempre a portare una sorta di razionalità.Non è un film epopea e questo è molto importante dato che la storia di Rikuo non va di concerto all’ambiente in cui è inserito e tanto meno crea lui stesso un proprio regno personale. Il protagonista non va nemmeno controcorrente, questo sarebbe il caso della vendetta, ma l’unica vendetta in cui si imbarca è un vendetta sbagliata ed erronea. La causalità e l’errore dominano la sua storia e la fanno caratterizzare dall’ imprevedibilità.Rikuo non si muove nemmeno trasversalmente ai fatti, lui si muove in tutte le direzioni andando a rimbalzare ovunque e dichiarando guerra a chiunque gli si pari davanti quale ne sia la ragione, senza quasi un motivo.Film profondo e girato magistralmente. Rikuo in una sequenza reca una bandiera del Giappone appoggiata sulle gambe, egli rappresenta il Giappone stesso della “bolla economica”.

di Davide Casale

TANK GIRL

Non convince questa trasposizione cinematografica dell’ omonimo fumetto. La figura bizzarra della ragazza post punk che attraversa la sua esistenza in maniera istintiva e fuori dai canoni, in un mondo post atomico, è interpretata da Lori Petty. L’attrice non riesce a dare le sfumature necessarie al personaggio. Sono completamente assenti caratteristiche che rendono Tank Girl unica, primo fra tutti lo sguardo cinico di quando si arrabbia e regge cocciutamente la sigaretta tra le labbra. La Petty incarna un personaggio che delinea sufficientemente l’essere sbarazzino della giovane punk ma manca totalmente di verve per quanto riguarda i momenti action del film, emozioni di rabbia sono ovattate in maniera deludente. Non servono a molto interpreti d’eccezione quali Malcolm McDowell, Ice-T, Naomi Watts e Iggy Pop per citarne alcuni.
Tank Girl è un personaggio difficile da interpretare certo, ma qui viene addirittura affossata la sua figura, delineata come una stupida bambolina sexy che pare non sapere nemmeno dove si trovi, con qualche impeto di rivalsa mal fatto messo a casaccio. Il carattere pungente tipico di un movimento in stile “Riot Girrrrl” qui non esiste e fa di questo film un’ occasione totalmente sprecata, si poteva ottenere divertimento puro con una trasposizione ben fatta e invece si ottiene addirittura della noia.

di Davide Casale

HUSTLE & FLOW di Craig Brewer (2005)

Significativo esordio di Craig Brewer dietro la macchina da presa e indubbia nascita di un talento da tenere d'occhio.Hustle & Flow è un termine tecnico riferito alla musica hop hop,l'universo intorno a cui girano i sogni di Djay(Terrence Howard),un magnaccia squattrinato che campa coi soldi portati dalle sue tre prostitute:Nola,Shug e Yevette.La vita di Djay prosegue nel degrado più squallido coltivando il sogno di diventare una star dell'hip hop.Quando gli si presenta l'occasione di incontrare Skinny black,uno di quelli che ce l'ha fatta,il desiderio disperato di superare la mediocrità di quella vita fa volare troppo la fantasia e Djay,incontrato il vecchio amico Key(Anthony Anderson)comincia a produrre dei demo.Prodotto da John Singleton,sempre attento alla cultura black americana,H&F stupisce per il lucido lavoro di analisi del più basso sottobosco della comunità nera(in questo caso di Memphis).Grazie a un lavoro straordinario di attori(Howard è stato candidato per l'oscar Taryn
Manning e Taraji P Henson non sono assolutamente da meno)Brewer ci cala completamente nella dimensione più greve dell'american dream,di quel sogno talmente disperato perchè unica via di scampo dalla miseria più nera.Negli occhi di Djay c'è tutta la paura di chi non ha mai avuto nulla ed ha comunque tutto da perdere,mentre si aggrappa con le unghie a una pietosa bugie che gli possa dare l'opportunità solo di contemplare il sogno.Una grandissima parabola esistenziale che si avvale dell'atmosfera dei bassifondi neri mutuabile alla blaxploitation anni '70,di cui Hustle & Flow è uno dei pochissimi discendenti degni del nuovo millennio.A riprova di ciò,la presenza di Isacc Hayes,interprete del cult Truck Turner e pietra miliare del funky che risuonava in mille colonne sonore del filone blax,così come la colonna sonora del film,rigorosamente hip hop con pezzi cantati dallo stesso Howard,mette i brividi.

