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Tra il Giugno del '62 e il Gennaio del '64,quando ancora il termine serial killer non era stato coniato e diffuso,Albert DeSalvo violentò ed uccise 13 donne tra i 19 e gli 85 anni,mettendo in totale panico l'opinione pubblica e la polizia di Boston,senza apparentemente rendersene contro. Richard Fleischer dirige i momenti salienti di questo fatto di cronaca,analizzando principalmente l'effetto che ebbe la scoperta di una tale morbosità sulle coscienze degli americani. Un evento del genere scoperchiò un vaso di Pandora che metteva in luce come la fredda e morigerata comunità di Boston ospitasse al suo interno un numero insospettato di pederasti,pervertiti,maniaci e psicopatici. "Figuriamoci cosa c'è a New York" chiosa un poliziotto,analizzando le sevizie dello strangolatore sul corpo di una vittima. Tra gli innumerevoli sospetti che la polizia di Boston contattò c'erano una quantità impressionante di invertiti più o meno conosciuti ma quando,per un puro caso, l'assassino si rivelò come un immemore padre di famiglia che usciva di casa a mietere morte senza pietà per poi dimenticare ogni cosa,l'America si domandò cosa,della propria società,appartenesse a quell'uomo. Nella parte iniziale,caratterizzata dalle indagini dei Detective Di Natale e Bottomly(George Kennedy e Henry Fonda),Fleischer fa un uso massiccio dello split-screen,frammentando sapientemente lo schermo ogni qual volta ci si trova a commentare i delitti ,come a voler sottolineare l'esistenza di un patchwork sia di indizi che(e soprattutto)di ricordi sepolti nella mente dell'assassino. In questo primo tempo il regista si concentra principalmente nella costruzione tecnica del montaggio e la sovrapposizione degli schermi spesso risulta perfettamente congeniale alla trama. Nel momento in cui ci dirigiamo verso la verità,il regista alza i toni e dallo spiare tra i riquadri dello schermo,ora l'esplosione di violenza degli omicidi ci è esplicitamente mostrata insieme al volto ed al vero modus operandi del killer, accompagnata da una intensa carica sessuale delle immagini. Nella seconda parte Fleischer abbandona qualsiasi virtuosismo per dedicarsi a piani più lunghi e meditati,concentrandosi sul lavoro degli attori. Quando l'interesse si sposta sull'analisi psicologica del fenomeno della schizofrenia e dello sdoppiamento di personalità dell'individuo,l'intera seconda arte della pellicola si poggia sulle spalle di Tony Curtis che,imbolsito ed emotivamente provato,dà un'ottima prova recitativa modellandosi sulla figura del vero killer seriale. Nel momento in cui DeSalvo viene accompagnato verso la consapevolezza dei propri crimini,Curtis mima su uno sfondo bianco come l'inconscio del persecutore perseguito dalla follia,i propri atti delittuosi,raggiungendo le vette più alte della sua carriera di attore. DeSalvo non sarà mai completamente incriminato per diversi vizi di forma,tanto che,all'uscita del film nel '68,l'indagine è ancora aperta. L'uomo verrà trovato accoltellato in cella da sconosciuti,archiviando così qualsiasi dubbio ad opera di quella subgiustizia spesso in uso negli States in casi del genere.di Gianluigi Perrone
Dal regista di TETSUO e TOKYO FIST, un film dalla potenza visiva impressionante, movimenti di camera anfetaminici e innovativi come già in TETSUO. Un bianco e nero che fa di ogni immagine una fotografia da osservare, Poco più di un’ ora e venti minuti per una storia che sembra lei stessa dare vita la film, ricca di personaggi sopra le righe ma pregni di una densa disperazione metropolitana. La gang di rocker che si scontra con la gang di punk in una Tokyo decadente è quasi surreale nella sua crudezza. Frase di impatto che racchiude tutta la rabbia di una città, recita più o meno: “Nei sogni si uccide chi si vuole e non si viene mai presi, a Tokyo si vive un sogno”.La colonna sonora si distingue tra lunghi silenzi che accompagnano fermi immagine e pezzi industrial post-atomici. Scene di pugilato estreme che non possono che richiamare TOKYO FIST e spezzano con le sequenze statiche in maniera improvvisa come un colpo di pistola, tema principale è appunto una pistola, il desiderio di un uomo ferito di avere un’ arma per compiere una vendetta che va più contro se stesso che contro altri. Si respirano le atmosfere di TETSUO in più punti, metallo e trasformazione del metallo sono solo accennati, non vi è fusione biomeccanica, ma Tsukamoto mantiene il suo stile di quella Generation X (l’onda cyberpunk) che lo ha reso celebre, termine che casualmente, ma fa pensare, è omonimo al gruppo di Billy Idol degli inizi e che molti anni dopo interpreterà un videoclip significativo quale “Shock to theSystem”, ispirato senza dubbio al classico del regista.di Davide Casale
Il segreto sta nel "come".Come sia possibile che Spike Lee dia le sue prove migliori ogni volta che si avvicina al genere rispetto alle sue escursioni alte sulla mid-class coloured(e non)newyorkese. Intendiamoci,Inside Man non raggiunge le vette sublimi di un "la 25a Ora" o "Summer of Sam" ma diventa il mezzo con cui si può apprezzare al meglio l'immenso talento stilistico del regista.L'"anima nera" di Brookling per la prima volta si spinge su un terreno sdrucciolevole come quello dell'action commerciale,con nomi da cartellone altisonanti e plot decisamente catchy ma riesce a plasmarlo sapientemente a sua immagine senza,per fortuna,quasi mai strafare.La sceneggiatura dell'esordiente Russell Gewirtz,precedentemente proposta a Ron Howard è pressochè perfetta,nella sua semplicità. Lo scrittore non fa altro che comporre sapientemente l'architettura di quella che a tutti gli effetti è la rapina perfetta. Dall'oscurità di una cella,il protagonista rapinatore ci invita presuntuosamente a osservare che il "dove","quando" e "perchè" del suo atto criminoso siano pressochè ovvi ma è il "come" la chiave del gioco. Un gruppo di rapinatori entrano in una banca armati e travestiti ed invece di portare via il denaro si chiudono dentro con gli ostaggi e li fanno vestire tutti come loro. A questo punto sono tutti colpevoli e nessuno è innocente. Il gioco però,scende molto più in fondo,verso trame che affondano la loro origine in eventi oscuri appartenenti a un passato sepolto.Quello che poteva essere solamente un buon thirller diventa "a Spike Lee Joint" nel momento in cui nella vivida cornice di Manhattan,il carosello di razze,religioni e