Saturday, February 23, 2008

BUG di William Friedkin (2007)

Ci sarebbe da scomodare il caro, vecchio termine "capolavoro" per questo immotivatamente poco visto lavoro recente di William Friedkin. Bug infatti è un'opera che riporta il regista de L'Esorcista nei territori dell'horror, anche se è superficiale definire il film come tale, e lo fa in una maniera tecnicamente sublime. Scritto superbamente da Tracy Letts che ha curato anche la piece teatrale da cui prende spunto il film, Bug è veramente il piccolo gioiello di suspance che unisce elementi ottimi tra di loro, ovvero una regia solida e personale e delle prove di attori intense. Ci immergiamo nella vita disperata di Agnes, una donna la cui miseria umana ci viene disvelata man mano che continuiamo nella visione. La solitudine e la disperazione hanno reso debole il carattere e la sanità della donna, tanto che si aggrappa con tutte le forze a Peter, un uomo che diventa la sua ancora di salvezza per la vita ma anche il suo mezzo di deriva mentale. Non è il caso di dire nulla se non che il film richiede la pazienza dello spettatore prima di svelare le carte che però fanno collimare tragicamente tutti gli elementi su cui si è lavorato fino ad allora. I protagonisti Ashley Judd e Michael Shannon si producono in performance veramente notevoli e sofferte, con una maestria tale da fare da sola il peso del film. Dietro al film vi è uno studio sapiente ed accademico della paranoia e dei diversi stadi della follia, delle cause sociali ed umane che portano la gente ad abbandonare la realtà, ma anche un'analisi di come il rapporto di coppia può forzarsi ad esistere per disperazione, estraniandosi dalla realtà. Non è affatto da trascurare come, anche se nel film tutto viene estremizzato, spesso sia possibile qualsiasi compromesso per non rimanere soli. Da un certo punto riprende alcune suggestioni de L'Esorcista, con il terrore costante della malattia mentale e la perdità della lucidità, in altri punti ricorda The Hunted e i riferimenti alla Sindrome da Guerra del Golfo. Un lavoro poliedrico e compatto, allo stesso tempo. Un piccolo gioiello di equilibri cinematografici.

di Gianluigi Perrone

Thursday, February 14, 2008

LILLO E GREG THE MOVIE di Luca Rea (2008)

Esce direttamente per il mercato home-video, prodotto da Minerva Pictures Group e distribuito da 01, Lillo & Greg The Movie, serie di sketch scritta ed interpretata dagli ex-fumettisti e comici televisivi Lillo Petrolo e Claudio Gregori, quest'ultimo anche autore delle musiche insieme ad Attilio Di Giovanni. Il dvd propone una serie di estratti tipici della comicità surreale del duo con la partecipazione di diversi amici tra cui Chiara Sani, Virginia Raffaele, Elena Bouryka e la iena (professionalmente parlando) Sabrina Nobile. Per coloro i quali non conoscessero la proposta comica del duo romano, si tratta di una rappresentazione non-sense della realtà che ricorda da vicino diverse trovate del Flying Circus dei Monty Phython o la comicità demenziale del team Zucker/Abraham/Zucker inserita in un quotidiano tipicamente capitolino. The Travertino Fried Movie, in pratica. Nei numerosi episodi si passa dall'immediatezza da barzelletta demenziale di Provini alla assurda rappresentazione in chiave sessualmente disinibita di una classica situazione conviviale tra amici in Utopia, fino al totale delirio surrealista di L'Eletto. L'interpretazione di Lillo & Greg è sempre così in riga e vibrante, quasi cartoonistica, da suscitare il riso anche in situazioni che obbiettivamente appiaono immediate e leggere. E' proprio questa la spontanea insensatezza a determinare l'ilarità di tale stream of consciousness. Nel settore tecnico, la regia è affidata a Luca Rea, che i lettori di Nocturno probabilmente ricorderanno come autore della trasmissione legata negli intenti alla rivista, Stracult, ma che aveva già collaborato con Lillo & Greg nella trasmissione satirica Bla Bla Bla, insieme al collaboratore Stefano Raffaele, qui aiuto regia e fotografia. Da non perdere assolutamente gli inserti speciali, tra i più assurdi mai visti. Si parte da un presunto documentario ritrovato in stile Blair Witch Project in cui si scoprono le cattive abitudini dei due protagonisti sul set, una intervista con regista e attori che non ha nulla di serio ed una serie di commenti audio, doppiaggi e sottotitoli improbabili che vedono coinvolti due operai dell'Acea infiltrati. A differenza di molte operazioni simili, Lillo & Greg - The Movie fa ridere veramente, il che non è affatto poco.

di Gianluigi Perrone

Sunday, February 10, 2008

SUICIDE KINGS di Peter O'Fallon (1997)

Interessante piccolo gioiellino che guarda molto a Le Iene di Tarantino, questo Suicide Kings per la costruzione non lineare delle scene. Peter O' Fallon,il regista, ha una lunga esperienza televisiva ma qui è in pieno periodo cinematografico.La storia viene da un racconto di Don Stanford e racconta di un gruppo di rampolli della buona società che rapisce un boss della mafia, Carlo Bartolucci (Christopher Walken), per poter avere i soldi per pagare a loro volta un riscatto di 2 milioni di dollari che è stato chiesto per la sorella di uno di loro. Ovviamente,non avendo esperienza in rapimenti, i ragazzi si mettono nei guai e vengono a galla un bel po' di segreti. Come nel gioco del poker, che viene tirato in ballo più di una volta, il film si basa sui rapporti tra i personaggi, sugli inganni,sulla apacità di indurre la gente a dei comportamenti, a rischiare ed a evitare di rischiare. Tutto è definitivamente equilibrato e il film fa di necessità virtù, lavorando su ottimi attori, oltre a Walken ci sono anche Jeremy Sisto, Jay Mohr e Nathan Aldrich, e compensando la mancanza di azione. Un film che inspiegabilmente non è mai uscito da noi nonostante sia diventato un piccolo cult all'estero. Da recuperare perchè un'ottima sorpresa.

Saturday, February 09, 2008

WALK HARD: THE DEWEY COX STORY di Jake Kasdan (2007)

Ecco che John C. Reilly approda ufficialmente nella famiglia del Frat Pack come protagonista di questa divertentissima commedia musicale. Dopo una esaltante carriera come attore drammatico, Reilly si prende una pausa in una parodia di Walk Hard, ispirandosi alla storia di Johnny Cash,ma percorrendo tutte le fasi musicali dello scorso secolo. Quindi Dewey diviene John Lennon, Lou Reed,Jim Morrison elo stereotipo di tutti i miti del rock. Dewey vive il trauma di aver ucciso il fratello mozzandolo in due con un machete da bambino, raggiunge il successo ma prova qualsiasi tipo di droga conosciuta. Durante un flashback lungo tutta la sua vita vediamo la trasformazione di questo ingenuto ragazzino che cantava una innocua canzoncina considerata oscena dal suo villaggio, fino a ritornare ad avere la consacrazione da parte del mondo della musica. Alla fine il film è quasi commovente, nonostante delle efficacissime scene comiche, e John C. non è esattamente un talento comico, o almeno non è abituato, ma viene guidato a dovere anche grazie ad alcuni stereotipi del genere. Costruito a tavolino ma efficace e divertente.

di Gianluigi Perrone

Thursday, February 07, 2008

Killer Bash (2006) di David Decoteau

E ancora ci casco. Mi ridico “Mai più film di Decoteau” e invece eccomi sulla poltrona a guardarne uno. Questo “Killer bash” è moscio davvero come pochi, con i soliti maschioni etero a comportarsi non come gay, ma proprio come i deviati di Cruising in scene assurde ai limiti della parodia hardcore. Il film è la solita storia di possessioni diaboliche, questa volta ai danni di una secchiona bruttina, Becky, che in preda al demonio diventerà una strafiga megagalattica e ucciderà ad uno a uno chi ha fatto del male allo spirito che la guida. Naturalmente alla fine la morale sarà la solita vecchia favola dell’amore che vince sopra ogni cosa, con tanto di redenzione dello spirito cattivo e trionfo dei buoni sentimenti. Becky oltretutto è talmente desessualizzata da Decoteau da essere quasi un transessuale con tanto di vocione da vero uomo che spaventa le donne, ma tranquillizza i maschietti che deve assassinare. I ragazzi muoiono nei modi più assurdi mentre Becky sta ad un passo da loro e nessuno nota né lei né i suoi occhi di brace da Caronte. Il primo a morire è un giovane virgulto con l’hobby di toccare i pettorali agli amici in un giardino pubblico, vestito solo con boxer, intento a fare pesi sotto l’indifferenza dei compagni che non sentiranno le sue urla disumane mentre si strozzerà con un attrezzo; il secondo mentre gioca a calcio (sempre in boxer e petto nudo) farà la fine più stronza: un pallone comandato da Becky dagli occhi rossi gli farà fare una mega caduta con doppia piroletta a mò di comica anni trenta.. crash osso del collo distrutto; il terzo mentre parla con gli amici mangia un cioccolatino e muore soffocato; il quarto dopo aver versato sul corpo nudo degli amichetti dell'olio per risaltare il fisico verrà trovato impiccato con una catena comandata da Becky. Si capisce che siamo in un opera dagli umori gay quando tre ragazze vanno a fare la doccia e il regista preferisce riprendere i suoi maschietti intenti a buttarsi dell’acqua giocosamente come i colleghi di “Zoolander”. Poi scena cult: arrivano le matricole col petto nudo e i boxer di rito che vengono messi a sedere in una scena che più frocia è inimmaginale con questi maschioni che si aprono senza motivo la patta dei jeans e mimano con delle bottiglie di Jack Daniels un pompino macho con i nuovi adepti. Il film si perde troppo in queste scene da porno soft gay e allontana l’attenzione dalla fragile storia. Decoteau se ne sbatte della coerenza, della narrazione, dei suoi personaggi, lui vuole carne al vento, uomini che amino altri uomini, se potesse li metterebbe tutti giù a giocare ad incularella, ma siamo in un film che si vuole etero e allora tutti si comportano come omosessuali, ma ammiccano alle ragazze che sbavano per loro. Povero Decoteau! Ma poveri anche noi che ci massacriamo le palle masochisticamente dietro a queste sciocchezzuole civettuole da adolescenti infoiate di cazzo. Il film per rigor del vero è girato meglio del solito, con movimenti di macchina molto efficaci soprattutto nella prima parte, ma man mano che si va avanti tutto diventa tradizionale, sciatto e moscio. Questo “Killer bash” è brutto e una delle cose più monotone girate da Decoteau che almeno in “Stirpe di sangue” e similia ci regalava qualche trovata non male e un ritmo abbastanza serrato. Ma qui? Il nulla. Evitate ogni contatto con “Killer bash”: è nocivo alla salute mentale.