di Gianluigi Perrone

MONOPOLY

Al suo esordio cinematografico,Lee Hang-bae mostra subito di che pasta è fatto proponendosi come nuovo nome di punta per l'industria cinematografica sudkoreana sempre in cerca di nuovi talenti da affiancare a Park Chan-wook,Kim ki-duk e Bong Joon-ho verso la corsa ad Hollywood o comunque al successo festivaliero occidentale.E lo fa con estrema classe,rigettando gli eccessi visivi spesso barocchi dei suoi connazionali in luogo di uno stile pacato,ironico,intellettuale.Sembra una prova jazzistica questo Monopoly che muove le mosse sulle strutture tipiche del noto gioco di ruolo,muovendosi nel mondo della finanza meno puliti con un retrogusto noir che prende i primi passi da alcuni estetismi di David Lynch ma che se ne discosta con gran maturità permeandosi in una ambiente glaciale ed asettico.La strana storia di Kyung Ho inizia quando questo genio dell'informatica,timido e talmente appassionato di action figure tanto da comunicare apertamente con loro,non viene a contatto con delle potenti banche che lo utilizzano per loschi traffici.Nel momento in cui si trova a che fare con cifre a svariati zeri Kyung Ho subisce l'influenza del misterioso John Lee che lo orchestra a suo piacimento per fare il grande colpo.Già dal sunto del plot si evince che in Monopoly nulla è come sembra e ne abbiamo continua riprova lungo lo svilupparsi della narrazione.La personalità del Lee sceneggiatore(o potremmo chiamarla sfacciataggine)sta nel fatto che si insinua pacatamente nella curiosità dello spettatore con l'intento di ingannarlo.L'inganno stesso è il significato ultimo di Monopoly,sia nella narrazione del film che negli intenti di script.Dire di più sarebbe un crimine,basti sapere che Lee conduce su una strada che idealmente dovrebbe portare a una meta ma che in realtà ha tutt'altra direzione.Vi è una evidentissima fonte americana citata in Monopoly ma rivelarla sarebbe come svelare il twist finale.Fonti a parte,Lee dimostra il giusto carisma per diventare un gigante del cinema sudkoreano.La sua (speriamo)prossima proposta ci lascia tra le attese più spasmodiche.

di Gianluigi Perrone

THE TATTOOED HITMAN

Tra un Fukasaku ed un altro,il periodo d'oro di Bunta Sugawara ha trovato anche in altre pellicole considerate minori la realizzazione del suo successo.Tra questi non si può prescindere The Tattooed Hitman di Yamashita Kosaku,mestierante di polso che ha firmato diversi ottimi prodotti tra cui il primo Red Peony Gambler(Lady Yakuza).The Tattooed Hitman poggia tutto sul carisma di Sugawara(che qui è accreditato come Bud)che qui anticipa di quasi dieci anni le vicende che DePalma disegnò sulle movenze nervose di Al Pacino in Scarface.E non è escluso che la vicenda raccontata di Yamashita non fosse mutuata dal ricordo del film di
Hawks che avrebbe ispirato anche DePalma visto che il protagonista,il gangster Yozakura,è il prototipo del malvivente che vive una inarrestabile ascesa al potere in una spirale di violenza inarrestabile.Lo yakuza Yozakura è un tipo duro e taciturno,molto vicino a quello che Don Siegel aveva fatto di Clint Eastwood dall'altra parte della legge,con una propensione particolare ad eliminare chiunque non avesse maniere adeguate al suo gusto.Eccessivo,desiderato dalle donne e odiato,invidiato ma rispettato dai nemici,viene mandato dal suo boss a ristabilire una situazione incontrollabile ad Osaka.Qui,da outsider,Yokazura comincia a schiacciare uno per uno tutti i boss della mala con mano di ferro,divenendo in breve tempo potentissimo.La sua scalata diventa motivo di paura ed invidia per molti,sia tra le forze dell'ordine che tra il resto della malavita locale.Solo contro tutti,Yamashita venderà cara la pelle.Teso e di ritmo serrato,The Tattooed Hitman sfrutta al massimo le capacità recitative di Sugawara e un sceneggiatura solida,classica ma efficace.Curioso il fatto che tra gli sceneggiatori ci sia Jack Sholder,regista di genere che ha all'attivo ottime prove come l'Alieno e Nightmare 2,alla sua unica esperienza asiatica.

di Gianluigi Perrone

CRIMINAL WOMAN:KILLING MELODY

Sempre sulla falsariga del filone delle criminali in gonnella,nel 1973(anno iperprolifico per l'exploitation giapponese)esce Zenka onna: koroshi-bushi,noto col titolo inglese di Criminal Woman:Killing Melody.Protagoniste due muse incontestabili del genere in patria,Sugimoto Miki e Ike Reiko,presenti praticamente in quasi tutte le produzione del periodo.Quest'ultima interpreta Maki,figlia di un uomo incastrato nel giro della droga dal boss locale.La vita di Maki ha avuto un tracollo verticale con conseguenze anche tragiche dopo la morte del padre tanto da finire in carcere.Qui incontra un gruppo di donne dal passato criminale tra cui Massayo che sembra essere colei che spadroneggia in prigione.Dopo una fase di conflitto e studio, le donne decidono di allearsi e una volta uscite preparano un piano intricato per vendicarsi del Boss Oba (Ryôji Hayama).Il piano non sarà così semplice visto che l'organizzazione criminale
si rivelerà essere terribilmente spietata.Il regista Mihori Atsushi non pare aver prodotto null'altro nella vita oltre a questa pellicola rientrata un pò tra i cult del genere.A dirla tutta si vede una
certa inesperienza ed una difficoltà a spingersi oltre certi limiti.Rispetto ad altre pellicole dello stesso filone(si pensi ai lavori di Suzuki Norifumi)gli eccessi visivi legati alla violenza sessuale e non sono più contenuti e visivamente poco impressionanti.Nonostante un'ottima mano sulle scene d'azione la trama diventa spesso macchinosa e ridondante sacrificando il ritmo.Anche il piccolo primato di utilizzare la motosega in modi poco convenzionali un anno prima di Non Aprite Quella Porta(anche se il primato spetta a L'Ultima Casa a Sinistra)sfuma per la mancanza di scene sanguinolente in cui l'arnese venga utilizzato in tutto la sua potenzialità.