culture che la popolano entra in conflitto su un fatto macroscopico che smuove le vite dei protagonisti di questa nostra era. Al di là degli ormai caratteristici carreli,riprese frontali e movimenti di camera che da sempre sono il marchio di fabbrica di Lee,sono le ellissi umane che si intrecciano nella vicenda a rendere palese che ci si trovi davanti a un lavoro del regista newyorkese. Come in ogni suo lavoro i protagonisti folleggiano sullo schermo,con il solito Denzel Washington che incarna ogni dettame della cinematografia di Lee lasciando però lo scettro di vero vincitore a Clive Owen,che dà una prestazione quasi prettamente mimica dato che recita quasi sempre col volto coperto. Sono le sottotrame dei personaggi secondari però a caratterizzare il circo. Il ragazzino che parla come un gangsta rapper,il poliziotto xenofobo e menefreghista,il Sihk comicamente preso per arabo e maltrattato dalla polizia sono i punti dove Lee ci dice "questa è New York,la Babilonia dell'Era Moderna".Come non poteva mancare il riferimento politico celato forse un pò troppo per un pubblico europeo ma eclatante in patria. E' chiaro che le figure di Christopher Plummer e Jodie Forster(brava chiaramente ma anche inusualmente sexy)siano state aggiunte in un secondo tempo nella sceneggiatura per sottolineare i poteri occulti e i criptomeccanismi della classe dirigente americana che muove il suo potere su ingranacci che macinano carne umana senza alcuna pietà.Senza voler rivelare troppo,è curioso come il personaggio di Plummer sia chiaramente inspirato al nonno dell'attuale presidente degli Stati Uniti,per cui padre di George Bush Senior,che creò il suo impero finanziario nella stessa maniera dell'uomo d'affari nel film. Uno scandalo che vuol far riflettere su come gli attuali poteri che dirigono gli USA e il mondo si poggino tranquillamente su un enorme manto di carne morta e sul fatto che la corsa al potere senza alcuno scrupolo sia un evidente vizio di famiglia. Forse il film si perde un pò in un finale troppo didascalico e francamente eccessivamente risolutore ma modula,nell'ultima immagine,tutta l'ironia e personalità di un autore così istrionico.di Gianluigi Perrone
Più che come regista,Wai Ka Fai è arcinoto per gli amanti del cinema di Hong Kong per aver fondato insieme a Johnny To,la Milkyway,una etichetta fondamentale per lo sviluppo del cinema action e noir di Hong Kong.Svestiti i panni di produttore,Wai Ka-fai si cimenta ancora una volta nella regia con una pellicola che con le pellicole a cui è accostato il suo nome ha a spartire solo il ritmo fretenico.Infatti the Shopaholics è una commedia che guarda dichiaratamente al mercato occidentale in quanto a temi e situazione.La definizione che dà il titolo si riferisce ad una fantomatica(ma realmente esistente)mania che riunisce i termini "shopping" e "alcoholic".La protagonista femminile infatti,Fong Fong-Fong,interpretatta da Cecilia Cheung,non può fare a meno di dare fondo al portafogli ogni qual volta si ritrova in un centro commerciale.Questo sofisticato e moderno tipo di psicopatologia naturalmente la mette in gravi guai economici e in situazioni decisamente surreali.Fong a questo punto dovrà dividersi tra la possibilità di sposare il suo analista(e quindi curarsi) oppure un ricco rampollo che le fa la corte.A questo aggiungiamo Ding Ding-Dong,promessa sposa di quest'ultimo che insidierà il velo della protagonista.Con una girandola di personaggi assurdi e di situazioni tipiche di una commedia leggera come questa,si condurrà tutto verso il prevedibile happy ending.Al di là del fatto che spesso queste commedie sono una flebo,forse il problema principale del film è l'eccessiva frenesia che punta a non far annoiare mai lo spettatore ma che "incasina" notevolmente la trama.Prendendolo per quello che è,The Shopaholics mantiene quello che gli viene chiesto e sicuramente verrà apprezzato sia dal pubblico in patria che qui in occidente.E' infatti molto probabile che la storia,che parte da uno spunto decisamente frivolo e assolutamente sovrapponibile alla mentalità consumistica americana,venga acquistata da Hollywood per un ennesimo remake con i soliti Hugh Grant,Julia Roberts,Cathrine Zeta Jones e Richard Gere.Vedremo se la previsione avrà seguito.di Gianluigi Perrone
Divertentissima commedia degli equivoci del giovane regista esordiente Lee Seok-Hoon(dopo i due corti For the Peace of All Mankind e Super Glue)See You After School(Banggwa-hu oksang)è l'ennesima prova di come,nonostante qualche scivolone recente,il cinema koreano sappia produrre opere interessanti e "superiori" rispetto alla nostra media. La pellicola racconta le vicende del "caso clinico" Namgung Dal ,talmente "nerd" da essere sottoposto a studi specifici che realizzino le cause della sua sfiga immane. Questa caratteristica non può che scatenare le ire dei soliti bulli,che a scuola torturano letteralmente il povero Dal e i suoi "simili".Quando il gruppo di pestatori più duri della scuola darà appuntamento all'improbabile personaggio per il Nostro scattera un fatale conto alla rovescia verso la morte certa,durante il quale cercherà in tutti i modi di scampare al fatale destino,aiutato da un'altro surreale personaggi,Yeong-seong,esperto nel mimetizzarsi per evitare i sistematici pestaggi.Purtroppo il destino rio e infame genererà le situazioni più rocambolesche e surreali tali da impedire a Dal di sfuggire al tanto temuto incontro.Paradossalmente però,gli eventi impossibili porteranno a far sì che intorno a Dal si crei un mito di invincibilità e pericolosità(alimentato dal pallonaro della scuola)per cui i suoi carnefici faranno un'inaspettato dietro front per allearsi con lui.La ovvia catarsi finale vuole che alla fine il protagonista prende coscienza di sè e i poveri sfigati abbiano la loro rivincita contro le angherie subite.Al di là della trama,perfetta e funzionale come una bomba ad orologeria,la regia appare immediatamente perfetta e,come spesso nelle produzioni koreane,virtuosa come è raro in produzioni in fin dei conti leggere come questo.Grandissima prova di personaggi,tra tutti il protagonista Bong Tae-gyu(Jungle Juice),perfettissimo e di una fisicità unica.Pare di vedere Benigni nei periodi d'oro e le spalle non sono da meno.Ci si sbellica alla grande tenendosi la pancia e l'atmosfera leggera e surreale riesce anche a giocare con lo spettatore grazie a diverse,ciniche,intuizioni di script.di Gianluigi Perrone