di Andrea Lanza

Sunday, February 03, 2008

Cemento armato (2007) di Marco Martani


Sono lontani i tempi in cui Fernando Di Leo girava noir sapientemente orchestrati sul piano della violenza, dell’intreccio, dell’azione. Ora a distanza di più di trent’anni da quel capolavoro che era “Milano calibro 9”, il cinema italiano si riaffaccia allo stesso genere senza avere né le capacità né un adeguato cast. Nelle mani di Di Leo “Cemento armato” sarebbe stato una bomba ad orologeria, qui invece abbiamo un’occasione sprecata. Non che il film sia questo gran cane come tutti ne parlano, “Cemento armato” è sicuramente interessante sotto più fronti, ma è anche operazione sbagliata a cominciare dall’idea insulsa di voler far rincontrare i due attori principali de “La notte prima degli esami” in salsa pulp. Vaporidis in primis è improponibile come delinquentello da strada, potrebbe ricordare alla lontana il Giancarlo Prete di “Il cittadino si ribella”, ma manca completamente di nerbo, di prestanza fisica, di forza recitativa. Lo stesso Giorgio Faletti, nelle vesti del boss mafioso, con la sua nocetta nasale da prete, con i suoi occhioni sbarrati che si vorrebbe feroci e invece ricordano le migliori performance di Abatantuono terruncello nei film dei Vanzina, è al di là del bene e del male, disastroso senza appello. La controparte femminile, Carolina Crescentini (già nel cast di “La notte prima degli esami oggi” sempre con Vaporidis), è anonima, fuori parte, non riesce mai a toccare corde drammatiche anche quando il suo personaggio lo richiederebbe. Questo pseudo attori dovrebbero imparare da Ninetto Davoli, che pur stando in scena una mezz’ora scarsa, regala un altro grandissimo personaggio disperato, quasi pasoliniano. Di buono restano i dialoghi tarantiniani del killer Said, l’idea di una Roma di cemento armato (bel titolo comunque), le esplosioni di violenza efferrata (l’omicidio dell’amico albanese del protagonista e l’uccisione di un sicario con un posacenere) e poche cose. La trama poteva essere sviluppata meglio con quest’ordine di farla pagare ad un delinquentello di mezza tacca che poteva ricordare “La mala ordina” di Di Leo, invece viene il dubbio che al regista dei film di genere non gliene freghi più di tanto, che si cerchi l’autorietà in un contesto popolare. Improponibile sia il finale drammaticamente cercato sia l’idea di una polizia italiana alla “Shield”. Per non parlare delle atroci musiche pop. Dov’è Stelvio Cipriani?
di Andrea Lanza

Ferryman (2007) di Chris Graham


Peccato davvero perché questo “Ferryman” aveva tutte le carte in regola per ritagliarsi un posto speciale nel cuore di tutti i fan del cinema horror: presentato tra applausi al Ravenna horror Nightmare film festival, recensioni in patria positive, foto di scena molto sanguinose. Invece purtroppo “Ferryman” è la solita minestra riscaldata ed insapore: solito mostro che come un parassita passa di corpo in corpo (idea già vecchia anni fa con il bel “Il tocco del male” di Hoblit), regia insipida, budget modesto, attori mediocri. L’idea principale del film è quella di riuscire a costruire un horror terrorizzante nell’unica location di una barca isolata nel mare, un po’ come aveva fatto “Ore 10: calma piatta” di Noyce nel thriller. Ma se la storia inizia bene, precipita rovinosamente presto nella noia più letale. Non un momento degno di nota, non una sola scena di suspence per ravvivare la tensione, “Ferryman” è quanto non dovrebbe essere un buon horror: vuoto, spento, vacuo, risaputo. Ripeto peccato perché sotto altre mani, meno rozze, questa storia di possessioni tramite un antico coltello sacrificale, poteva essere anche interessante. Ma il regista Chris Graham non riesce ad assecondare la storia, sbaglia registro più volte cadendo spesso nel grottesco parodistico quando dovrebbe essere terrorizzante, imperdonabile questo per un film del terrore. In questo guazzabuglio si salva solo per le sue grazie Amber Sainsbury, una sosia graziosa di Christina Ricci. Non male neanche a dire il vero un sottofinale tutto sommato abbastanza riuscito. Ma diamine come avrà fatto a piacere questa cosa abbastanza svilente? Senza dubbio aspettiamocelo presto nei “migliori”videonoleggi insieme a perle come “Catacombs” o “L’incubo di Johanna Mills”. Mamma mia che brutti!

di Andrea Lanza

Ring of darkness (2006) di David Decoteau

Solito Decoteau con maschioni abbronzati e muscolosi intenti a mascherare dietro il cameratismo la loro omosessualità. Horror gay per pubblico etero in una sorta di edonismo che appaga soprattutto l’occhio marpione del regista. Ma meno peggio del solito. L’intreccio assomiglia sì ai soliti “Stirpe di sangue” e compagnia brutta, ma l’idea di trasformare una boy band alla Thake That in un gruppo di zombi affamati di carne e sangue non è male. Certo gli effetti speciali sono risibili e brutti (un po’ di cerone e lattice fanno sorridere altro che spaventare) e i siparietti musicali sono davvero tremendi, eppure lo sviluppo non è noioso e si denota una certa voglia in Decoteau nel cercare una regia un po’ diversa, meno televisiva. Sono passi incerti di un bimbo maldestro e sicuramente il regista più gay del panorama horror non peccherà mai di virtuosismo o bravura, ma sono comunque tentativi da lodare. Il cast è anonimo come sempre, ma spicca la presenza luciferina della divina Adrienne Barbeau (Creepshow). Il resto è il solito siparietto di ragazzoni in boxer e petto rigorosamente oliato per far risaltare i muscoli. Il poco spazio dato all’universo femminile si risolve o in ragazzine arrapate prima e poi urlanti o in ambigue traditrici: come dire che delle donne è meglio non fidarsi se hai già degli amici. D’altronde gli pseudo Thake That fanno sesso solo in gruppo e non accettano che i membri della band possano appartarsi da solo con delle “femmine”. Una curiosità di fondo poi per tutti i lettori di fumetti italiani: l’idea della pelle staccata non ricorda il mitico numero 7 di “Dylan dog”, quel capolavoro romantico zombesco de “La zona del crepuscolo”? Vedere per credere, forse Decoteau o chi per lui scrive ha acuto in mano un albo del nostro indagatore dell’incubo. Idea non folle oltretutto visto lo smisurato interesse dell’italiana Mediafilm per questo ambiguo regista. Il film non è da buttare e nella filmografia di Decoteau ha un posto di riguardo, ma attenzione è poca cosa, da vedere e sicuramente da dimenticare.

di Andrea Lanza

Sunday, January 27, 2008

IL PETROLIERE (THERE WILL BE BLOOD) di Paul Thomas Anderson (2008)

Attenzione perchè stiamo per parlare di uno di quei film che genereranno più risse verbali in assoluto tra i cinefili. D'altronde Paul Thomas Anderson stesso è stato dibattutto moltissimo come genio assoluto o autore sopravvalutato. Ed è lecito chiederselo visto che PTA è sicuramente un regista incredibilmente dotato ma ha anche una visione classica ma talmente personale da sembrare incomprensibile. Chi scrive ha adorato i primi tre film ed apprezzato Punch DrunkLove, quindi questo nuovo There Will Be Blood (titolo suggestivo che indica il lavoro del petroliere in slang) era in attesa al varco. Ci si trova veramente spiazzati dopo la visione di quasi tre ore di un'opera che essenzialmente si poggia su una trama esilissima. Il libro di Upton Sinclair tratta della vita di Daniel Plainview che fu uno dei creatori del businness del petrolio alla fine dell'800 negli stati uniti e delle conseguenze che ne susseguono anche oggi. Innanzitutto, per fortuna, anche se si tratta di petrolio non vi è alcun riferimento politico,se non implicito, anche se c'è chi lo troverà per forza. La trama tratta della incredibile avidità dell'uomo che arriva a perdere tutti i propri valori, compresa la sanità mentale. Si analizzano soprattutto le conseguenze di questo evento con il rapporto con il figlio H.W., un tema particolarmente caro a PTA. TWBB è una pellicola che sembra poter essere spezzettata nei suoi elementi per analizzarli singolarmente. Su tutte, la cosa che ha alimentato l'hype per il film è la performance di Daniel Day Lewis che, da protagonista assoluto, mozza il fiato. Il discorso è che spesso e probabilmente su richiesta di Anderson (ricordando i precedenti film), Lewis pezza di over-acting, arrivando ad atteggiamenti surreali. Si è parlato di similitudini con Quarto Potere e probabilmente il personaggio di Plainview deve molto al Kane di Welles, ma molto spesso dalla regia di PTA traspare un'ottica kubrickiana e non è banale ammetterlo. Alcune inquadrature, soprattutto in interni, sono inequivocabilmente prese dalle opere più famose di Kubrick e i carrelli sono meno preponderanti rispetto al passato. Come sempre, un ruolo preponderante lo hanno le musiche, anche se stavolta sono originali ad opera di Jonny Greenwood dei Radiohead. A volte addirittura invasive, ricreano però degli ottimi momenti, in particolare in una scena topica durante una esplosione che in qualche modo sarà il motivo di rovina per il protagonista. Il ruolo della religione nel film è ancora incomprensibile ed oscuro. Il rapporto di Plainview con il reverendo Sunday, Paul Dano (che interpreta due ruoli), ha un che di incompleto ed assurdo, superstizioso e a tratti blasfemo. Il film a volte raggiunge una profonda oscurità, atmosfere che non è errato definire horror per quanto stridono nella mente, eppure il tutto è mitigato da eventi a volte in contrasto tra di loro. Senza farne mistero, Anderson riprende il West alla Sergio Leone, ma ne osserva i retroscena inediti ed una crudezza che di sicuro nessuno aveva raccontato da questo punto di vista. Spiazzante.

di Gianluigi Perrone

Friday, January 25, 2008

RUBARE ALLA MAFIA E' UN SUICIDIO (ACROSS 110TH STREET) di Berry Shear (1972)