di Gianluigi Perrone

TERRIFYING GIRLS HIGH SCHOOL

Suzuki Norifumi continua la sua opera di distruzione delle istituzioni sociali con questo Terrifying Girls' High School: Lynch Law Classroom,in cui se la prende con la scuola ed il sistema educativo in generale. Tra i più violenti del filone delle liceali criminali,TGHS racconta della morte apparentemente accidentale di una studentessa,caduta dal tetto di un rinomato
liceo femminile.In realtà noi sappiamo che la ragazza si è lanciata per sfuggire al linciaggio di un gruppo di compagne che,foraggiate dal preside,creano un clima di terrore in tutto il liceo.Quando nella scuola verranno mandate le tre peggiori studentesse del Giappone,espulse da tutte le scuole(una va anche vestita da cow girl)che si scontrano con il nonnismo imperante.In realtà una di loro cerca vendetta per la morte della amica del cuore.Come spesso nel cinema di Suzuki,ogni scusa è buona per creare nuove possibilità di tortura e libido.Tra un nudo ed una scena lesbo,il regista si performa nelle più sadiche violenze a sfondo sessuale tra cui spiccano la lampadina vaginale e l'elettrocuzione puberale. Il tutto con l'eleganza visiva che caratterizza sempre le opere di Suzuki.Del regista rimane la provocazione spinta dell'istituzione e del potere,dipingendo addirittura il Primo Ministro col tipico baffetto hitleriano e lasciando ad intendere che più un programma si basa sulla rettitudine e la ricerca pedissequa delle regole imposte,più viene corrotto dall'interno nella maniera più laida possibile.

di Gianluigi Perrone

SCHOOL OF THE HOLY BEAST di Suzuki Norifumi (1974)

Il genere nunsploitation è prerogativa quasi esclusiva della cinematografia europea o comunque occidentale per ovvi motivi culturalreligosi,tuttavia questo non ha impedito che in
terra nipponica venisse prodotto uno dei migliori prodotti del genere in assoluto. Suzuki Norifumi(insieme allo sceneggiatore di fiducia Kakefuda Masahiro),nei primi anni 70 ha prodotto quanto di meglio la exploitation giapponese potesse partorire con cult come Girl Boss Guerilla,Sex & Fury,Terrifying Girls' High School e questo School of the Holy Beast(noto anche come Convent of the Sacred Beast). La giovane Maya si dà alla sua ultima notte di bagordi prima di chiudersi nel convento dove 18 anni prima sua madre la diede alla luce perdendo la vita in circostane misteriose.Nel convento sperimenterà l'ipocrisia e la cattiveria della madre superiora e delle altre novizie ma soprattutto della perversa corruzione che pervade tutto il mondo clericale.SOTHB è pervaso da un tale senso di depravazione che non avrebbe sfigurato in una novella di DeSade.Il fatto di non avere la religione cristiana come dottrina di Stato e non essere ideologicamente legati al cristianesimo ha permesso agli sceneggiatori di fregarsene e sbizzarrirsi in immagine iconoclaste e irriverenti verso le figure religiose.Infatti è raro vedere un tale accanimento verso la categoria clericale e una tale eretica blasfemia verso le immagini sacre.SOTHB è una creatura poliedrica che contiene in sè diverse nature diverse.Idealmente un sexploitation condito da molta ironia nella sua prima parte, in cui la lascivia è il pane quotidiano di ogni inquadratura dove viene stimolata e suggerita la libido sessuale ed ogni scusa è buona per mostrare un paio di tette. Da questo punto di vista se la contendono la protagonista,Takigawa Yumi(al suo esordio dove il suo personaggio prende il suo stesso cognome)e la ninfetta viziosa Yamauchi Emiko nel ruolo di Ishida,che sono le più smaliziate tra le occupanti di questo convento del vizio.Ma nella pellicola pulsa anche una forte anima horror/drammatica esaltata dalle ispirate inquadrature di Suzuki che dimostra un immaginario raffinato nella sua perversione.Rischiano di far gridare al capolavoro scene
dall'enorme impatto visivo come la fustigazione con le rose dall'incredibile fascino simbolico
ed ambivalente e la tortura dell'acqua salata dal deviato sadismo eretico che contribuisce,con la più morbosa delle vicende incestuose,a dare a School of the Holy Beast quel forte senso di bestemmia cinematografica.