Primo film per il giovanissimo regista sud koreano Kwang-Hyun Park e vincitore del primo premio assegnato dal pubblico all'ottava edizione del Far East Festival. Film blockbuster in Korea con 8.000.000 di biglietti venduti nella sale.La trama si situa durante la seconda guerra mondiale, un militare americano e un gruppo di soldati koreani di fazioni opposte si trovano in uno sperduto villaggio in mezzo ai boschi. Saranno trascinati in quel luogo dall'incontro casuale con una dolce fanciulla con dei problemi a livello psicologico. Pian piano si integreranno con le presone del villaggio ma soprattutto inizieranno a non vedersi uno con l'altro come dei nemici, a tralasciare i colori delle loro divise e a vedersi come uomini e non come burattini. La fanciulla che compare anche della locandina del film rappresenta l'innocenza, lo si intuisce quasi da subito. Il film come si può dedurre già dalla trama è una metafora sull'innocenza, sulla lealtà e sopratutto sul concetto di pace, la quale viene rappresentata con una semplicità degna di un bambino. Il regista stesso prima della proiezione a Udine, in anteprima Europea, sotolinea il film come strumento per la pace.Non a caso sottolinea come film che l'ha ispirato "La vita è bella" di Benigni. Tecnicamente il film è ottimamente ralizzato, il budget è stato senz'altro ampio e il regista in alcuni punti si lascia andare a dei virtuosismi che lasciano davvero a bocca perta, virtuosismi visivi mai lasciati al caso dato che nascondono significati che fanno pensare e che non sono per nulla difficili da intuire appunto per il fatto della visione innocente e bambinesca, ma non per questo banale. Alla fine della proiezione.L'applauso dura svariati minuti, facendo commuovere il regista stesso e parte stessa della platea.Tirando le somme il film ha meritato il premio, certo è un blockbuster e sicuramente andrà in contro a critiche anche feroci, non si può negare però un gran talento nel creare un visione innocente, nel caraterizzare personagi simbolici ad arte e poi la scena dei "pop corn" e non aggiungo altro, è davvero indimenticabile e non a caso è scoppiato un applauso dalla platea sebbene fossimo in piena proiezione.di Davide Casale
Nell'ambito della commedia uno dei più noti registi Tailandesi. Questo bizzarro film, non solo per i canoni completamente differenti da quelli occidentali, è una sorta di ibrido della vicende di Romeo e Giulietta. Quello che colpisce fin dalle prime inquadrature è un uso innovativo dei colori. Il cielo e i colori della campagna sono filtrati dando un effetto distorto che sarebbe quasi onirico se i personaggi in primo piano non fossero estremamente nitidi e in linea con il bizzarro effetto cromatico.Il lavorto dei costumisti in questo film appare subito molto vasto ed estremamente curato non solo per quanto riguarda i protagonisti ma anche per i personagi secondari e le semplici comparse.Per quanto riguarda la trama semi shakespeariana vediamo uno zio e un nipote, quest'ultimo innamorato di una ragazza più ricca e già promessa ad un personaggio estremamente bizzarro, il quale con i suoi due scagnozzi (molto simili ai bravi di Manzoni seppur in maniera delirante)è uno dei personagi più esilaranti della pellicola. Lo zio invece ama gli animali, è sempre pronto a prendersi cura di loro ma la donna che lo ama viene al contrario trattata come una pezza da piedi. Le cose cambieranno quando le due donne dovranno recarsi a Bangkok e loro si troveranno da soli..Il film non mette in campo una trama originale e tanto meno ricca di sorprese, ma l'uso dei colori, quasi ipnotico, e la tempistica pressochè perfetta rendono quest' opera molto interessante e mai noiosa. Senz'altro da vedere per l'innovazione e per farsi due risate diverse dal solito.di Davide Casale
Difficile pensare che mentre dirigeva Bangkok Loco,Pornchai Hongrattanaporn(ma si chiama veramente così???)non pensasse alla realtà lisergica degli acidi e dell'lsd.La commedia musicale thailandese più assurda di tutti i tempi,punta tutte le sue carte sulla frenesia di musica e colori stroboscopici che vivacizzano lo schermo.Non che se ne capisca molto ma,cercando di tratteggiare una trama,si potrebbe cominciare dalla fuga di Bay,un promettente batterista stralunato che ha formato la sua preparazione quasi shaolin con un maestro alquanto bizzarro ed aspire ad arrivare al decimo grado di potenza nell'arte del drumming.Quando qualcuno cerca di incastrarlo su una serie di omicidi,si troverà ad indagare con alle calcagna un temibile quanto surreale ispettore di polizia,fino a scoprire le forze oscure che tramano per acquistare il potere.Lasciate perdere la storia.Se dopo un quarto d'ora di Bangkok Loco siete ancora lì,non conviene far altro che farsi trascinare nella incredibile quantità di assurdità e sfumature cromatiche presenti nel film.Il regista tenta qualsiasi espediente cinematografico per creare una frenesia lisergica nelle azioni.La comicità demenziale dei personaggi punta ai massimi livelli senza dare un'attimo di tregua allo spettatore.Numerose le citazioni cinematografiche anche se completamente fuori luogo.Complessivamente il film è un'idiozia ma,puntando tutto sul ritmo dichiaratamente da videoclip e sulla comicità da bagaglino,non può che divertire grazie al suo stile decisamente inedito.Da vedere in "smokorama".di Gianluigi Perrone
L'antica figura dello shinobi è stata comunemente diffusa in occidente da un noto videogioco della Sega.In realtà il termine indica una schiera di ninja particolarmente abile che servivano i regnanti durante il periodo Heian(tra il 794 e il 1185).Ten Shimoyama,dopo un'incursione nell'horror con St John's Worth e una nella commedia romantica con About Love,riprende il mito di questi guerrieri del mito nipponico.Durante parte dell'era Tokugawa,i due clan ninja,Iga e Koga, sono in eterna lotta.Una guerra sanguinosa che falcidia le vite degli abitanti dei villaggi nascosti.Per mettere fine alle belligeranze,viene deciso che i cinque membri più letali dei clan,gli shinobi appunto,dovranno fronteggiarsi fino alla morte.A capo di essi vengono scelti la giovane Oboro,nipote di Ogen,la matriarca degli Iga e Gennosuke,figlio di Danjo Koga,leader dell'omonimo clan.I due giovani si rifiuteranno di combattere,straziati dall'amore dell'uno verso l'altra.Tuttavia,quando Gennosuje troverà il corpo del padre morto,ucciso dal clan Iga,troverà