Il titolo italiano di Across 110th Street riassume fedelmente il plot. Tre rapinatori (Paul Benjamin, Antonio Fargas e Joseph Attles)compiono una strage ai danni della Mafia italiana, rapinandogli 300.000 dollari. La Mafia se la lega al dito e nella persona del boss Nick Di Salvio(Antony Franciosa) si mettono alla ricerca dei tre per le strade di Harlem, per recuperare il malloppo e fargliela pagare caramente. Dietro il caso anche
la legge, che cerca di sventare il massacro prima che esploda, attraverso i metodi spicci del veterano Capitano Mattelli (Anthony Quinn)e del coscienzioso Tentente Pope
(Yaphet Kotto). Uno dei migliori titolo della scena blaxploitation ma anche in assoluto quello tecnicamente confezionato meglio. Un noir puro con la regia di Berry Shear che pare consumarsi per quest'unico suo successo in maniera intensa e personale. Campi stretti e movimenti di camera maestosi rendono questa strada di degrado e violenza una lotta epica tra le strade di Harlem. Complice anche una sceneggiatura solida ed importante che analizza tutti i personaggi con il bisturi. Con il senno di poi ci si rende conto che i personaggi bianchi, cioè lo spietato DiSalvio/Franciosa ed un grande Anthony Quinn come il tipico poliziotto dai metodi duri ma destinato a morire come tutti i vecchi elefanti, hanno in sè la negatività delle cattive tradizione in confronto ad un mondo che sta dando il passo al nuovo. C'è il desiderio di raccontare la miseria dell'uomo nero su come vengono delineate le vite dei rapinatori. Attles è un umile lavandaio che anche i poliziotti maltrattano; Fargas è sostanzialmente un povero farabutto alla ricerca di riscatto e di quella bella vita che è preclusa ad un nero (fantastica la scena del festino/orgia ad Harlem con conseguente cruentissimo massacro ai danni dell'attore che diventerà noto come l'Huggy Beat di Stursky & Hutch); Benjamin è un uomo povero, malato e senza speranza a causa della fedina penale sporca che non ha più nulla da perdere se non l'amore per la propria donna. Questa dimensione affettiva profonda fa di Across 110th Street un lavoro esemplare. Nonostante l'azione e la violenza esplodano in maniera precisa ed incommensurabile per tutto il film ,vi sono dei momenti umani significativi e commoventi, come la scena in cui i due poliziotti devono rivelare alla moglie di Fargas la sua dipartita. La miseria umana è tangibile ed esplode nella violenza come una reazione disperata e nichilista, fino ad un finale dopotutto amaro la cui unica via di uscita è una richiesta esplicita di cambiamento: il denaro sporco torna a chi in fondo ne è stato privato. Il popolo. Doveroso citare la colonna sonora di Bobby Womack, ormai leggendaria.

di Gianluigi Perrone



Saturday, January 19, 2008

Batman contro Dracula (2006)



Eccoci davanti ad una pellicola spettacolare e per certi versi memorabile nell’universo del Cavaliere Oscuro.
“Batman contro Dracula” ad occhio disattento e poco analitico è operazione bassa, fin troppo cool nel suo aspetto manga, disonesto nel ritrarre situazioni e personaggi del bat-universo.
Ma “Batman contro Dracula” è in realtà opera scatenata, selvaggia, che non si rivolge ad un pubblico bambino, ma guarda soprattutto agli adulti, con colpi di scena shock che lasciano basiti (vedere l’attacco della bambina vampiro) e una gustosa introspezione del personaggio di Batman, mai come qui ritratto in maniera così umana.
Si possono trovare influenze, soprattutto nel sogno premonitore di Bruce Wayne, della stupenda miniserie di Doug Moench e Kelley Jones ,“ Pioggia di sangue”, che aveva come protagonista un Batman vampiro antropomorfo e selvaggiamente disumano.
“Batman contro Dracula” si spinge nel suo percorso creativo a ridisegnare, in maniera ancor più gotica, non soltanto Gotham City, ma anche personaggi già ben delineati fin dagli albori del personaggio.
Tra tutti salta sicuramente all’occhio la mutazione del Joker da clown ben vestito a selvaggio giullare da corte medioevale.
Interessante poi come gli autori creino il personaggio di Dracula in perfetta antitesi con quello del Batman.
Abbiamo quindi un pipistrello uomo che, agendo nello stesso habitat del nostro uomo pipistrello, segue regole simili in maniera completamente stravolta.
Elementi che rendono il Dracula di questa pellicola la vera nemesi di Batman, quello che Goya chiamava “il sonno della ragione”, cosa succederebbe se Batman fosse solo oscurità?
Impreziosiscono il film citazioni di classici letterari (Sheridan Le Fanu e la sua fanciulla vampira “Carmilla”), ma anche cinematografici (l’arrivo di Dracula a casa Wayne è omaggio neanche tanto palese alle produzioni horror inglesi della Hammer).
Da notare come nell’originale la voce del conte vampiro è data da un attore abbonato a ruoli di villain (“Costantine”, “8mm”, Bad Boys 2, “Bruiser”) come Peter Stormare.
Una nota: il film è appendice della nuova serie a cartoni “The Batman” e non della classica e più famosa “Batman the animated series”, ed è insieme a “La maschera del fantasma” il miglior film di animazione dedicato al Cavaliere Oscuro.


di Andrea Lanza

Wednesday, January 16, 2008

Return to House On Haunted Hill (2007) di Victor Garcia



La Dark Castle ha generato prodotti altalenanti: da ottime pellicole come “La maschera di cera” di Collet-Serra o “13 fantasmi” di Steve Beck, ad altri davvero pessimi come “Ghost ship”. Questo “Return to House On Haunted Hill”, seguito dell’horror di William Malone, già remake di un classico in bianco e nero con Vincent Price, fa parte dei prodotti medi, quelli che non lasciano molto segno di sé pur con trovate non malvagie. La storia semplice semplice è quella di una caccia al tesoro (in questo caso un idoletto malvagio dal valore inestimabile) nella famosa casa pullulante fantasmi da parte di un gruppo eterogeneo di malcapitati. Lo splatter non manca fin dai primi minuti con un cuore strappato a forza da un torace, gli effetti speciali sono molto belli, alcune trovate visivamente notevoli (le due fantasma lesbo o gli spiriti in piscina) e il film diverte alla fine. Cosa manca allora? Sicuramente una regia che sappia rendere meno monotona una vicenda che già alla seconda uscita puzza di marcio e uno sceneggiatore che possa bissare i colpi di scena dell’opera precedente. Così com’è “Return to House On Haunted Hill” è una gioia per gli occhi, ma non per il cervello, ben presto il gioco rischia un po’ di annoiare: tanto ogni spettatore in cuor suo sa che i fantasmi uccideranno in maniera truce solo i cattivoni mentre i buoni, come studenti svogliati, verranno salvati dalla classica campanella. Purtroppo a nulla vale né una recitazione a tratti ottima del cast né la presenza di mostri sacri dell’horror, come il mitico Jeffrey Combs, l’Helbert West di “Re-animator”, qui visibilmente spaurito in una vicenda che non valorizza il suo carisma. Se avrete poi il coraggio di aspettare la fine dei titoli di testa vedrete poi uno dei sottofinali più stupidi e gratuiti del nuovo millennio. Certo c’è di peggio e per questo non bocciamo questo film, ma è lecito aspettarsi di più dal sequel di un’opera che tanto clamore ha generato nel cuore dei fans del cinema horror. Però aspettiamo il regista Victor Garcia, già noto effettista speciale, al varco con la sua miniserie basata sulla grafic novel “30 days of night”. Avrà fatto di meglio del già ottimo film di David Slade? Diamogli il beneficio del dubbio.

di Andrea Lanza

Friday, January 04, 2008

In the name of the king (Dungeon siege) (2007) di Uwe Boll



E finalmente ci siamo. Dopo anni a sbavare dietro trailer uno più brutto dell’altro sembra che per vie oscure qualcosa si muova e spunta in qualche festival questo nuovo Uwe Boll. I detrattori siano calmi e in silenzio perché se di tutti gli ultimi Boll questo è il meno personale (e quando “Seed” uscirà sarà una vera e propria bomba) è anche vero che “In the name of the king” è il più curato registicamente, il più rigoroso nell’imbastire una storia epica dai tratti molto spettacolari (un applauso agli effettisti in questo caso). Boll si sposta dai suoi canonici territori della paura per abbracciare quasi completamente lo spirito avventuroso che tanto contraddistingueva i suoi lavori horror, senza dimenticare però di girare grandi momenti da cinema del terrore come l’attacco nei boschi scuri da parte di creature dall’aspetto di lucertoloni. Il cast è di prim’ordine con la presenza di attori come Ray Liotta nei panni del villain dai poteri magici e un imbalsamato Burt Reynolds in quelli del re. Il ruolo dell’eroe spetta al Bruce Willis del nuovo millennio, Jason Statham, capace di dare al ruolo del contadino, trascinato per vendetta e casualità in un intrigo più grande di lui, una dimensione di fisicità prorompente che sopperisce una recitazione non sempre brillante. Tra i co-protagonisti poi spiccano l’Hellboy Ron Perlman, le belle Claire Forlani e Leelee Sobieski, il tolkeniano John Rhys-Davies (era Gimli ne “Il signore degli anelli” di Jackson) e soprattutto la divina ex Bloodrayne Kristanna Lockann. Il film è costato 60 milioni di dollari e forse per paura di fare flop al botteghino l’uscita è stata più volte rimandata. Boll dal canto suo si vede che ci mette proprio l’anima nel girarlo: la sua regia virtuosistica ben si adatta alle panoramiche mozzafiato che il genere fantasy richiede e una certa dose di follia nei combattimenti danno anche un tocco di originalità ad una vicenda che originale proprio non si vuole. Il tocco alla Uwe Boll che tanto fa storcere il naso ai suoi molti nemici non manca neppure qui: lo scontro tra Statham e Liotta è in puro bullet time matrixiano solo che al posto del proiettili ci sono armi bianche e poteri magici. Il film è comunque molto ben fatto, soddisfacente nella sua totalità, con momenti di commozione vibrante come il combattimento finale sotto il fango e la pioggia dove eroi e cattivi periscono con il volto nella melma. Il film sicuramente non è esente da difetti, ma si respira finalmente aria di fantasy con la f maiuscola, di grande divertimento che possa catturare figli e genitori, come non succedeva davvero da tempo e come purtroppo non c’è riuscito Jackson nel suo pastrocchio guerrafondaio dalla facile noia. In attesa di potere gustare “Dungeon siege” nella sua giusta dimensione, una sala cinematografica, non mi resta che consigliarvi questo film.