di Gianluigi Perrone

ZERO WOMAN:RED HANDCUFF


Capostipite di una saga che ancora oggi produce seguiti anche di dubbia qualità.Zero Woman Red Handcuff è probabilmente uno dei capisaldi dell'exploitation anni '70 giapponese. Nata dalle chine del mangaka Shinohara Tooru ,autore anche di un altro cult ispiratore di una lunga epopea di vendicatrici in gonnella,Female Prisoner Scorpion,Rei è una poliziotta tenace che riesce a stanare un pervertito ambasciatore politico(non per nulla occidentale),eliminandolo.La sua lungimiranza non sarà premiata,anzi verrà radiata dal corpo e imprigionata per omicidio a causa delle conseguenze diplomatiche che il caso crea.Rei dovrà subire le umiliazioni del carcere fino a quando non verrà richiamata alle armi come Zero Woman nel momento in cui la figlia del Primo Ministro viene rapita da un gruppo di sadici balordi.Infiltratasi nella gang,Rei scoprirà a sue spese la ferocia dei criminali che la sottoporranno a sevizie di ogni tipo per poi andare incontro alla feroce vendetta della Zero Woman. L'anima fortemente blaxploitation di Zero Woman Red Handcuff permea tutta la pellicola con una accento brutale e perverso sulle numerose scene di stupro che pongono l'accento sulla violenza feroce dei villain di turno.Un primo stupro di gruppo ai danni della ragazzina rapita,un secondo con scene di sodomia
selvaggia e il classico assalto al focolare familiare con una frenesia sessuale sanguinolenta senza pari.Oltre al sadismo sessuale si aggiungono le torture cruente come la sanguinolentissima morte dell'ingenuo fratello pentito di uno dei criminale,inorridito dall'insana ferocia dei compagni, per mano vendicativa dello stesso congiunto e lo spietato interrogatorio della polizia tramite fiamma ossidrica.La matrice fumettistica della pellicola si esplicita nella seconda parte quando i personaggi assumono caratteristiche macchiettistiche e sopra le righe,tra tutti l'eroina nella sua mise rossa su stivaletti neri e le manette in tinta che rotea nell'aria come un'arma micidiale. La fisicità di Miki Sugimoto è prorompente e l'attrice non lesina nel mostrare le sue grazie spesso straziate da mani avide e lussuriose.Yukio Noda firma la sua opera più famosa con una potenza visiva stupefacente e conferisce all'opera un lirismo che la innalza dalla mera produzione di genere.Zero Woman non tornerà più ai fasti della sua prima missione. Il numero zero di una saga intramontabile.

di Gianluigi Perrone

Sunday, September 24, 2006

OFFSCREEN

Folle ed interessante esperimento dell'artista danese Chrisoffer Boe,già autore dell'interessante Allegro. Il film,partendo da premesse vere(i nomi e i fatti sono realmente accaduti,fino a un certo punto,nella vita degli attori)si sviluppa da un'idea semplicissima.Nicolas decide di girare un film-documentario su se stesso.Decide di riprendere tutto ciò che fa 24 ore su 24 per un anno e in seguito montare il tutto per un film. "La Videocamera non mente" recita Nicolas e da quello che mostra si evincono tutte le debolezze e paranoie del ragazzo che,ossessionato dalla camera,comincia a dare di matto.A questo si aggiunge che la moglie,Lene, lo lascia(un pò troppo facilmente a dire il vero)e Nicolas cade nella depressione più totale.Come accade in questi casi la persona si estranea,si dispera,perseguita gli amici che non ce la fanno più di sentirlo lamentarsi,si ubriaca e colleziona una serie di patetiche figuracce nel tentativo di riconquistare la sua donna che intanto si è trasferita a Berlino.Tutto ciò sotto l'occhio vigile e spietato di una digitale che diventa parte inprescindibile dell'esistenza di Nicolas.Anche nei momenti più estremi Nicolas dovrà avere la sua camera con sè.Qui siamo ancora nel plausibile,nel sensato,nel quotidiano ma la situazione precipita quando la follia fa capolino nella mente di Nicolas,quando,spinto dalla disperazione,cerca a Berlino Lene e scopre che questa ha abortito senza dirglielo.L'ossessione di Nicolas diventa follia.Orribilmente divelta la sua mente si trasforma in orrore e amplifica tutto ciò che era stato.La sua casa vuota si riempie di camere e schermi,rivestita di plastica senza mobili e con le pareti nude così come Nicolas,grasso,nudo e impazzito con i capelli biondo platino ammazza a coltellate una giovane donna e danza come un orrido freak nella notte ricoperto di sangue fino alle estreme conseguenze mentre la camera va ancora senza pietà.Fantastico.