il sentimento di vendetta più forte dell'amore per Oboro.Il film di Ten riprende evidentemente il mito di Romeo e Julietta trasponendolo nella tradizione popolare giapponese e condendolo con una dose massiccia di arti marziali.Se ,infatti,ad uno sguardo superficiale,Shinobi può sembrare una storia d'amore tout court,in realtà ricerca come metodo attrattivo principale la massiccia dose di arti marziali.Tendente ad un mercato anche e soprattutto occidentale,il film propone le varie tecniche Ninja in varie salse,senza lesinare su effetti speciali visivi.Paradossalmente le caratterizzazioni dei personaggi ricordano molto da vicino quelle degli X-Men e di altri supereroi Marvel(e non) in quanto a poteri ed abilità.Così vediamo un clone di Wolverine con tanto di lame sulle mani,Yashamaru la cui tecnica marziale prevede l'estenzione di tentacoli che non possono non far venire in mente il Doctor Octopus,il bacio avvelenato di Kagero è preso pari da Poison Eve alla quale viene aggiunto il dramma dell'impossibilità di relazionarsi(come Rouge)e Kisaragi Saemon ha la capacità di teletrasportarsi e di rubare le sembianze altrui come la blu-squamata Mystique e il suo simile Nightcrawler.Nonostante questi poteri fossero da tempo leggendariamente riferite ai ninja non si può non notare un rimando al mondo dei comics americani e purtroppo Ten sembra puntare troppo su questo lato della vicenda omettendo completamente interi paragrafi di storia,il che rende la trama spesso noiosa e ampollosa.Indubbiamente l'interesse della produzione era creare un blockbuster di fattura sontuosa che potesse essere venduto anche in occidente e non ci stupiremmo se il film venisse venduto anche in Italia,tuttavia siamo ben lungi dall'avvicinarci ai risultati di Bryan Singer e anche volendo cercare nella tradizione cinematografica nipponica,Shinobi non riesce ad emozionare come quel gioiellino che è Duel to the Death,che contava su mezzi molto più arcaici.Shinobi,che potenzialmente poteva dare molto di più,rimane un puro divertissement che lascia il tempo che trova.Un'occasione in parte sprecata.di Gianluigi Perrone
Oramai adottato dagli organizzatori del Far East Festival di Udine,Pang Ho-cheung,già autore degli interessanti I Shoot,You Shoot,A:V: e Beyond our Ken,dimostra di essersi evoluto in maniera sorprendente regalandi un'opera a dir poco strabiliante che ha ovviamente meritato l'Orso d'Oro alla Berlinale.Un ruvido poliziotto corrotto di Macao,Shing, ha le ore contate prima che lo stato,oramai intenzionato a fare piazza pulita del marcio delle istituzioni,lo faccia rinchiudere.Macao,sotto il governo portoghese,sta tornando alal Cina(è il '99)e tutto sta per cambiare.Braccato e nei guai fino al collo si da alla promisquità sessuale,portandosi donnacce a casa e ubriacandosi continuamente.Incontrerà una notte Yan,con cui farà sesso per poi scoprire che si tratta della figlia che non vede da anni.Yan,cacciata di casa perchè impossibilitata a pagare l'affitto,si piazzerà a casa di Shing cercando di creare una rapporto che non è familiare e non è amoroso.E' un ibrido astratto che nel tempo diventerà intensissimo.Fantastica regia di Pang,che colorando in una fotografia sgranata e avvolgente che ricorda quella del messicano Amoresperros(del quale il sottoscritto ha notato anche delle citazioni probabilmente involontarie),racconta una storia di una coppia impossibile e allo stesso tempo speciale,la storia di due membri dei gradini bassi della società,due reietti sciolti nella disperazione dei bassifondi di Macao,con nient'altro come anestesia al dolore che il bere e il sesso e un'amore impossibile.Scandito da una colonna sonora completamente ispanica,come molti rimandi iconografici nel film,Isabella è un film di attori,un duetto perfetto bilanciato dai contrasti accesi.Il minimalismo del ruvido volto di Chapman To contro la sensuale energia della giovanissima e bellissima Isabella Leung,già una stella in patria della musica pop e presto anche del cinema,ci scommettiamo.Nonostante la Isabella del titolo sia la cagnolina perduta di Yan,il titolo vuole evidentemente far risaltare l'interpretazione della giovane attrice che giganteggia in ogni inquadratura.Volgare,eccitata,furba e frenetica,la piccola Yan è la voce di una disperazione interna troppo profonda per non trasformarsi nel grido sguaiato di un ubriaco.Intensa e necessaria,ci aspettiamo che diventi l'attrice feticcio di Pang visti i risultati egregi di questa collaborazione.Ad impreziosire questo già splendido gioiello,Pang ha voluto una serie di simpatici caemo tra cui Shawn Yue,Josie Ho e il mitico Tony Wong in una divertente performance.
di Gianluigi Perrone
Il film d'esordio di Han Jae-rim,scritto a quattro mani con il collega Goh Yoon-hee,si arrischia nello spinoso argomento della violenza carnale cercando di provare a darne una interpretazione più angolare,evitando facili moralismi.Hong,interpretata da Kang Hae-jeong già protagonista femminile del fortunatissimo Oldboy,è un'insegnante in tirocinio nella fase importante della sua carriera e le viene assegnato Yu come tutor. Questi la insidierà in maniera molto spicciola insistendo per intraprendere una relazione sessuale con la giovane.Hong,tendenzialmente fredda e riluttante a una situazione che per la mentalità coreana è abbastanza scandalosa,si troverà suo malgrado a iniziareuna storia non esattamente consenziente.Impelagatisi in così vorticose acque è innegabile affogare nelle malelingue e,all'affiorare dello scandalo le reazioni saranno inaspettate.Con una veste di commedia romantica che ironicamente detta "le regole dell'appuntamento",Han tenta,non perfettamente con successo,di dare dignità a una relazione che si basa sull'elemosina di una liason in cambio di un favoritismo sul lavoro,confrontandosi con amplessi rubati tra i fumi dell'alcohol e penetrazioni sparse.Kang Hae-jeong si dimostra ancora una volta l'attrice più disinibita del panorama mainstream coreano in quanto bella,brava e consenziente seminatrice di notevoli scene di sesso.Tendenzialmente Han tenta una regia più raffinata e meno sofisticata dei suoi colleghi compaesani.L'intenzione di far collimare i topoi della commedia romantica con le implicazioni morali del mobbing e della molestia sessuale.Nonostante sia piacevole,il film si perde in alcune falle di sceneggiatura,dice e non dice e purtroppo omette argomentazioni importanti al fine della narrazione.