di Andrea Lanza

Wednesday, December 26, 2007

Home of the brave (2006) di Irwin Winkler




Drammone militare americano al cento per cento nel peggiore dei modi: patriottico, strappalacrime, superficiale, dalla confezione extra lusso. La storia cerca di focalizzare l’attenzione non su una guerra reale, ma una intima, psicologica che continua anche quando la vera guerra è finita. Come dire che l’inferno non è solo nelle trincee, ma proprio nel ritorno a casa dei soldati americani. Come in “Rambo” il militare si trova un paese che non lo rispetta, lo teme forse e per questo non lo aiuta ad inserirsi. E se nel capolavoro di Kotcheff Silvester Stallone imbracciava le armi contro l’intera nazione che un tempo lui aveva servito, qui invece sembra che l’unica scappatoia per sconfiggere i propri demoni sia tornare a fare il soldato. Come diceva il bellissimo “Dust” di Milcho Malchevsky “Una volta puttana sempre puttana” così il reinserimento nel reale di tutti i giorni per i soldati è solo utopia, bisogna “aspettare un nuovo ritorno pregando e così una partenza”. Filosofia spicciola e buonista che butta alle ortiche i drammi sviluppati prima come il dottore alcolizzato (un ottimo Samuel Lee Jackson) o la militare dalla mano amputata (la bella Jessica Biels). I personaggi vengono dimenticati dall’occhio distratto del regista Irwin Winkler come l’ex ragazzo della Biels che appare e sparisce quasi senza perché e si scelgono le strade facili del dramma familiare che sfocia nel bene o nel male nell’happy end più vomitevole. Stilisticamente neanche malvagio, con un bel prologo in Iraq che fa respirare realmente sangue, ferite e proiettili, ma poi tutto si squaglia senza possibilità di salvare nulla di realmente buono. Una battuta carina comunque: “Vaffaculo Bush? Si, vaffanculo lui e pure te, figlio di puttana” detta da Jackson ad un preside troppo conservatore. Grande Samuel, peccato il film.

di Andrea Lanza

Wednesday, December 19, 2007

Saw 4 (2007) di Darren Lynn Bousman



Non ci siamo proprio. La saga di “Saw” è in netta discesa verso l’anonimato più assoluto. Se la piccola idea che faceva grande il primo film di James Wan mostrava già la corda nel secondo film, figuriamoci nel quarto episodio! I neofiti del cinema trucido caciarone grideranno forse al miracolo vedendo una bella autopsia con tanto di sangue e budello in bella vista, ma per gli altri resta solo la noia. Noia di un una storia che si morde la coda come un cane scemo, noia di un intreccio tremendamente simile al terzo episodio, noia per una sceneggiatura così idiota che si attanaglia il più possibile a rincorrere un finale sensazionalista che dovrebbe minare le certezze dei fan e invece fa solo incazzare. Jingsaw muore, è vivo, è un fottuto zombi alla Maniac cop? Chissenefrega. Ogni cosa in “Saw 4” puzza di vecchio: le trappole non fanno più ribrezzo, gli omicidi sono nella norma, forse il nostro livello di disgusto si è abituato a cose ben peggiori, ma questo non preoccupa gli sceneggiatori che anzi cercano di sfruttare fino all’esaurimento una gallina dalle uova d’oro. “Saw” potrebbe pure mostrare che alla fine chi ha concepito tutta questa sequela di torture è la Maga Magò e ci sarebbe comunque un cretino a dire che l’idea è geniale. Facciamoci del male, avanti così. Gli attori sono puro contorno, buttati lì come pedine di una scacchiera, non si parteggia per loro, non ci si emoziona mai, non un cenno di tridimensionalità in un film concepito a schemi come il peggiore dei videogiochi. La regia di Darren Lynn Bousman è poi approssimativa, effettistica, sciatta, scimmiotta le capacità visive (grandissime) di James Wan risultando solo un imbelle videoclipparo con il morbo di Parkinson nelle riprese di suspence. L’unica cosa decente in questo barile di pattume sono i flashback nel passato dell’enigmista, tocchi di poesia intimista in un mare di niente. Ben poca cosa davvero. Tra le scena cult di tortura la più riuscita è quella dove un uomo per salvarsi deve sfregiarsi il viso contro una serie di coltelli. Ma dopo il mare di siringhe del secondo ci si sorprende che esistano ancora anime candide ad impressionarsi. Si dice che al peggio non ci sia mai fine e invece riceviamo l’infausta notizia che la saga di Saw si accrescerà di un quinto capitolo. Piuttosto recuperate “Feed” in dvd: lì i brividi e le sorprese non mancheranno.

di Andrea Lanza

Tuesday, December 18, 2007

BLOOD CAR (2007) di Alex Orr

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C’è un fatto di cronaca: camion fermi e milioni di macchine in fila per una goccia di benzina: il caos. C’è poi un altro fatto di cronaca: il petrolio sta finendo. Ormai non è questione neanche di cent’anni: è imminente. Il crack potrebbe succedere da un momento all’altro. Così è partita la caccia alle nuove forme di combustibile. Pensate ad un mondo senza macchine: la mobilità ferma o gente che scopa dentro macchine rottamate in reminiscenza del passato (un tema di Romeriana memoria) Ed è qui che si inserisce a sorpresa il film dell’esordiente Orr. Il titolo già dice tutto: Blood car: macchine che vanno a sangue. E’ la grande scoperta (fortunosa) di un ragazzo vegetariano. Prendete una macchina, connettete al motore una super-ventola trita tutto dietro il cofano e cercate di procurarvi più corpi possibili da buttare dietro il bagaglio. Quanto fa il plot in un film: tantissimo, è Blood car forse è una delle intuizione più gradevoli degli ultimi anni. Soprattutto perché a dispetto delle apparenze è un film politico. Forse l’ horror più politico degli ultimi anni. C’è un ragazzo con la sua malata invenzione, che deve procurarsi il carburante organico a dispetto dei sensi di colpa. Come fare: basta eliminare la delinquenza; lo stato basso della società (che siano rapinatori o barboni).Alla fine è come eliminare due problemi in uno: la mancanza del combustibile e la delinquenza. Le macchine vanno e la coscienza è pulita. Ma c’è un altro aspetto più politico in Blood car, che ha l’apice nel suo cattivissimo finale (che in molti potrebbero trovare troppo crudo). Va spiegato piano però. Allora chi non ha mai sentito quella frase che sta tra il sensazione e le leggende che “solo chi ha la macchina tromba”. Vero o no, Blood Car lo da per scontato: la cosa è quasi ridondante nel film. Allora preso atto di questo c’è una verità inattaccabile: solo con il sesso si possono fare i bambini. E che cosa sono i bambini: dei combustibili (è brutto ma purtroppo è proprio così nel film). Quindi riepilogando, solo la gente con la macchina fa sesso, facendo sesso nascono i bambini, i bambini vengono usati come combustibile per fare andare le Blood Car che serviranno per procreare un'altra volta;in quello che diventa un circolo vizioso. Quasi impossibile non trovare somiglianza con l’attuale scena politica mondiale. Comunque se tutto questo vi spaventa sappiate che Blood Car è anche un film divertentissimo; molte volte “oltre” la demenza parodistica. Ricco di trovate, “fuck” e omaggi (c’è ne uno palese a Ultimo tango a Parigi) Insomma fa ridere e pensare. Complimenti a questo Orr.

di Daniele Pellegrini

LA MASCHERA ETRUSCA (2007) di Ted Nicolau

Dispiace dirlo, soprattutto dopo aver letto le lodi tessute sul mensile “Nocturno” a questo film, ma “La maschera etrusca” è pellicola orrenda. Dispiace anche perché poteva essere occasione per parlare bene di un prodotto che di italico ha quasi tutto, dall’ambientazione alla produzione. Invece il pastrocchio girato dall’ex enfant prodige della Full Moon, Ted Nicolau, non appassiona mai, risulta stilisticamente raffazzonato ed è interpretato da attori cani mal serviti da una sceneggiatura pedestre. Se si pensa che lo stesso plot poteva portare nelle mani sapienti di un Sergio Martino o di un Armando Crispino ad un thriller horror come i grandissimi “Assassinio al cimitero etrusco” e “L’etrusco colpisce ancora”, si capisce come questa pellicola sia occasione sprecata. E neanche inizia male, a dirla tutta, con un intro che ci mostra una strana compravendita di un elmetto antico e della scoperta che esso porta terribili sciagure a chi lo possiede. Il film continua ancora meglio con questa strega che sussurra parole incomprensibili ad un anonimo ragazzo e la macchina da presa che fluttua intorno a lei come l’Argento migliore, quello di “Suspiria”. Poi tutto cade nel niente, il plot si sfilaccia nella solita mattanza di giovani e con un finale esorcistico delirante. Dispiace anche che Siena sia usata tanto male come scenario per imbastire uno strong dvd come tanti mille uguali. A favore del film bisogna dire però che il reparto effetti speciali è notevole (con l’apice di un magnifico demone alato) e la pellicola su questo piano ha una dignità non indifferente. Peccato però che tutto è mal servito e a nulla valgono gli sforzi produttivi se i dialoghi sembrano usciti da un film porno e la messa in scena ricorda le telenovelas di Rete 4. Nota a margine: lo stregone sul letto ricorda moltissimo “Testament- the Legacy” di Richard Marquand, uno dei ripoff più famosi di “Suspiria”. Che sia un caso o meno non ci è dato saperlo, ma questo non toglie né aggiunge valore a questo scarso film. Da evitare come la peste.