di Gianluigi Perrone

EXILED

Torna Johnny To in forma come non mai con un All Star Game degno dei migliori colossal di Hollywood.Diciamo subito che Exiled si pone tra i migliori film in assoluto di colui che forse è rimasto l'unico regista di Hong Kong a non essersi piegato e a rimanere fedele al genere noir.Quello che vorrebbe essere un ideale seguito di The Mission diventa l'opera più sentita e
epica di To,girata con una spensieratezza e una consapevolezza uniche che traspaiono dall'integrità dell'opera. Anthony
Wong,Francis Ng,Nick,Cheung,Simon Yam,Ritchie Ren e l'onnipresente Suet Lam sono i protagonisti di questo western metropolitano infarcito di parallelismi ocn un pò tutte le opere del maestro. Durante il passaggio di Macao da colonia portoghese a cinese,nel 1998,Wo è in fuga con la compagna e un bambino appena nato,dopo aver tentato di uccidere il
proprio boss ma gli vengono messi alle costole per ucciderlo i suoi migliori amici,il gruppo di the Mission capeggiato dal grande Anthony Wong.L'amicizia prevarrà e i "gangster dal cuore buono" tradiranno per scappare insieme all'amico alla ricerca di un bottino che gli permetterà di sparire. Da questo momento i protagonisti,spaesati e incoscienti del proprio futuro,si affidano al destino e prenderanno le proprie decisioni solo in base alla fortuna(tirando la monetina).Ed è questo il tema principale di Fanghzu,la cavalcata incosciente e coraggiosa di un gruppo di moderni avventurieri verso il destino ineluttabile.To pensa bene di citare il western più duro e intenso,cioè quello di Leone e quello di Sam Peckinpah(Il Buono,Il Brutto e Il Cattivo,Il Mucchio Selvaggio,Per Un Pugno di Dollari,Pat Garrett & Billy the Kid sono sempre presenti)e soprattutto nell'atmosfera epica che si respira nella pellicola.Un omaggio anche al cinema italiano ripetuto in molte scelte come nel "look" di una strabiliante Josie Ho che ricorda Anna Magnani e una scena dal respiro più rilassato in cui il gruppo di eroi intona in coro "Vaffanculo" in italiano. Dal punto di vista tecnico poi,Exiled è un continuo orgasmo con le migliori scene di sparatoria mai viste come quella iniziale e quella che chiude il film.To ci ha abituato a grandi cose,ci ha viziato e continua a viziarci con opere di incredibile magniloquenza.We just can't get enough!

di Gianluigi Perrone

SUMMER LOVE

Il primo western polacco,l'esordio del giovane e simpatico Piotr Uklanski.Per cui dopo lo spaghetti western e il vodka western di Jonathan degli Orsi questo cosa sarebbe?Che mangiano in Polonia?Vabbè,in attesa di dare una risposa a questo interessante interrogativo cerchiamo di capire perchè,nonostante una marea di difetti e mancanze,su tutti primo il titolo,questo Summer Love riesce ad essere comunque saporito(e ancora si parla di cibo). Piotr,polacco ma molto attivo a New York,è una artista di istallazioni di quelli di rottura,che ama le opere scandalistiche e provocatorie. Non meno,in questo suo primo
film,cerca di utilizzare il genere come palcoscenico della metafora del male puro,selvaggio ed unico insito negli uomini e della privazione idiota dell'amore.Questo non è che sia esplicito ma diciamo pure di sì. In un villaggio microscopico di due baracche di cartapesta arriva un bounty killer vestito di nero,l'attore Karel Roden noto per aver fatto Hellboy,15 Minuti-follia omicida a New York ed altro,e si porta appresso un criminale che gli frutterà una bella taglia,interpretato(se così si può dire)da Val Kilmer la star riportata a caratteri cubitali in locandina che si sarà prestato per fare una favore all'amico Piotr(e in efetti tenendo conto che Kilmer si diletta come artista visivo è praticamente certo).I bifolchi animaleschi che abitano lì però sentono odore di grana e decidono di sbarazzarsi del bounty killer e di prendersi il gruzzoletto.Da qui la storia ricorda Chato di Michael Winner e la presenza dell'ex capitano confederato che annusa le tracce fa pensare che comunque è quello che volesse citare Uklanski.Il regista ruba un pò a destra e a sinistra per ricreareuna trama western che gli permetta di interpretare i suoi sperimentalismi visivi.Molto spesso,e forse unico nel genere,si riconoscono immagini e sequenze da videoarte concettuale e forti rimandi simbolici.Il tutto però stride col fatto che probabilmente Piotr(e questo è sia un bee che un male)non si prende troppo sul serio quindi il tutto è infarcito da una forte ironia di fondo che sembra voler ammortizzare alcune scelte visive esagerate come a gustificarle con l'ironia.Chissà se Piotr farà un'altro film.In attesa riflettiamo su come abbia trovato i soldi per fare questo.Quindi l'arte paga?