di Gianluigi Perrone
Nel 1986,per i 5 anni successivi la provincia di Gyeonggi,nel cuore del Sud Corea visse nel terrore di un feroce serial killer cheincaprettava,violentava e infine strangolava le proprie vittime,durante le notti di pioggia,abbandonandole subito dopo l'atto criminoso.A tutt'oggi l'assassino è rimasto inpunito. A tre anni dall'ispiratissimo e divertente Barking Dogs Never Bite,Bong Joon-Ho si interroga delle cause di questa falla giudiziaria e,partendo da una piece teatrale che riprendeve gli eventi del tempo,si immerge in intenso thriller che cerca di ripercorrere le orme degli investigatori e di riflettere sulla condizione culturale e politica del proprio paese in quel periodo. La provincia coreana che ci viene mostrata è infatti fortemente conservatrice e ignorante,dilaniata dalla repressione di uno stato di polizia e dal compiacimento della stessa per i metodi spiccioli e violenza.In questa realtà rurale e per certi versi pura,operano il detective Park e il detective Cho,ottusi sbirri di provincia dai metodi spicci e dall'etica professionale praticamente nulla.Totalmente invisi a un tipo di indagine di questa portata,cercano di imporre come colpevole un povero ritardato(il bravissimo attore teatrale Park No-shik)arrivando a falsificare le prove.A loro viene affiancato l'ombroso e chandleriano detective Seo(Kim Sang-kyung),della polizia di Seul,che segue le indagini amorali dei colleghi con muta rassegnazione.Sicuramente un film di attori,Memories of Murder è un'altra prova eccelsa di Song Khang-ho,attore feticcio di Park Chan-wook e stupendo interprete di the Foul King al quale si affianca un bravo caratterista come Kim Roe-ah già in Barking Dogs ma anche in Whispering Corridors,H,Save the Green Planet e successivamente in A Bittersweet Life.Senza cercare di ripercorrere i passi dei modelli americani del thriller,Bong percorre la via della distensione e dell'ironia amara per tratteggiare i cambiamenti epocali di una nazione all'ombra di un evento macroscopico che investe una terra grezza.Un pò come per i migliori Fratelli Coen(quindi non gli ultimi),i detective sono immersi in una realtà msiconosciuti in balia degli eventi che non comprendono a causa di una ottusità non innata ma che poggia su sovrastrutture radicate profondamente nella società,in questo caso,coreana.E quindi vediamo i detective ironizzare ottusamente sugli omicidi su cui indagano mentre lo stato tiene la faccenda nel minimo interesse,prediligendo occuparsi di reprimere le lotte interne che ancora oggi fanno del suolo coreano un campo di controsensi evidenti.Volendo ricondurre a eventi nostrani,un pò come il delitto di Conge,quello del serial killer coreano è un caso viziato da indagini incompetenti e superficiali,immaturamente portato avanti da parvenu consenzienti.Un ritratto amaro di una piccola comunità che diviene universale grazie alla perizia con cui viene raccontato,andando a scomodare sfumature umane troppo spesso trascurate in un genere come il thriller.Questa centripeta modularità rende il lavoro di Bong estremamente esportabile e paradossalmente anche così intimo e personale.
di Gianluigi Perrone
Divertentissimo esordio del talento coreano Bong Joon-ho che riconfermerà in maniera completamente diversa in Memories Of Murder.Barking Dogs Never Bite,letteralmente "Can che Abbaia non Morde",è una finissima commedia indipendente sugli usi e costumi peggiori della società coreana che ben si prestano ad un'analisi più generale a conferma del proverbiale tutto il mondo è paese.Con una fine ironia nera Bong ci racconta le nevrosi metropolitane di personaggi comuni esasperati dallo stress.E quindi incrociamo le esistenze un assitente universitario frustrato e fallito che tenta di liberarsi dei fastidiosissimi cagnolini d'appartamento delle vicine,un assurdo omino delle pulizie che invece li fa sparire per cucinarli alla piastra mentre un barbone lo imita tentando di farne spiedini(ricordiamo che la cinofagia era ed è tutt'ora in alcune zone della Korea usanza comune).Il tutto crea la psicosi del "serial killer di cuccioli" che mette in moto una tipografa in cerca di notorietà a tutti i costi e un pò meno la sua pigrissima amica sovrappeso.Su tutto ciò sovrasta un grande condominio che nasconde le fisime,i soprusi,le gioie e i dolori della borghesia mediobassa metropolitana,su cui Bong ironizza con una compiaciuta scorrettezza politica.Ad accomunare Barking Dogs al successivo Memories è la priga alienazione dei personaggi che si lasciano trascinare dagli eventi più bizzarri senza reazioni apparenti se non minime o fuori luogo.Il cinismo sociale che guarda più al frivolo,al bene di consumo,all'oggetto di valore che si frantuma mentre viene perpetrato un atto amorale.Il tutto raccontato con buon equilibrio delle parti,dispensando divertenti leggende metropolitane come quella dell'assistente specializzato in Germania che finisce sotto la metro dopo una forzata serata alcolica in cerca di raccomandazione o del fantsma di Boiler Kim che vivrebbe negli scantinati e al quale Bong dedica uno dei momenti più goliardici del film.Una raffinata commedia delle parti che mantiene perfettamente gli equilibri e diverte ma ricerca anche un perchè senza tentare esagerati sofismi.di Gianluigi Perrone