di Andrea Lanza

AMERICAN PIE 6: BETA HOUSE (2007) di Andrew Waller



Eccoci all’ultimo appuntamento della saga di American Pie arrivati anche noi ormai, come dopo una lunga corsa, con la lingua a penzoloni, per la fatica. Questo sesto capitolo, come gli ultimi due episodi, non ha nessuno del vecchio cast, si fa forza solo di trovate ultracomiche e di un nutrito gruppo di ragazze nudissime a fare da cornice. Se il terzo episodio era il migliore così anche questo terzo capitolo new generation è senza dubbio il più riuscito della nuova serie. Naturalmente il film è diretto in modo anonimo, anche se divertito, e la sceneggiatura è quasi inesistente, va avanti per inerzia. Però, cosa non sottovalutabile, è un film che riesce a strappare più di una risata. Molte le scene cult: lo stupro della pecora da parte del nerd cattivo, l’eiaculazione al rallenty contro un orsacchiotto, un sogno lynchiano con una ragazza dotata di pene gigante. Difficile da raccontare, non un film indispensabile, ma una di quelle pellicole che fa piacere a volte vedere in totale scazzo. La storia, se proprio si vuole, è quella di due confraternite nemiche che si sfidano a delle olimpiadi in stile romano: la squadra vincitrice sopravviverà all’altra, mentre la sconfitta chiuderà i battenti. Naturalmente i cattivi sono i nerd secchioni, fan di Star Trek anche nella vita intima sessuale, depravati e ricchi, malvagi e sfigati, mentre i buoni sono simpatici e spigliati, non studiano mai e fanno sempre tanto sesso sfrenato. Siamo tornati indietro dagli anni 80 quando le star erano i freak e si parteggiava con loro. American pie 6 è un film oltretutto cinefilo dove vengono rifatte in maniera grottesco demenziale scene di film importanti: per esempio si cita Apocalipse Now cambiando la battuta “La mattina adoro il profumo di Napalm” con “La mattina adoro il profumo di tette bagnate” e “Il cacciatore” dove al posto di rivoltelle caricate con un proiettile ci sono pistole ad acqua riempite con sperma di cavallo. Cammeo di routine di Eugine Levy, presente in tutte e sei le puntate. Un film da amare o da odiare o da tenere come segreto nascosto mentre a tutti dici di amare Kubrick.

di Andrea Lanza

Headhunter (2007) Paul Tarantino


Guarda, guarda. Ogni tanto, specie a Natale, i miracoli succedono. Io non ci credevo, eppure scartabellando le novità in una videoteca, tra un “Cerberus” ignobile e un “American pie” senza attori principali, ho trovato questo “Headhunter”. A dire il vero il film prometteva di essere la solita cagatina che vedi col telecomando un mano, mandando avanti nei dialoghi e fermandoti nelle scene di sesso e di sangue. La copertina davvero anonima, vero plagio del brutto “Tamara – toccata dal fuoco” (un giorno qualcuno dovrebbe spiegarmi questo sottotitolo), il film, girato in digitale, eco di terribili incubi come “Evil eyes” e il regista Tarantino Paul, non Quentin, erano echi non indifferenti della stronzata imminente. Eppure non ho spento né mandato avanti favorendo il miracolo: il film è girato bene (pur con evidenti limiti di budget), scritto in maniera direi spumeggiante, interpretato discretamente e con scene che fanno balzare dalla poltrona quando meno te lo aspetti. Un horror riuscito al cento per cento, la cosa che non ti aspetti dopo che Argento e Avati ti hanno pugnalato alla spalle e il mondo non è più tanto perfetto come quando eri bambino. La trama racconta di come un uomo, deluso dal suo lavoro, trovi grazie ad un’agenzia, un altro impiego, questa volta notturno, in un ufficio semivuoto. Ben presto riceverà la visita di fantasmi che lo metteranno in guardia sul suo tragico destino: se non troverà una certa testa mozzata anche lui morirà. Paul Tarantino mette in scena fantasmi e streghe condendo il tutto con salsa splatter e girando scene a tratti insopportabili per la tensione come la mano nel tritarifiuti. L’ironia del finale poi ha qualcosa di inqualificabilmente geniale. Nota a margine: io non lo sapevo, ma il titolo si riferisce ai “cacciatori di teste” ovvero quella gente che procaccia un certo tipo di profili di dipendenti per delle grandi aziende. Io terra terra pensavo al classico maniaco con l’accetta e la bava in bocca. Ottimo comunque il film con più di un debito sotterraneo alla saga giapponese di “Ju-on”.

di Andrea Lanza

Thursday, December 13, 2007

Il buio dell'anima (2007) di Neil Jordan



Il buio dell’anima si presenta fin da subito come film d’autore che si addentra nei meandri di un genere volgare, quello dei giustizieri, per glorificarlo artisticamente. Niente di più sbagliato se ci si deve rapportare con un capolavoro di portata titanica come “Il giustiziere della notte” di Michael Winner con l’immenso Charles Bronson. Il film di Neil Jordan infatti ne è il remake non dichiarato, molto ben girato, ma pedissequo nel seguire lo stesso schema del film del 1972 banalizzando di molto i contenuti. L’architetto Paul Kersey bronsoniano cede il posto ad una dj in procinto di sposarsi con l’aitante fidanzato (il Said di Lost in pausa pranzo dal suo serial tv), nulla di più. Sarebbe stato interessante vedere come la stessa storia poteva svilupparsi in maniera diversa sotto un’ottica femminile, invece stessa solfa: nel film di Winner stupro e omicidio della moglie del protagonista, qui nel 2007 in aria di politicamente corretto solo pestaggio dei due fidanzatini. Lei oltretutto conciata malissimo, con il volto deturpato sembra a vita, in soli due giorni torna più bella e fresca di prima. Scadente inoltre la componente psicologica che riassume il dolore di una perdita nella materializzazione extrauterina di pene-rivoltella che eiacula vendetta. Come diceva anni fa Carlos Saura in un brutto film: “Spara che ti passa”, ma qui siamo a livelli assurdi, con due gocce di lacrime versate, una notte insonne, un sogno erotico, la bella dj sembra aver dimenticato il suo bel Said, tanto da restare affascinata in quattro e quattrotto da un altrettante aitante poliziotto con matrimonio rovinato alle spalle. Il film diventa disastroso poi quando cerca di materializzare quello che Winner mai aveva raccontato, il trovarsi davvero faccia a faccia con chi ti ha rovinato la vita. Nel "Giustiziere della notte" Bronson uccideva chi poteva essere l’assassino della moglie, ma senza, incubo forse ancora più terribile, riuscire a trovarlo. Lei invece, vera catalizzatrice di sfighe umane, si trova soltanto passeggiando per strada ad essere testimone di omicidi brutali o peggio. Poi, colpo di genio della sceneggiatura, non manca neanche il fortuito faccia a faccia con un ricchissimo industriale uxoricida che, caso del destino, a lasciato a casa la sua scorta personale. Il finale è da antologia della demenza poi con una trovata finale che esalta l’omicidio e traccia linee impossibili tra sbirri e vigilantes. La Foster comunque in questo guazzabuglio dal sapore vagamente lesbo è bravissima, peccato che il film non lo sia altrettanto. Fastidioso.


di Andrea Lanza

Wednesday, December 12, 2007

30 GIORNI DI NOTTE di David Slade (2007)

Tutto in una notte. Una notte lunga 30 giorni. La città di Barrow in Alaska vive questa condizione una volta l'anno ed è l'ideale per un clan di vampiri andare lì a pasteggiare indisturbati. Questo l'assunto della fortunata graphic novel di Steve Nile e Ben Templesmith , munifica di sequels, che la GhostHouse di Sam Raimi ha deciso di consegnare nelle mani di David Slade, sulla fiducia del lavoro fatto su Hard Candy. Innanzitutto, mettetevi l'anima in pace, qui il fumetto di Niles c'entra poco. Niente vampiri "goodfellas", nessun Vincent, nessuna ironia cafona. Niente figure acuminate dalle fattezze di vetro. Quello che rimane dei succhiasangue di Templesmith è la ferocia con cui pretendono il sangue dalle vittime. Niente romanticismi, baci,poppisti,il morso è netto e si porta via bei pezzi di carne insieme al sangue. E' difficile parlare del lavoro di Slade perchè sulla carta c'è molto più di quello che alla fine vediamo in video. Slade ama la regia classica. Le avvisaglie c'erano già in Hard Candy, un costrutto tradizionale, compassato, asciutto, basato su dialoghi ed attori. Qui si è tentato di fare la stessa cosa, nellaria rareffata dell'Alaska, Slade ha tentato l'evidente omaggio a La Notte dei Morti Viventi, mettendo una comunità a confronto con se stessa di fronte ad un pericolo ignoto,terrificante e incomprensibile. Infatti la presenza della minaccia si palesa attivamente (a parte sporadiche apparizioni) solo dopo un'ora di film. Tutto il resto voleva essere lavoro su personaggio, tensione, mestiere da artigiano classico, quasi un film in bianco e nero. Il problema è che il risultato non è stato quello che Slade si aspettava. Perchè non c'è tensione, non c'è lo scontro tra personalità, decisioni, movimento delle situazioni. C'è confusione ed indecisione. Gli attori fanno un ottimo lavoro, Hatnett e Ben Foster su tutti, ma non basta certo ad interessarci alle loro chiacchiere. Oltretutto, a parte sporadici casi, questa tendenza alla ripresa classica di Slade non ha alcuna resa moderna. Semplicemente non ha un bel senso visivo,non vi sono immagini che rimangono impresse e questo perchè Slade ha volutamente girare nella maniera classica che forse è l'unica possibile per lui. Verso la fine, di sangue ne scorre e l'azione comunque non manca (esistono pure sempre dei produttori) ma l'eccesso di sofisticatezza della regia (già,perchè fare oggi un horror classico è sofisticato) cozza con il risultato finale ed è un vero peccato, perchè le aspettative erano molto alte.

di Gianluigi Perrone

Tuesday, December 11, 2007

SHOOT'EM UP di Michael Davis (2007)

Ma perchè alla Bellucci danno sempre ruoli da mignotta da bordello? Ci penserò. Intanto Shoot'em Up. Che è uno sparatutto letteralmente. C'è stato Crank che prenderva le mosse da Hong Kong e si spacciava velatamente pure per un prodotto extra occidentale, e ora c'è questo delirio di azione senza via di scampo. Smith, un vagabondo interpretato da Clive Owen, ingaggia una sparitoria mentre fa partorire a una donna un neonato appassionato di Death Metal che un agente dell'FBI corrotto (Paul Giamatti) vuole morto. Porta il bambino con se e cerca di salvarlo dai cattivi insieme a una prostituta(indovinate chi la fa?) mentre i proiettili gli vengono vomitati addosso per tutto il film. Michael Davis finalmente è arrivato, dopo commedie a non finire e l'interessante Monster Man, a fare quello che voleva, cioè un action furibondo. Che sia cartoonistico è dichiarato sin dall'inizio con Clive Owen che sgranocchia carote come Bugs Bunny, ma quando fai un'operazione del genere devi stare attento a non annoiare perchè peggio stancare lo spettatore con le chiacchiere c'è di farlo con l'azione fine a sè stessa. Ogni tanto Shoot'em Up cala e si perde in idee troppo banali (non diciamo inverosimili perchè sarebbe ridicolo). Autoironico nel voler essere contro la diffusione delle armi un film che dovrebbe avere un esercito di guerrafondaio come pubblico,vista la quantità di colpi in arrivo che si spreca. Un prodotto dignitoso di intrattenimento, forse un po' finto ma che grazie a un cast tecnico e artistico importante non ha rischiato di scadere nell'inutile.