di Gianluigi Perrone

Monday, September 18, 2006

WORLD TRADE CENTER

Pensando a cosa ci si potesse aspettare da un film sulla tragedia dell'11 Settembre da parte di Oliver Stone,ci si aspettava sicuramente un pò di pepe.Il regista ci ha abituato ormai alle sue invettive verso i grandi eventi degli USA e della sua popolazione liberale,democratica,contro il sistema costituito e sinistrorza. E purtroppo,come spesso succede,Stone dimostra che finchè c'è da manifestare,fare girotondi,indignarsi e lamentarsi sa mettersi in prima linea ma alla fine i suoi ideali non sono poi tanto diversi da quelli dei suoi nemici politici. WTC narra l'esperienza tragice dei due poliziotti americani John McLoughlin(Nicholas Cage!)e Will Jimeno(Michael Pena)rimasti per ore ed ore incastrati tra le macerie delle torri aggrappati alla vita con disperazione.Il film celebra l'eroismo del popolo americano con un tale patetismo e vittimismo da risultare urticante.Possibile che un regista del calibro di Stone non si sia reso conto della pesantezza di un film che rimane un'ora e mezzo fisso al buio sulle facce di due attori che fanno i mezzi morti?E' possibile che Stone non si sia accorto che la evidente commiserazione patriottica delle vittime non fa altro che scatenare(come se ce ne fosse bisogno)gli istinti vendicativi del popolo americano?I due poliziotti vengono mostrati,come in un film di Michael Bay,come i tradizionali padri di famiglia,cittadini medi,magari multietnici in cui il cittadino americano si identifica.Non è che Nicholas Cage sta lì per caso.E il film sembra dire "guardate cosa ci hanno fatto" senza dirlo esplicitamente.Alla fine la volontà non politica di Stone è più politica di quanto si possa immaginare.Perchè a parole sono bravi tutti ma non c'è nessuno in America che abbia il minimo remore per aver scatenato la guerra.

di Gianluigi Perrone

WHEN THE LEVEES BROKE:A REQUIEM IN FOUR ACTS

"Che cosa faceva il governo quando qui noi eravamo senza cibo e sanitari come nel terzo mondo?Ah dimenticavo.Era impegnato a esportare democrazia."Queste le parole più significative dell'ottimo documentario che Spike Lee ha voluto girare come evidenza delle disastrose conseguenze che ha avuto l'uragano Katrina sulla città di New Orleans.
Ovviamente si potrebbe obbiettare che l'uragano non ha nulla a che fare con i repubblicani e con la politica visto che è una disastro naturale tra l'altro tipico di quelle zone degli states.E infatti Lee parla(anzi fa parlare)di quello che è successo dopo.Sarebbe meglio dire:di quello che non è successo. Come è noto la popolazione di New Orleans è in gran parte di colore e,effettivamente,molti dei quali non hanno potuto evacuare la città erano neri(ma non tutti come si vedrà dalle testimonianze).Nel momento in cui una città viene letteralmente spazzata via e allagata con milioni di persone in panico sena sostentamenti e servizi igienici,ci si aspetta che lo stato più potente del mondo si preoccupi di portare le proprie super-armate a salvare i superstiti.Ebbene questo avveniva dopo giorni di agonia in cui la popolazione povera di New Orleans agonizzana e nei casi più tragici moriva. Intanto la Presidenza i preoccupava di cacciare la democrazia a forza nel culo degli Iraqueni a fora di bombe e Condoleeza Rice(che ricordiamo,pare essere nera)andava ad acquistare delle costose scarpe in uno dei negozi più costosi di Washington. Come nei documentari(o meglio dire rotocalchi)di Michael Moore George Bush ci fa la figura dell'imbecille ma a differenza degli osannati lavori di Moore,Spike Lee non sceglie la strada ruffiana dello scherno,della mezza verità e della denuncia forzata ma cerca testimonianze.When The levees broke non è altro che una lunga raccolta di interviste agli abitanti di New Orleans che hanno subito l'abbandono da parte del governo.Di ogni razza e ceto sociale(c'è anche Sean Penn)rilevano lo scandalo di una situazione del genere.E lo scandalo è semplice.Il governo attuale non ha la simpatia degli elettori di colore o delle classi minori,il governo ha interessi prioritari che non sono altro che la guerra quindi,citando la gaffe di un rapper ripresa in tv:"a Bush non gliene frega nulla della popolazione nera".
Spike Lee dimostra inequivocabilmente di non aver bisogno di sparare a zero ovvietà e per far riflettere su quello che succede oggi nella società Americana.