A soli due anni dalla sua morte,Hollywood prepara un biopic dedicato alla vita di uno dei più significativi e controversi artisti del panorama musicale americano che visse un'ascesa di popolarità sempre crescente negli anni e rimase imperitura fino al decesso(and over...and over...).Walk the Line ripercorre il periodo più complesso della vita di Cash,dall'infanzia repressiva straziata dalla morte dell'amato fratello Jack all'esperienza in aereonautica durante la guerra,dai primi,difficili passi nel mondo della musica ai successi sui palchi di tutti gli States e conseguente a questa ascesa una progressiva caduta nella tossicodipendenza.Soprattutto Walk the Line parla della storia d'amore sofferta tra Johnny e colei che diventerà il faro della sua vita,sia professionalmente che umanamente,la cantante country June Carter.Il loro fu un continuo inseguirsi e un rifiutarsi,una passione ostacolata sia lecitamente dal fatto che Cash era già sposato con figli,sia illecitamente dalla dipendenza dalle droghe e dall'alcohol del "man in black".Il tutto racchiuso nell'evento clou della carriera di Cash,il concerto al Foltsom Prison.Il sottoscritto non nasconde di aver riposto molte aspettative nel progetto sin dai suoi primi passi proprio poichè fan accanito del mitico J.R. e la scelta degli interpreti Joaquim Phoenix e Reese Witherspoon fatta dagli stessi Johnny & June prima di morire sembrava azzaccata nonostante evidenti differenze somatiche.E non c'è dubbio che lo sforzo attoriale dei due(e dell'intero cast nel quale ci piace far risaltare la prova di Robert Patrick nei panni del burbero padre)sia stato notevolissimo con la Witherspoon in prima linea e Phoenix che ha raggiunto momenti di crisi estremi tale e tantal'immedesimazione.Eppure Walk the Line non raggiunge lo scopo e lascia l'amaro in bocca.Pulito,sontuoso e perfettino sembra il compitino a casa buono per il sabato pomeriggio in tv.James Mangold,alla sua occasione più importante dopo una serie di discreti lavori(Identity,Kate & Leopold,Ragazze Interrotte,Copland),scrive e dirige il film in maniera errata,statica e impersonale.Privo di virtuosismi tecnici,Walk the Line è un continuo primo piano sui due protagonisti e sulla stessa identica vicenda che snatura totalmente la vita di Cash.Uno spettatore non preparato sarebbe portato a credere che una personalità complessa come quella del "man in black" era in realtà la patetica esistenza di un povero imbranato senza spina dorsale totalmente assoggettato alla futura moglie.Dove sono le notti brave in tour con Jerry Lee Lewis e Elvis Presley(qui macchiettisticamente disegnati)?Dov'è la dipendenza dalla cocaina cantata in decine di canzoni(Cash usa delle fantomatiche pillole nere)?Soprattutto dov'è il lato nero di Johnny Cash che era sì riservato,chiuso e oppresso dalle umiliazioni paterne ma non certo un imbranato nerd di periferia?Phoenix indugia troppo sui sorrisi di circostanza che non ci immaginiamo proprio sul volto roccioso e sofferente del compianto cantante e fa pesare anche la totale mancanza di physique du role(Cash era altissimo,Phoenix un nanetto).Walk the Line non riesce a catturare il vero Johnny Cash e ciò che trapela dalle sue canzoni,riducendole solo a uno sfogo pseudoadolescenziale,non scava nelle vere radici del sound definito successivamente "americana".Troppo pulito,forse proprio perchè dipingendo una delle massime icone americane,pretendeva un plot che non rischiasse troppo,che non osasse nulla e che fosse fruibile alle famiglie con i suoi dialoghi terra terra,a livelli di Autumn in New York.Johnny Cash non era questo.Johnny Cash era sangue e polvere.E pensare che questa parte l'aveva inseguita a lungo Michael MadsenForse un giorno salteremo nel cerchio di fuoco di nuovo.
di Gianluigi Perrone
Curioso il caso di Ji-woon Kim.Dopo un Two Sisters,evidente(ma elegante)surrogato del trend dell'horror asiatico,sposta il suo interesse verso il noir contro ogni previsione,dirigento questo A Bittersweet Life che,in maniera sontuosa come l'opera precedente,ricalca i passi del successo di un connazionale,Oldboy di Park Chan-wook.La Vita Agrodolce del titolo è quella di Sunwoo(Lee Byeong- Heon) mite e taciturno,quanto letale bodyguard di un potente boss della mala a cui il capo affida il controllo dei movimenti della giovane moglie Heesoo,in odore di tradimento. Il compito di Sunwoo è quello di smascherare e riferire le presunte scappatelle della ragazza,il che equivale a una condanna a morte. Sunwoo però matura un sentimento profondo per la giovane e nel momento di scegliere decide di tradire il proprio capo. Questo gli costerà caro,innescando una macchina vendicativa inarrestabile alla quale Sunwoo scamperà non senza profonde cicatrici. A questo punto toccherà a lui consumare la sua vendetta.La sceneggiatura di Ji-woon Kim,di per sè non particolarmente originale,segue più che altro le mosse di Scorsese e Tarantino,citando quest'ultimo ripetutamente quasi a far man bassa di espedienti narrativi.E quindi il plot parte dal pericoloso boss che affida al suo "uomo migliore" la propria donna,il suddetto va in giro vestito da "iena" e le sue vicende si incrociano un pò troppo spesso con quelle della sposa di Kill Bill.Eppure è Oldboy la matrice principale di A Bittersweet Life.Non solo propriamente nella sceneggiatura ma in tutte le caratteristiche principali.La colonna sonora ricalca esageratamente quelle tipiche di Yeong-wook Jo,che ha musicato la trilogia della vendetta di Park e perfino la fotografia e la scenografia ricalcano quelle di Oldboy,tanto che troviamo il protagonista su un terrazzo,in un lurido corridoio e,nel finale,in bar(il La Dolce VIta,su un'attico di lusso.E' forte il sospetto che A Bittersweet life sia un lavoro "su commissione" e evidente è il fatto cheJi-woon Kim non ha l'originalità e l'autorialità di Park. Di tutto ciò ci rimane comunque un lavoro avvincente,girato con invidiabili esperienza ed eleganza.A Bittersweet Life riesce a splendere di luce propria esattamente nel momento in cui si distacca dai suoi scomodi modelli e manifesta le sue armi migliori nelle scene di azione pura.Tranne che per la protagonista femminile,Min-A Shin, che forse meritava un pò più di spazio,assolutamente non sacrificati i tanti caratteristi perfettamente in parte che rilevano un mosaico noir di polso mutuabile sicuramente a una visione Chandleriana del genere. Evidenti i riferimenti a Frank Costello-Faccia d'Angelo di Melville sin dall'inizio e dalla caratterizzazione del personaggio di Lee Byeong- Heon che fu di Alain Delon.Rimane il rammarico per la poca personalità che l'opera riesce a donare,penalizzando l'effettivo talento di Kim che,ricordiamo,vide il suo primo exploit in The Quiet Family,rifatto anni dopo da uno dei talenti più innovativi della vicina isola nipponica,quel Happiness of the Katakuris di Miike Takashi.