di Gianluigi Perrone

DEATH SENTENCE - di James Wan (2007)

Non è stata la delusione del pallido successo di Dead Silence a convincere James Wan a cambiare lo sceneggiatore con cui aveva condiviso l'exploit di Saw. Infatti Leigh Whannell è in Death Sentence come attore. Wan è stato attratto dal desiderio di ogni fan di genere di fare un film sulla vendetta, di riportare in auge la figura dei giustizieri inarrestabili e rocciosi come Charles Bronson e Dirty Harry. Dato che è ormai evidente un ritorno ai temi, ecco che il secondo libro di Brian Garfield, sequel di Death Wish da cui è tratto il film di Michael Winner, diventare una pellicola. O meglio: Death Sentence ha solo il titolo del romanzo di Garfield perchè il resto non ha nulla a che vederecon la storia. Il succo invece è che un normale impiegato a cui hanno ammazzato il figlio durante una rapina, decide di farsi giustizia da sè visto che quella ufficiale non funge. Storia vecchia come il cucco, quasi banale se non fosse che, per evitare di essere accusato di giustizialismo, lo sceneggiatore Ian Jeffers decide di ricercare le colpe di tutto questo caos nella società e nell'imprevedibilità del caso. A rendere una traballante sceneggiatura un grande action sono un protagonista come Kevin Bacon e la regia pazzesca di James Wan. Non è una bestemmia dire che Wan ha l'approccio vigoroso alla regia dei migliori (Walter Hill, Michael Mann,J. Lee Thompson...), non ha una poetica ma ha la grammatica giusta e non ha paura di sperimentare. Ricordate il piano sequenza di Ong Bak? Nulla in confronto a uno dei più grandi inseguimenti mai visti, una scena talmente di azione da dover prendere le medicine per il cuore anche se non si soffre di problemi cardiaci, dopo averla subita. Se Wan avrà modo di trovare la strada giusta non vi sono dubbi che farà cose gigantesche.

di Gianluigi Perrone

Monday, December 10, 2007

ZOMBIES DIARIES (2007) di Michael Bartlett e Kevin Gates

In attesa del (probabile) capolavoro romeriano “Diary of the dead” ecco la prima imitazione, “Zombies diaries”, girata così in fretta da essere uscita prima del lavoro al quale si ispira! La cosa affascinante è che questa operina, girata probabilmente con due euro, non è poi così male: ha delle buone idee nel suo cilindro e la trovata, non pedestre, di fare incontrare il filone dei morti viventi con quello dei finti documentari horror alla Blair witch. I due registi, Michael Bartlett e Kevin Gates, ce la mettono tutta per creare tensione negli scarsi 75 minuti di durata della pellicola, sia grazie all’espediente della digitale tenuta in mano da un cameramen voyeur sia nell’addentrarsi in terreni quasi hitchcockiani eliminando a metà film tutto il cast per raccontare la stessa storia sotto altri punti di vista. Sul piano qualitativo siamo a livelli scarsini però e se alcuni zombi hanno un make-up decente fa sorridere vedere un assalto di morti viventi compiuto al massimo da 5 mostri quando la copertina del dvd ci inganna mostrandoci migliaia di cadaveri ambulanti. La storia, come molti degli horror di questi ultimi anni, si ambienta a Londra e il film non manca di una certa spettacolarità quando ambienta l’azione in alcuni quartieri della città diventati deserti per via del virus. Certo le buone intenzioni non possono fare un bel film, ma questo “Zombies diaries”, pur con evidenti limiti di budget, non difetta né di suspence né di trovate brillanti. Se mettete da parte i pregiudizi verso i film indie l’opera di Michael Bartlett e Kevin Gates vi potrebbe persino piacere. Poi potrebbe essere cassandra inaspettata verso il futuro film di George A. Romero.

di Andrea Lanza

Sunday, December 09, 2007

BRICK - LA ROBA(2005) di Rian Johnson

Strano teen movie, vincitore di diversi premi, e da noi uscito in ritardo (e in sordina) nelle sale dopo quasi 3 anni. “The brick” fa fatica a partire, la trama risulta molto contorta e non ci si riesce ad affezionare molto ai personaggi che, neanche ventenni, parlano e agiscono come adulti. Ma appena si capisce il gioco intellettuale del regista Rian Johnson il tutto comincia a combaciare perfettamente e il film riesce ad appassionare e a catturare. Non capita tutti i giorni d’altronde di vedere un vero film noir poliziesco con un’ambientazione tanto bizzarra: il college. Ecco quindi che il preside agisce come un poliziotto bastardo e il protagonista, tra amori ammazzati e dark lady fameliche, prende cazzotti come Robert Mitchum e sbroglia una matassa più grande di lui. “The Brick” è un film probabilmente fatto col cuore, un atto d’amore verso un genere che ha avuto il suo massimo apice a cavallo tra gli anni 40 e 50 con grandi opere chandleriane come “Il grande sonno” di Howard Hawks. “The Brick” però è anche un film avanguardistico, quasi cronenberghiano, che se ne fotte dei rigidi canoni dei generi per creare un idea diversa del racconto proposto: la carne si sfalda meravigliosamente per essere plamata e riplasmata a piacere del regista, la storia, sempre quella, diviene meravigliosamente originale anche se originale non è. Il film ha rastrellato per il mondo premi su premi, meritatissimi, anche grazie al grande lavoro recitativo del cast, ogni attore più bravo dell’altro. Rian Johnson poi dimostra di avere grandissimo senso dell’umorismo creando situazioni ai limiti del demenziale senza mai affondare nella cretineria parodistica: tra tutti il personaggio del Perno, il cattivo dei cattivi, una specie di Stewie Griffin più grande, che vive nella cantina della casa materna spacciando droga in tutta la città e impartendo ordini mentre la mamma serve succo di frutta ai suoi sgherri. Non mancano i grandi momenti drammatici, come il plumbeo finale, quasi alla “Seven”. L’eroe alla fine malconcio e pesto perde tutto, amore, ricordi nei quali aggrapparsi, non ha neanche una sigaretta da accendersi come i grandi classici di Chandler. “Che ti ha detto?” chiede l’amico al protagonista “Niente: una parolaccia” è la risposta. E il vento che avvolge la verità nascosta è davvero il più freddo di tutti. Da vedere.

di Andrea Lanza

Saturday, December 08, 2007

LIVING DEATH(2006) di Erin Berry

“Living death” fa parte dei soliti film diretti al mercato dvd senza arte né parte. Non serve strillare sulla copertina il nome di bellone ormai incartapecorite come Kristy Swanson (Buffy, Ammazzampiri 2) o la scritta unranted quando non si capisce quale mente malata applicherebbe dei tagli ad una pellicola così rovinosamente televisiva. E’ vero c’è il budello alla Antropophagus, un paio di scene sono disgustosamente compiaciute, ma una serie tv come CSI ha molto più splatter da esibire che questo innocuo filmetto senza estro. La curiosità semmai (che potrebbe attirare qualche sventurato) è la similitudine con un piccolo cult movie degli anni 90, “Sepolto vivo” di Frank Darabont (“Il miglio verde”) con Tim Matheson e Jennifer Jason Leigh, tratto (alla lontana) da Poe. Ma le somiglianze si perdono man mano che la storia di questo “Living death” prende strade stupidissime fino ad un finale demente ed incomprensibile. La trama vede un ricco e depravato uomo, con il vizietto per antiche macchine di tortura, essere ucciso dalla moglie e dal suo migliore amico. Ma un errore nel dosaggio del veleno (estratto di pesce palla come una mitica puntata dei Simpson) lo renderà una specie di zombie incazzato col mondo e coi suoi assassini. Di horror però c’è poco, il resuscitato ha solo delle grandi occhiaie e uccide a destra e a manca per i motivi più cretini, di tensione men che meno, meglio stare a casa a vedere, che so, qualche bel serial tv thriller come “Cold case” o “Dexter”. Più brividi sicuramente e nessun complesso di colpa per aver buttato via il nostro prezioso tempo con queste stronzatine buone per un cestone da discount. Per assurdo il regista Erin Berry è il produttore di un horror demoniaco non male, “5ive girls” con Ron Perlman. Si vede che la regia non fa per lui.

di Andrea Lanza

Tuesday, December 04, 2007

AMERICAN GANGSTER di Ridley Scott ( 2007)

Guardando American Gangster, dopo una ventina di minuti avrete un deja vu. Questa storia l'ho già vista da qualche parte. Non ci vorranno più di una manciata di secondi per capire che si tratta di Scarface di DePalma. In effetti la sceneggiatura di Oliver Stone era ispirata al personaggio di Frank Lucas, detto Superfly (ricorderete il film Gordon Parks jr del 72 dedicato al personaggio), che in breve tempo divenne il punto di riferimento per il traffico della droga in america, una ascesa al potere inaudita, ancora più surreale perchè portata avanti da un nero. Infatti sarebbe stato impensabile che il protagonista di Scarface potesse essere un afroamericano e quindi si pensò a un più "pallido" cubano, mischiando un po' di fatti di cronaca. Invece Ridley Scott racconta la storia vera di Lucas, romanzandola e dipingendolo come un personaggio romantico e vincente. oRmai Denzel Washington, insieme a Samuel L Jackson, è il nuovo blaxploitation hero della sua generazione, nonostante sia un grandissimo e versatile attore fa scelte di genere e si impegna in una maniera sopraffina. Puoi vedergli la tensione intorno alle spalle, fremere tra le labbra e valorizzare ogni inquadratura con la sua presenza: questa è inesauribile energia. Ci vuole un bel paio di palle per mettere giù uno come Russell Crowe, co-protagonista che impallidisce di fronte all'attore nero. Insieme a lui tutta la nuova(e non) generazione di attori di colore come il bravissimo Chiwetel Ejiofor e Cuba Gooding Jr. a supportare una leggenda come Frank Lucas, il sogno americano criminale nell'immaginario di qualsiasi gangsta rapper che NON si rispetti. American Gangster ha tutti gli elementi per essere un blaxploitation moderno: azione,ritmo, musica soul e funky, orgoglio nero e epicità cafona ma stavolta con un mare di denaro in più rispetto alla media dei vari Truck Turner e similia. Un film del genere doveva finire tra le mani di un Craig Brewer o John Singleton, o Spike Lee persino, invece lo dirige un inglese come Ridley Scott! Non solo, Scott da qualche anno a questa parte è diventato freddo, gelido. Una tecnica perfetta e spaventosa, elementi che collimano perfettamente eppure non c'è anima nei suoi film. Talmente perfetti da non essere veri, ed è dura con una storia originale avvincente come quella di Lucas. Intendiamoci, American Gangster è un bel vedere e si fa piacere nonostante la lunghezza, ma è finto, quasi parodistico. Cosa è successo a Ridley?