di Gianluigi Perrone

HOLLYWOODLAND

Ma fino ad adesso tutto quello che toccava Ben Affleck diventava merda.Adesso si becca pure un premio a Venezia come miglior attore per l'interpretazione di un attore fallito.Se non è ironia questa! Che interpretare Superman portasse sfiga fosse tutt'altro che una leggenda lo dimostra non solo la tragica fine di Christopher Reeve ma anche quella se vogliamo peggiore del suo quasi omonimo George Reeves che ironia della sorte,interpretò con successo il Superman televisivo.L'attore,che aspirava a ben altro che saltare da una parte all'altra in calzamaglia,fece una brutta fine e ufficialmente si sparò alla testa.Tuttavia pare che l'uomo avesse una liaison con la moglie Edward Mannix(Bob Hoskins),vice-presidente della MGM e uomo tra i più potenti a Hollywood.Si sa allora(esattamente come oggi)se avevi i soldi potevi far sparire chi ti pareva senza troppe noie.
L'unica maniera per smuovere un pò la sabbia è fare rumore.Hollywoodland in sostanza parla di come l'esistenza delle singole persone a L.A. nei 40/50 fosse legata esclusivamente a quante copie vendevano i giornali e quanto clamore la tua storia riuscisse a fare. Come nel classico degli hard boiled,il detective(divorziato,duro,testardo...)Louis Simo(Adrien Brody)si mette contro tutto e tutti per scoprire(per denaro e poi per principio)gli intrighi dietro la misteriosa morte di Reeves.Parallelamente vediamo come si svolgeva la vita di Reeves dalle aspirazioni,al successo relativo,all'inevitabile decadenza.Il film non osa dare un'opinione univoca ma ne dà tre diverse,tutte plausibili.Affleck in effeti non è male,simpatico come il suo personaggio e ingrassato per l'occasione.Il motivo principale per vedere il film è però Diane Lane(Toni Mannix),sensuale e lirica,vera vittima di un sistema ingordo e possessivo.

di Gianluigi Perrone

INFAMOUS

Caso più unico che raro,nel giro di meno un anno il grande schermo vede comparire due film sulla figura di Truman Capote.Anzi,i due film parlano dello stesso argomento:il periodo in cui Capote decise di trasferirsi in Kansas per analizzare il massacro di una famiglia ntera per una rapina,conoscerne i colpevoli,innamorarsi della vicenda e scrivere In Cold Blood,uno dei libri più significativi di tutti i tempi.
Il confronto con il film che è valso l'oscar(meritatissimo)a Philip Seymour Hoffman è d'obbligo e pare proprio che questa produzione indipendente abbia battuto il gigante di Hollywood. Douglas McGrath dimostra tutto l'amore che prova per la figura di Truman Capote immergendosi a fondo nelle vicende che portarono alla nascita del libro e alla disgregazione dello scrittore dovuta al grande impegno morale profuso nella scrittura.
A entrare nei panni dell'autore newyorkese è l'attore inglese Toby Jones che regala un'interpretazione sicuramente differente ma non meno intensa di quella di Hoffman.Il Capote di Jones è forse più macchiettistico,vezzoso e punta molto sull'omosessualità dello scrittore facendolo spesso sembrare,nella prima parte del film,una macchietta impazzita.Eppure era questa l'immagine pubblica di Capote e il suo essere omosessuale dichiarato negli anni 50/60,i suoi vezzi narcisistici,la sua aristocratica eccentricità facevano parte dell'uomo pubblico,spesso bugiardo e manipolatore come ammetterà egli stesso più volte.Eppure McGrath ci mostra anche il Capote più intimo,quando il film abbandona definitivamente i toni di commedia per diventare una tragica discesa verso una tragica storia di parole mai dette.A differenza del Capote di Bennett Miller,McGrath ci tiene a farci capire di come possa crearsi un contatto(non certo facile)tra un dandy moderno che frequenta i salotti bene e un reietto della società,l'assassino Perry Smith,che appartiene ai gradini più bassi della scala sociale.E qui va dato un encomio speciale a Daniel Craig,duro e ruvido da ricordare Johnny Cash,che pur non avendo il fisique du role(il vero Smith era mingherlino),spazza letteralmente via Clifton Collins jr che interpretava lo stesso ruolo nel film precedente. Il fatto che
Craig diventi il vero protagonista della vicenda ci fa un pò rimpiangere la sua decisione di diventare il nuovo Bond che allontanerà le sue doti da ruoli ben più complessi e meritevoli di nota.La maniera in cui un sicuramente brutale assassino che,inspiegabilemente accomoda le sue vittime ed impedisce al suo compare di violentare la ragazzina,porta a rivelare un animo gentile e artistico castrato dalla brutalità del destino mostra a Capote come siano le due facce di una stessa medaglia.Come la vita,che comunque aveva portato via degli affetti allo scrittore,era stata più cinica ancora con la sua controparte.Capote e Smith diverranno un tutt'uno,prigioniero della legge l'uno e della personalità dell'uno l'altro in una metaforica forma della sindrome di Stoccolma,dove alla fine chi sopravvive non riuscirà più a riprendersi.
Infamous vuol essere la dottrina del motto per cui l'opera dell'artista lo priva sempre più di qualcosa fino a rinchiuderlo in se stesso.Come avvenne a Capote.