di Gianluigi Perrone
Melquiades Estrada è un povero vaccaro che abbandona Jimenez,il paesino messicano da dove proviene,per arrischiarsi come clandestino oltre il confine col Texas dove,nel tempo,stringerà con il cowboy Pete Perkins un'amicizia sincera basata su valori che il mondo moderno non potrà più comprendere.Quando Melquiades verrà accidentalmente ucciso dalla guardia di frontiera Mike Norton,per Pete arriverà il momento di far valere una vecchia promessa.Questa a grandi linee è il soggetto di Guillermo Arriaga,già fortunato sceneggiatore dei successi di Innaritu,Amores Perros e 21 Grams(e del prossimo Babel)che anche questa volta palesa il suo stile personale nella frammentazione cronologica e la suddivisione in capitoli levigandolo sapientemente sui tronchi su cui si strutturavano i ruvidi western di Sam Peckinpah eMonte Hellman.Lo stesso titolo originale(the Three Burials of Melquiades Estrada)ricorda da vicino un bel film di Peckinpah,Bring me the Head of Alfredo Garcia,riprendendone l'ambientazione messicana,la struttura del viaggio e il macabro feticcio umano che scatena le azioni.La regia poteva facilmente essere prevedibile se non fosse che dietro la macchina da presa ci fosse un nome come Tommy Lee Jones,quasi esordiente in quasto ruolo se si esclude un'altro western per la tv dal titolo di The Good Old Boys.Molto probabilmente senza neanche rendersene conto,Jones prende la strada più difficile,meditativa,sincera e per cui più giusta del vecchio western old style dall'ampio respiro di più di due ore,dove l'epopeadi Pete,interpretato dallo stesso Jones,e del suo prigioniero Mike Norton,un minimalista Barry Pepper,li porta in viaggio oltre il confine messicano incontro a un mondo che non esiste più.Infatti Le Tre Sepulture si dimostra una pellicola dal forte sapore nostalgico non sono nello stile scarno ed essenziale ma anche nei contenuti.Gli eventi si susseguono stanchi e ostinati in una realtà che non riconosce più alcuni valori essenziali che fanno di Melquiades e Pete dei sopravvissuti di un'altra era.Prigionieri di un tempo dove non c'è più posto per l'amicizia,la sincerità,il rispetto.Dove un vecchio cowboy non ha più un posto da raggiungere perchè la degenerazione ha raggiunto ormai il cuore di ogni uomo,anche il più sperduto.Significativa la presenza del televisore,visto come icone e fucina dell'idiozia umana che riesce a raggiungere anche un gruppo di peones nel mezzo del deserto.Lo stesso personaggio di Barry Pepper non è un "cattivo" tout court quanto piuttosto un imbecille qualsiasi senza nè arte nè parte.Un uomo senza presente.In questa realtà malata he lo rigetta come una infezione indesiderata,Pete si ostina fino al fanatismo a inseguire il desiderio più grande del suo compagno,a riportare l'umile uomo nella sua "isola che non c'è" dove,per quanto piccolo esso sia,ogni uomo ha diritto di guadagnare il riposo eterno.Tommy Lee Jones a 60 anni dà prova di grande lucidità e personalità soprattutto nonostante una prova non completamente matura come regista,valorizzando i propri attori compresi Pepper,la brava January Jones e soprattutto Melissa Leo,la cui interpretazione rappresenta tutto il concept del film,cioè che c'è una bellezza appassita nella natura che è consapevole di esserlo e ne soffre in silenzio.
di Gianluigi Perrone
E per tre volte fu vendetta.Forte dell'exploit di Oldboy che ha fruttato riconoscimenti a livello mondiale,Park Chan-wook conclude la Trilogia della Vendetta iniziata nel 2002 col seminale Sympathy for Mr Vengeance con questo Chinjeolhan Geumjassi(La Dolce Geum Ja) titolo originale di Lady Vendetta.E per terminare lo stillicidio prende a raduno tutto il teatrino dei suoi attori feticcio(compresi Kang-ho Song e Choi Min Sik,protagonisti degli altri due film)e fa condurre le danze a Yeong-ae Lee che già aveva lavorato con lui in Joint Security Area,destrutturando la sua immagine molto glamour in patria e facendone una determinata vendicatrice in odore di santità.Park rispetta esattamente tutti i dogmi già ampiamente espressi nei precedenti film e li esplora con grandissimo talento registico.Mentre Oldboy era un orologio perfetto dove qualsiasi componente della pellicola era bilanciata quasi perfettamente,Lady Vendetta si mostra come un'opera più difficile forse più intimista e autoriale seppur vengano concesse diverse "moine" verso il mercato occidentale(non per nulla il film è parlato per buona parte in inglese).Ma sarebbe sicuramente riduttivo negare l'enorme personalità con cui Park permea le sue opere,lì dove il fine ultimo è la ricerca della purezza e della consapevolezza dell'inutilità di una rivincita morale non senza avere come tramite il dolore(sempre portato fino alla fanatismo)e alla violenza.Quest'ultima meno diretta che nel film precedente ma più incisiva e realistica tanto da essere spesso mitigata da un umorismo nero non inedito per il regista Koreano.Nella struttura cronologica frammentaria di Lady Vendetta si sviluppa la storia di Geum ja che espia un peccato mai commesso in 13 anni di prigionia dove pratica una vita da "samaritana" che però è un folle tramite verso una vendetta atroce.Ancora una volta un odio illimitato e insensato che però chiede irragionevolmente di essere espresso.Questo il vero trait d'union dei film di Park(basti vedere J:S:A e i cortometraggi,opere fuori dalla trilogia).Soprattutto qui la fede cattolica viene espressa,svelandola però come una ricerca disperata del puro(e Park in questo cita più volta se stesso)che una mera sequenza di dogmi,come vediamo nella figura negativa del prete traditore.Inutile dire che regia,fotografia,colonna sonora,montaggio sono di altissima qualità come è uso nella scuola di Park che,presumiamo,verrà presto esportata in occidente e speriamo con cognizione di causa.Forse rimane il rammarico che qui non venga espresso al massimo il talento di un grandissimo attore come Choi Min Sik che dopo le stupende performance di Ebbro di Donne,Oldboy,Crying Fist etc,qui lascia elegantemente spazio alla brava Yeong-ae Lee che se la cava più che egregiamente.Lady Vendetta pecca in alcune lungaggini che si fanno sentire quando si cerca di incastrare la incredibile mole di materiale in piazza ma è sicuramente un'opera ispiratissima e preziosa come speriamo ce ne regali ancora il nuovo idolo del cinema Asiatico,Park Chan Wook.di Gianluigi Perrone