di Gianluigi Perrone

IL COLPO DELLA METROPOLITANA (THE TAKING OF PELHAM 123) di Joseph Sargent (1974)

Quello che fa di Pelham 123 uno dei migliori classici crime action degli anni 70 è la bomba ad orologeria innescata nella sceneggiatura di Peter Stone ma già nel racconto di Morton Freedgood (che firmò come John Godey). Infatti raramente una storia dannatamente semplice ha raggiunto il ritmo del film di Sargent, il classico uovo di colombo che ha fatto scuola, determinando il successo dei vari Die Hard e Lethal Weapon. L'idea vincente è l'attacco al cuore della città, o meglio ai suoi vasi sanguigni, ovvero la complessa rete sotterranea che è la metropolitana di New York. Un gruppo di criminali anonimi, vestiti alla stessa maniera e che si chiamano con nomi di colori (vi ricorda qualcosa?) prendono in ostaggio i passeggeri di un vagone della metropolitana di Manhattan e tengono in pugno la polizia. Una situazione inedita ma plausibilissima (strano che il film non abbia ingenerato emulatori) che lascia sbigottite e impreparate le forze dell'ordine. Sarà paradossalmente il responsabile della Transit Authority a trovare la soluzione del gioco. Sargent non è mai stato un virtuoso della macchina da presa ma,come dimostrato anche in White Lightning, ha l'idea degli spazi e dei tempi, dei ritmi cinematografici nonostante la propria carriera sia stata principalmente televisiva, e lavorando per sottrazione va dritto al punto. Il tutto coadiuvato da un cast perfetto, un'orchestra che suona all'unisono un'aria tesissima.Walter Matthau, Robert Shaw, Hector Elizondo, Jerry Stiller, Martin Balsam, tutti sopra le righe ma incredibilmente reali. Un cult assoluto.

di Gianluigi Perrone

INSIDE (A L'INTERIEUR) di Alexandre Bustillo e Julien Maury (2007)

Ha fatto parlare molto di sè questo nuovo prodotto della vivacissima scena horror francese che, anche un po' forzatamente, sforna nuovi registi come fosse la mamma dei cretini. Ed in effetti di maternità si parla in questo slasher vecchia maniera a tinte forti...fortissime. Non ci è dato sapere se sia la solita mossa commerciale ma c'è chi giura che durante la proiezione commerciale a Cannes (che ha fruttato un bel contratto per i registi con i Weinstein Bros) la gente scappasse indignata dalla sala a causa delle scene troppo violente. Infatti quello che ha suscitato tanta curiosità nei confronti del film scritto da Alexandre Bustillo (redattore di Mad Movies) e diretto a quattro mani con Julien Maury sono stati i commenti degli addetti ai lavori riguardo la violenza inaudita della pellicola e i quasi inverosimili accostamenti con Cannibal Holocaust. Capirete che per chi è abituato alle gratuite efferatezze asiatiche dei vari Men Behind The Sun, Guinea Pig e similaria, è difficile credere che ci si possa impressionare di qualcosa. Effettivamente, vedendo il film non si può negare che il gore non sia veramente esplosivo e disturbante. Alcune scene sono assolutamente insostenibile, soprattutto una immagine finale che potrebbe far svenire la vostra ragazza anemica nel cinema. Più che altro è il costante e esagerato spargimento di sangue che non diventa grottesco solo grazie all'esperienza di spettatori dei due. Infatti, se esiste un film derivativo, quello è A L'Interieur. Rispetto ad un Alta Tensione però, la sua essenzialità non è supportata da una regia vigorosa ma da elementi decisamente sapienti (o furbi) che sono funzionali alla narrazione (le musiche, la fotografia scurissima, la piattezza dei movimenti di camera). La storia poi è veramente sciocchina. Una ragazza incinta all'ottavo mese viene assalita in casa da una donna che vuole strapparle il bambino dal ventre. Il perchè e cosa succederà dopo lo potrebbe intuire anche un bambino al suo terzo horror. E per allungare il brodo Bustillo fa arrivare gente a casa che viene sistematicamente massacrata. Quindi il film non è altro che una serie lunga e impietosa di omicidi efferatissimi, senza preoccuparsi troppo della trama. Allora cosa è che funziona? La messa in scena, assolutamente perfetta e derivativa. Il film di Bustillo sembra dire che se hai visto migliaia di horror da qualsiasi parte del mondo, hai un budget decente ,la parente di un'attrice famosa cioè Alyson Paradis sorella di Vanessa, e una ex attrice in disuso con il culone, Beatrice Dalle, allora puoi raggiungere il successo. Questo film parla di esperienza indiretta con la camera, parla di passione per il genere e parla di molta furbizia tipicamente francese. Tant'è che i ragazzi sono arrivati in America e adesso sono in trattative per il remake di Hellraiser. E pensare che in patria è andato malissimo. Anche noi dovremmo fare cose del genere.

di Gianluigi P
errone

Monday, December 03, 2007

LA PROMESSA DELL'ASSASSINO (EASTERN PROMISES) di David Cronenberg (2007)

Questa volta un noir puro per Cronenberg, o ancora , un classico gangster movie che, secondo la sceneggiatura di Steven Knight, non sarebbe dispiaciuto a Raoul Walsh. Già, perchè stavolta siamo su territori già ampiamente calcati nella storia del cinema, quasi banali nella loro classicità: le regole della criminalità organizzata come l'immaginario comune le ha assimilate. I dettami del Mafia Movie vengono rispettati pedissequamente e probabilmente in mano ad altri il risultato non sarebbe stato il medesimo. Cronenberg invece trasforma in delirio anatomico tutto ciò che tocca, passa attraverso gli scontri emotivi dei personaggi per suggerire le implicazioni dei loro corpi, più che mai organici, più che mai involucri. L'involucro che contiene la vera protagonista del film, Christine, nata da una madre 14enne morta per dissanguamento,figlia di una violenza carnale e che nel suo dna ha la rivoluzione delle gerarchie criminali costituite. L'involucro di tatuaggi e cicatrici che contiene Nicholai, un gigantesco Viggo Mortensen, un enigma vivente, l'aspirante Re che nasconde dolorosamente il vero se stesso con l'immagine incredibilmente suggestiva, cool, che può avere un hitman della mafia russa. Per sua stessa ammissione privo di madre e padre, morto a 15 anni e da allora abitante della "zona" dove le emozioni non solcano lo sguardo. L'involucro scomodo in cui è contenuto Kirill, Vincent Cassell, il migliore in assoluto, il principe incapace di potestà, insicuro di una identità reietta, sia essa familiare (il sangue) sia essa sessuale (la presunta omosessualità), personaggio complesso ed indispensabile. L'involucro che contiene il mite Semyon, Armin Mueller-Stahl, il Re apparentemente giusto e buono che nasconde dentro la Bestia, capace delle azioni più basse, una figura quasi horror nella sua inespressa psicopatia. Questi sono i corpi senzienti in cui sono sepolti gli orribili segreti. C'è tutta una poetica attraverso parole e sentenze che dipingono un universo profondamente cronenberghiano("seppellisci i segreti coi propri corpi"-"corpo,singolare", "siamo nati già sepolti,io e mio padre","dagli schiavi nascono schiavi","per ragioni poetiche,suggerirei il suo sangue"), frasi intense e "coreografiche" ma fondamentali per Cronenberg che ne trascrive sopra naturalmente i propri temi. Come nella più grande bladefight di tutti i tempi, in cui il guerriero più valoroso, nudo e feroce, conquista il diritto al trono epicamente. Come nel finale solo apparentemente consolatorio, dove nonostante si raggiunga il proposito si ammette, mestamente nello sguardo del nuovo Re, che l'unica soluzione è l'esilio, la negazione di sé, l'abbandono del corpo verso altro.
di Gianluigi Perrone

OMBRE (SHADOWS) di John Cassavetes (1959)

C'è del jazz nel film debutto alla regia di John Cassavetes. E non solo nei temi ma anche nell'atteggiamento sperimentale che il regista volle porre nella sua narrazione. Certo c'era della nouvelle vogue, c'era una certa europeicità nell'occhio del regista ma soprattutto c'erano tutti gli elementi principali che Cassavetes porterà nelle sue opere migliori. Hunsbands, Minnie & Moskowitz, A Woman Under Her Influence, sono tutti contenuti in stato embrionale nel film, le idee di sceneggiatura, i momenti di follia dei personaggi ed il loro essere squisitamente egoisti. Tutto nel mondo dei musicisti neri di Manhattan. C'è molto di Leila in quello che sarà Gena Rowland in futuro, una ragazza nè nera nè bianca, splendida ma che vive il pregiudizio del suo spasimante sono quando questi si accorge, dai suoi fratelli, di essere di sangue afroamericano. E Leila vive questo amore con spregiudicatezza e appassionato travaglio. Così come il gruppo di bulletti scipafemmine non è altro che un riflesso dei mariti sconsiderati di Husbands. Rigirato per metà, il film ebbe due versioni, di cui una ritirata e scomparsa per 50 anni, creando contrasti tra il regista ed il produttore. Ancora embrionale ma fondamentale per la conoscenza della poetica del regista.

di Gianluigi Perrone

IL GRANDE IMBROGLIO (Big Trouble) di John Cassavetes (1985)