di Gianluigi Perrone

CAPOTE

Truman Capote era già una star,un personaggio ambiguo ed amatissimo dal jet set newyorkese,già giovane autore di opere che sarebbero divenute immortali quando,tra il '58 e il '66,si apprestava a scrivere l'opera che non solo l'avrebbe consegnato alla storia della letteratura mondiale ma che avrebbe anche cambiato il modo di scrivere.E sicuramente non sapeva che "In Cold Blood",il suo successo sempiterno,sarebbe anche stato il romanzo che gli avrebbe rapito l'anima e lo avrebbe privato della propria dote.
A Sangue Freddo nasce come la cronaca di un evento di sangue avvenuto in Kansas.Un'intera famiglia massacrata da due balordi per pochi dollari.A Capote non interessava raccontare il fatterello in sè ma voleva catturare,nella sua infinita sensibilità,ciò che per quella comunità aveva significato un atto talmente feroce e primordiale. Quando Capote avrà modo di conoscere dal braccio della morte uno dei colpevoli,Perry Smith,scoprendone l'animo nobile nascosto dietro il brutale omicida,capirà che la faccenda richiede un maggiore respiro.Truman Capote donerà tutto se stesso per consegnare alla pagina l'intensità di quei giorni con Smith.
La vicenda di Capote è talmente affascinante che non necessita di particolari orpelli per essere raccontata. Eppure lo scrittore meriterà(ed avrà come vedremo)ben più che il biopic freddo che ha realizzato Bennett Miller.Il film si poggia esclusivamente sull'interpretazione di Philip Seymour Hoffman che è effettivamente nato per incarnare Truman Capote e che attraversa lo schermo in punta di piedi ma incredibilmente intensamente come ci ha sempre dimostrato fino ad adesso.Però "Capote" non sembra altro che il bel compitino perfettino che piace all'Academy e che non scava nell'anima dell'artista e da per scontati i perchè e per come.Alla fine abbiamo una serie di eventi passivi e spesso insensati perchè non permeati dall'essensa vispa,vibrante e vivida che era il senso di Truman Capote.

di Gianluigi Perrone

BLACK DAHLIA

Quando ormai 20 anni fa James Ellroy diede alle stampe la sua personale interpretazione su quello che fu uno dei delitti più chiacchierati degli anni '50,la raccapricciante morte della 22enne Elizabeth Short,era già destino che la carta stampata divenisse materiale per Hollywood. Diversi nomi si era avvicendati alla regia,tra cui quello di David Fincher che alla fine si occuperà di un'altro caso insoluto americano,The Zodiac Killer,fino all'interessamento di Brian DePalma,concretizzatosi nell'enigmistico noir che trattiamo. Elizabeth Short era una giovanissima aspirante starlette di Hollywood che aveva una vita segreta fatta di sesso promiscuo e frequentazioni ambigue. Chi l'abbia torturata per giorni fino a sezionare in due pezzi il corpo,svuotarla delle viscere e sfigurarla in maniera agghiacciante non è ancora dato sapere e forse rimarrà un mistero per sempre. Fatto sta che una tale atrocità aprì,come spesso avveniva,uno squarcio nell'opinione pubblica che divenne morbosamente attirata dall'evento. La polizia di Los Angeles,fortemente interessata a guadagnare privilegi dal sensazionalismo dilagante,metterà i suoi migliori segugi sulle tracce dell'assassino.E poi nulla più.Ellroy,forse il miglior tessitore di noir vivente,dà la sua personale interpretazione dei fatti scavando nelle sordide vite dei poliziotti e degli indagati sui quali la tragica figura della Shorts aleggia eterea.
Chi ha letto il romanzo troverà,da parte di DePalma,una esatta riproduzione degli eventi narrati con una evidente dilatazione cronologica di alcune situazioni.La Dalia Nera di DePalma si aggira tra una serie a volte macchinosa di misteri e intrighi che macchiano le vite dei protagonisti. Su tutti i due poliziotti ossessionati dal delitto,soprannominati "Fire and Ice",Bucky Bleichert(un Josh Hartnett bravissimo nonostante troppo giovane per la parte) e Lee Blanchard(un ottimo Aaron Eckhart)che divisi tra donne misteriose,spietate e traditrici,consumeranno le proprie vite.
DePalma riprende letteralmente l'atmosfera dei noir anni 50(sarebbe stato curioso se il film fosse stato in bianco e nero)e la adatta al suo stile ed ai suoi virtuosismi.Lo stile è pacato e fumoso,dipanandosi verso vicende impreviste.L'unico neo è l'aver voluto abbandonare la vicenda della Dalia Nera,che nel libro aleggiava sempre presente come un fantasma silente,per occuparsi di snodi della trama abbastanza vacui.La scelta,probabilmente,è dovuta al fatto che il personaggio interpretato da Scarlet Johansson nel libro ha uno spazio marginale mentre nel film si è voluto far valorizzare l'attrice.A discapito della narrazzione che perde di fluidità e di atmosfera.Inoltre la Johansson deve lasciare scena sia a Hilary Swank,in un ruolo insolitamente sensuale e perfido,che soprattutto alle sporadiche ma significative apparizioni della Dalia,l'attrice televisivaMia Kirshner,che ircarna la vuota disperazione di Elizabeth Short,così giovane ma già così svenduta alle disillusioni sul mercato della depravazione della L.A. bene. Un'anima cannibalizzata la cui figura sfuggente è stata cannibalizzata dai media oltre la sua orribile fine,congelata per sempre in un osceno sorriso.

di Gianluigi Perrone