Vite intrecciate.Sembra ormai un dictat per un certo tipo di cinema americano la composizione corale di avvenimenti di matrice random.E così è Crash,opera prima dell'oscar per Million Dollar Bay Paul Haggis,che tesse insieme i destini di una coppia di sbandati,un leader politico,una coppia in crisi,un pugno di poliziotti difronte al compromesso morale,tutti sotto il dilemma dell'identità razziale.Nella sua struttura ciclica spiroidale Crash si propone di analizzare i mille "perchè" che la società americana affronta dinanzi alla questione razziale,i differenti volti del pregiudizio unanime da parte di bianchi,neri,asiatici,arabi,umani.Ogni segmento del film ci racconta una vicenda,drammatica per lo più,in crescendo esponenziale,pregnandola di antisemitismo a diversi stadi,quello ipocrita,quello quotidiano,quello nascosto,quello volgare,quello mostruoso.Il sentore che il regista abbia cercato,forse troppo ingenuamente,di voler fare della facile morale è forte tanto che il tema portante diventa di volta in volta troppo scandito e ripetitivo ma si lascia vedere, con furbizia e inedito mestiere per un autore che dimostra che,oltre a saper scrivere,sa anche fare bene il regista tirando quel filo un pò meno di questo,come meglio gli viene.Ed è questa imperfezione che conferisce l'importanza a Crash di codificare una maniera di fare cinema,rendendola più evidente,forse più macchinosa.Non si può negare ormai che Altman abbia fatto scuola e gli anni a venire lo dimostreranno sempre più spesso.E' però quell'opera universale di Paul Thomas Anderson,Magnolia,a rivelarsi come la matrice che muove le redini del regista,la qual cosa è ammessa,evidenziata e celebrata nel finale metereologico/musicale del film.Voler accostare questo film a Magnolia,però,sminuisce goffamente sia il capolavoro di Anderson che verrebbe immeritatamente privato della sua dialettica al limite della dottrinalità sia Crash che vuole,anche non riuscendoci in pieno,affermare una sua personalità che mira ad intenti tutt'altro che simili a quelli già discussi per il lavoro di Anderson.Haggis ne prende i canoni,una soundtrack eterea e meditativa,un gruppo di buoni attori a cui vengono cuciti addosso protagonisti amalgamati verso un destino ineluttabile (a legarsi indissolubilmente con Million Dollar Baby) ed il bene e il male sopra ogni cosa,tritati(ma ancora non ritriti)un pò macchinosamente ma munendoli di una dignità a sè,il che non è affatto poco.Il fatto che questo possa non essere apprezzato non è solo importante ma necessario.di Gianluigi Perrone
Tsai Ming-Lian riprende i personaggi di Che Ora è Laggiù per trasportarli ancora di più alla deriva dell'incomunicabilità e della mortificazione morale.Ancora di più che nelle opere precedenti,il regista Taiwanese ci accompagna nella quotidianità squallida della città affollatissima dove i suoi tristi protagonisti cercano un'angosciosa espiazione dell'esistenza intrappolati nelle minuscole gabbie dei propri appartamenti,celle di metallo e cemento nell'immenso alveare metropolitano.Quello che vuole essere esplicitamente La Nuvola Ribelle(dal titolo originale)è di essere un'opera sulla totale perdita dei valori e della purezza dei rapporti umani che i protagonisti cercano con una passione famelica,inutilmente.L'elemento dell'acqua,un must dell'autore,anche qui la fa da padrone ma occluso in contenitori plastici e sprecato disperatamente fino alle ultime goccie,viziato dall'immondizia dell'uomo moderno.Potremmo definire la pellicola un porno/musical a tinte variabili che cangiano dalle sfumature opache della piattezza dell'incapacità di provare amore e sincero desiderio primordiale ai colori sfavillanti del sentimento più puro che fanno anche da contraltare alla struttura narrativa della vicenda.Il finale non lascia speranze all'anima che deturpata e ormai vuota si concede alla necrofila ricerca dell'ultimo piacere,quando ormai mura insuperabili dividono anche il più basso afrore sessuale.La vana catarsi dei sentimenti,tutt'altro che platonici,per Ming-Liang è la chiave della propria personale esistenza cinematografica che,come un cantilena triste,snocciola all'infinito nelle sue opere con una coerenza stilistica e contenutistica commoventi.di Gianluigi Perrone
Se si potesse definire veramente il cinema di Michael Haneke si dovrebbe necessariamente portare il pensiero ad immagini che ricordino la densità angosciante delle paure sociali,della disperazione infantile di essere abbandonati,della miseria della colpa negata.Affidandosi a Daniel Auteil e Juliette Binoche,stavolta Haneke fissa staticamente la macchina da presa davanti alla vita della famiglia alto-borghese di un intellettuale francese,presentatore di una trasmissione televisiva.Un uomo dalla vita irreprensibile e seria al quale nulla potrebbe intaccare la tranquillità.Un uomo di cui non avrebbe senso spiare i movimenti per poi documentarli su cassette appositamente recapitate a casa,senza un perchè il regista si muove con la sua consueta calma,osservando ogni spostamento con la fluidità del plasma questa volta senza dover ricorrere troppo spesso a quella furia passionale che aveva contraddistinto altre sue opere come La Pianista o Funny Games."Cachè" analizza senza esplicitamente condannare la piccola colpa primordiale,quella insita nel profondo,quella infantile che può distruggere senza mortificazione la vita degli uomini senza dover dare spiegazioni.Meritatissimo il premio a Cannes per la regia,che fa veramente un salto di qualità senza essere mai eccessiva,volgare,di maniera.Haneke tesse le sue spire intorno al collo allo spettatore inglobandolo in un'angoscia nera come la pece,trasportandolo in un orrore migliaia di volte più intenso di quello della fantasia,proprio perchè quotidiano e quindi palpabile.Il regista col tempo diventa più gigante e il suo intento di distruggere lo spettatore si fa sempre più vivido.Che sia lui il criminale che girerà,un giorno,la pellicola che uccide?di Gianluigi Perrone