Ultimo film di John Cassavetes e decisamente il suo più commerciale, Big trouble è una meravigliosa commedia che nonostante le premesse riesce a tenere un concetto base del cinema di Cassavetes: la libertà ,per quanto folle,paga. Protagonisti indiscussi Peter Falk, Alan Arkin e la sempre splendida Beverly D'Angelo, in questo surreale incontro tra il grigio e impostato assicuratore Leonard Hoffman(Arkin) che ha l'obbligo morale di mandare i tre dotati gemelli a studiare a Yale e deve trovare i soldi in qualsiasi modo. I compromessi morali cadono nel momento in cui conosce i Rickey, una coppia di truffatori che gli fanno credere della morte del marito (Falk) per riscuotere una assicurazione in maniera truffaldina in complicità con Hoffman. Tutto va a rotoli per la incredibile faccia tosta dei due cialtroni e l'assicuratore rimette in gioco tutta la sua etica. Spumeggiante Falk, fa del film il suo campo di battaglia, conquistando la scena con il suo tipico modo di fare sornione. Ottimo anche Alan Arkin, a volte surreale nel suo ingobbirsi e rattrappirsi davanti alla gravità degli eventi, per non parlare della D'Angelo, ochetta sexy dallo sguardo languido che tutti vorrebbero avere in casa. E' divertente vedere come ci si prende gioco della istituzionalità dell'uomo comune in favore dei due truffatori che nonostante i loro intenti poco puliti sono sicuramente più simpatici di tutti gli altri. Sembra quasi vogliano essere due angeli custodi per Hoffman e fargli capire che la sua rettitudine in fondo è inutile visto che il suo capo è un verme e la sua moglie una rompiscatole. Incredibile quando Falk nel finale gli chiede se voglia rimanere con lei nonostante tutto, quasi sussurrato ma contenente il tema del film, che, come al solito è la libertà.

di Gianluigi Perrone

GLI ESCLUSI (A Child is Waiting) di John Cassavetes (1963)

Il primo Cassavetes a discostarsi dalla sua produzione classica, decisamente più lineare e se vogliamo commerciale nonostante evidenti sottotesti di riflessione profonda. Un classico film che tratta della situazione nelle case di cura mentale e per bambini "difficili". Cassavetes racconta di un istituto di cura dirigendo diversi ragazzi mentalmente disabili, ritardati o affetti da sindrome di Down e il loro processo attraverso un ragazzo emotivamente difficile che viene mandato in quella casa e che si chiude in sè stesso ed il punto di vista dei suoi tutori, l'uno, Burt Lancaster, motivato,esperto e cosciente del problema, un personaggio dedito al suo ruolo, l'altra Judy Garland, che impara attraverso i propri occhi una realtà che, all'epoca come oggi, si tendeva a tenere nascosta. Come spesso accade nei film di Cassavetes c'è una ambivalenza di veduta, tendendo ad accettare i due punti di vista, come il conflitto della madre del bambino, Gena Rowland, su cosa sia meglio per il figlio. Grande coraggio da parte di Stanley Kramer a produrre un progetto così complesso con un tema talmente ostico.

di Gianluigi Perrone

Tuesday, November 27, 2007

MARITI (HUSBANDS) di John Cassavetes (1970)

Stupendo film del clan di Cassavetes con gli amici Ben Gazzara e Peter Falk che interpretano sé stessi e probabilmente il rapporto che avevano con l'attore/autore. L'assunto è veramente stupendo. Tre amici (Gazzara,Falk e lo stesso Cassavetes) decidono di celebrare la morte prematura del loro quarto compagno di avventure scappando dalla vita. Senza dormire, cantano, bevono,delirano,litigano,piangono letteralmente vivono per tributo alla vita di uno di loro. Questa bravata li mette a confronto con le proprie vite, con le proprie famiglie e le restrizioni che ne derivano. Il matrimonio, nel cinema di Cassavetes, è sempre stato visto come la morte dell'amore, se non come una situazione burrascosa in divenire che sembre necessaria per la fruizione dell'amore e della passione ,fatta di grida, disperazione, risate a squarciagola e anche botte, nella ricerca di esprimere l'assoluta dedizione all'altro. Qui è il punto di vista dell'uomo, soprattutto di Gazzara, stufo di dover comportarsi da buon padre di famiglia che decide di mandare completamente la vita all'aria. Il film schiaccia lo spettatore grazie alla personalità dei tre interpreti, giganteschi, delle personalità incredibili, libere, smarty, attori che al giorno d'oggi non esistono più e che si muovono dominatori davanti alla macchina da presa che strettissima ruba ogni minimo singulto o movimento. Quando i tre decidono di andare a Londra senza un apparente motivo e qui cominciano dei siparietti divertentissimi in cui cacciano donne giusto per auto riflesso di sè.

di Gianluigi Perrone

MINNIE & MOSKOWITZ di John Cassavetes (1971)

Forse il Cassavetes per eccellenza, nato per divertimento insieme a Seymour Cassell e Gena Rowlands e diventato un classico assoluto. La storia d'amore delirante tra Minnie, esaurita ,pretestuosa e incapace di crearsi una relazione, e Seymour, uno sfaccendato hippie( che ha influenzato il personaggio de Il Grande Lebowski) che si innamora disperatamente della donna. Tutti i canoni del cinema di Cassavetes sono rappresentati da questi personaggi, pazzi ed incoscienti, dei bambini che giocano con i sentimenti senza preoccuparsi delle conseguenze a cui vanno incontro, una generazione folle e assolutamente libera che si confronta con il mondo con menefreghismo, senziente di sè stessa, egoista e debole, mai replicata. Capolavoro.

di Gianluigi Perrone

LA SERA DELLA PRIMA (OPENING NIGHT) di John Cassavetes (1977)

Atto d'amore di John Cassavetes al lavoro di attore e alla follia insita dei più grandi talenti di cinema e teatro, Opening Night è la riflessione del regista/attore sulla sfida di un individuo (in questo caso l'onnipresente Gena Rowlands) a confrontarsi con l'età matura. Dominata dall'attrice, la scena vede un personaggio tipicamente cassavetesiano, telluco, alcolizzato e viziato , l'attrice in là con gli anni Myrtle Gordon,che non riesce a raccapezzarsi con la sua esistenza ma dedica tutto a quello che vive sul palco. Contemporaneamente alla sua esistenza, perseguitata da una giovane fan morta nel tentativo di inseguirla, viviamo le scene della commedia che sta interpretando a teatro e la maniera con cui osa stravolgerla secondo i suoi capricci. Al di là del rimorso per la morte della ragazza Myrte ne invidia la giovane età ed il fatto che lei, ormai in avanti con gli anni, ha in qualche modo rubato il bene preziosissimo della giovane.

di Gianluigi Perrone

Thursday, November 22, 2007

LA ANTENA di Esteban Sapir (2007)

In una città un cinico e potente uomo d’affari tiene in scacco la popolazione avendo rubato loro le voci. Riescono ad esprimersi col labiale e formando nell’aria le parole, quelle si, ci sono ancora. Un uomo e la sua famiglia, dopo aver conosciuto un bambino senza occhi ma che ha ancora la voce, decidono di combattere il tiranno attraverso un’antenna posizionata appena fuori città. La voce del bambino senza occhi è la chiave e devono trasmetterla a tutti gli abitanti affinché possano recuperare la loro. Per osteggiare il piano dei protagonisti il ladro delle voci mette loro ai calcagni un uomo ratto e un manipolo di sicari. Il film è girato come un’opera dei primi del 900’ di stampo surrealista, molti scenari sono costruiti in carta pesta e i monti attorno all’antenna che da il titolo all’opera sono realizzati con semplici fogli di giornale (con tanto di foto e articoli che si intravedono). Abbiamo degli echi anche nei confronti dell’opera di Odilon Redon, in particolare nella sequenza in cui si vede la luna che sta fumando il sigaro. Gli abitanti senza voce fanno in modo che la recitazione sia in linea con quella dei film muti dando un contrasto tra alcuni aspetti futuristici e altri che si rifanno al passato, un po’ quello che si vede in Brazil, ma qui siamo su canoni totalmente differenti. La Antena di Esteban Sapir, regista Argentino il quale aveva un altro film all’attivo e un videoclip di Shakira, è una metafora in stile fabula del totalitarismo, la città in cui si svolge la vicenda è una qualsiasi città, o uno stato, è lo stesso, l’importante è la frase che ripete l’anziano tra i protagonisti “ci hanno rubato la voce ma non le parole”. Un metafora perfetta del popolo a cui viene impedito di esprimersi, di avere una voce, ma che deve sottomettersi in silenzio alla brutalità di un regime. In Argentina durante la dittatura di Peron la situazione non era certo floreale, moltissimi dissidenti rifugiarono infatti all’estero… Un film interessante e brioso con degli attori molto bravi nel dare l’idea del film muto, interessante il lavoro di scenografia, le musiche e la perfetta fotografia in un bianco e nero d’altri tempi. Un’ opera che vuole essere istruttiva e ci riesce con uno stile del tutto peculiare.

di Davide Casale

Wednesday, November 21, 2007

MECHENOSETS di Filipp Yankovsky (2006)


Terzo film del regista Yankovsky, questa sua opera è degna di attenzione, vanta una storia particolare girata con estrema eleganza e una poetica visiva strabiliante.Il protagonista è una sorta di supereroe nell’accezione negativa, ossia un essere dotato di un misterioso potere: una lama che gli spunta dal polso quando si infuria. Il “dono” gli ha portato solo disgrazie, fin da quando bambino ha ammazzato senza volere il padre mentre assisteva impaurito e furente al pestaggio della madre. Ogni persona di cui si innamora e ognuno che gli sta vicino finisce per scoprire il suo dono e l’orrore che Sasha (così si chiama il protagonista interpretato da Artyom Tkachenko) deve sopportare. Il film si focalizza sull’amore che prova il nostro Sasha per la bella Katya (Chulpan Khamatova), sentimento corrisposto che amplificherà la sua sofferenza quando, dopo aver assassinato sempre senza controllo l’ex amante di lei, si troverà braccato dalla polizia e in fuga col suo amore. Quello che si nota nel film fin da subito è una fotografia estremamente curata, un uso di colori caldi e avvolgenti e un montaggio che segue dei canoni musicali, che danno un ritmo alle sequenze, ci si accorge presto di ciò e ogni immagine diventa incantevole. Fotografia e musiche, e questo è importante, sono ben lontane da dare un effetto cosiddetto videoclipparo al tutto. La storia di per se non è affatto complicata e lascia spazio ad una recitazione fatta soprattutto di gesti e di sguardi che rendono Mechenosets a tratti teatrale. Vi sono momenti indimenticabili, come lo sfogo sugli scogli sul finale del film, i momenti di smarrimento che prova il protagonista di fronte alla sorte ingrata che il suo dono-maledizione gli procura in ogni istante della sua esistenza. Ma quella lama da dove proviene? Che spiegazione ha? Anche questo concetto surreale di una lama che spunta dal braccio contribuisce a rendere il film affascinante, partendo da un presupposto che ha dell’incredibile. Personalmente se avessi saputo in precedenza di un tale soggetto non avrei scommesso sull’esito del film, invece mi sarei sbagliato. Questo Mechenosets è davvero un film mirabile.

di Davide Casale