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L'opera seconda di Alex Infascelli nasce avanti ad aspettative molto alte,grazie alla meritata fama delle virtù del regista,e riesce a procurarsi un casti di grandi nomi italiani davanti alla macchina da presa,tra cui Margherita Buy e Francesca Neri,nonchè l'ottima Barbora Bobulova, ma anche Valerio Mastandrea e Marco Giallini.Da un soggetto di Niccolò Ammanniti,Il Siero della Vanità si muove nell'inedito mondo della televisione.Quando alcuni personaggi televisivi cominciano a scomparire,le forze dell'ordine richiamano a rapporto la poliziotta Lucia Allasco,ritiratasi per via di un'incidente subito in passato e sull'orlo dell'alcolismo la quale,indagando,scoprirà che le persone scomparse erano tutte partecipanti di uno show televisivo di una guru del piccolo schermo,Sonia Norton. Evidente,nelle intenzioni dell'autore,è il voler criticare aspramente il sistema televisivo e il mondo che ci gira intorno dipingendo negativamente i vari personaggi che purtroppo nella realtà sono anche peggio. Per cui si vedono i comportamenti frivoli e il voler fare spettacolo ad ogni costo di un teatrino di squallidi individui spesso portati a caratterizzazioni non così estreme visto l'andazzo qui in Italia. Opinionisti antipatici,conduttrici faine e starlette cocainomani in crisi sono la base su cui si pone critico l'occhio di Infascelli,anche se un pò troppo spesso in maniera banale e scontata. Il voler apparire ad ogni costo è il tema principale che distingue ogni personaggio del film,decantando la purezza di chi invece se ne infischia di tali sovrastrutture. Qualsiasi critica al sistema messo su da pochi mercenari dell'immagine va solamente supportata anche perchè per certi versi Il Siero della Vanità riesce ad essere un thriller avvincente. Infascelli ha un buon stile registico che cura attentamente nelle scene a cui tiene di più.Purtroppo si perde spesso in banalità e inutili lungaggini che penalizzano molto il lavoro nel suo insieme. Tranne Margherita Buy,bravissima e assolutamente in parte,gli altri personaggi non vengono ben caratterizzati se non rimandandoli al "supposto alter-ego" nella realtà e la stessa soluzione finale "fa abbastanza acqua".Limitatamente a questo rimangano le critiche perchè la bravura di Infascelli sta sempre nell'essere capace di scovare progetti diversi e inediti se non accattivanti.L'opera poteva sicuramente essere migliore ma nel complesso siamo comunque e sempre oltre la media.di Gianluigi Perrone
Siamo alla periferia di Madrid in uno dei tanti quartieri popolari e ci troviamo catapultati nella vita di Josè Luis Torrente, ex poliziotto di mezza età che vive col padre. Un ex pubblico ufficiale intenzionato ad essere riammesso nella polizia dopo essere stato cacciato. Josè Luis racchiude tutti gli aspetti negativi di un essere umano del mondo cosiddetto civilizzato: razzista, ubriacone, violento, sessista, fannullone, inaffidabile ed estremamente disonesto. Sembra vi stia presentando un clone de IL CATTIVO TENENTE, ma TORRENTE è un film che fa letteralmente scompisciare dalle risate. Santiago Segura, come il personaggio del film, è originario di un quartiere periferico di Madrid e anche grazie a questo si cala perfettamente nella parte e dirige il film con naturalezza e forte di esperienze vissute, esaltando e portando all’estremo situazioni tipiche della vita quotidiana e luoghi comuni della Spagna più tradizionalista. Le battute e le gag sono inserite in situazioni di quotidianità e la depravazione che si crea attorno Torrente è di quanto più divertente si possa immaginare. Un umorismo estremamente cinico, sporco e decadente, spietato in alcuni punti, soprattutto per quanto riguarda la figura del padre il quale viene obbligato a chiedere l’elemosina dal figlio. Segura inserisce in quell’ambiente delirante un intrigo che non può che far ricordare alcune vicende del MONNEZZA, ma funge da pretesto per lasciare aperto un sequel e per andare affondo nella drammaticità carnevalesca del protagonista. Come Alex De La Iglesia anche Segura ama i Friky, che sarebbero in spagnolo i nerdz. Torrente si circonda di personaggi assurdi, ragazzini patetici me estremamente comici e grotteschi nella loro ridicolaggine. Torrente fa da guida spirituale a questi individui e li sfrutta per i suoi scopi che ovviamente contemplano il suo personalissimo “vivere in maniera retta”, sebbene la cosa faccia ridere già di per se, e l’arricchirsi in maniera facile e non ultimo l’accrescere il proprio ego di condottiero e trascinatore di masse, in poche parole tenta di mascherare a se stesso l’essere il fallito per eccellenza.Vedere Josè Luis Torrente rivolgersi alle ragazze del suo quartiere con modi tutt’altro che eleganti è impagabile. Vi innamorerete del personaggio fin dai primi minuti, grazie a un’ introduzione che ha del geniale. Josè Luis si aggira per il quartiere con la sua Seat Marbella stra vecchia e piena di gadget dell’Atletico De Madrid, seconda squadra della capitale Spagnola. Vede ogni tipo di atto criminoso e lo liquida con commenti ad alta voce che rendono quest’uomo un mito del trash ancora prima che il film si incanali in una trama. A tratti la colonna sonora ci accompagna con pezzi classici della Copla, musiche tipiche del paese della corrida e tanto amate dal nostro reazionario, ignorante, ma a cui ci affezioneremo, Josè Luis Torrente.
di Davide Casale
Torna José Luis Torrente,il lurido detective privato spagnolo portato con successo sugli schermi da Santiago Segura,già attore feticcio di Alex De La Iglesia. Il personaggio,che non è mai arrivato da noi in Italia,in spagna è una vera e propria istituzione facendo registrare i tutto esaurito al botteghino e creando diversi fenomeni paralleli come videogiochi,fumetti ed action figures. Stavolta Torrente diventa la guardia del corpo di Giannina Ricci(Yvonne Scio),una eurodeputata ecologista che mette i bastoni tra le ruote ad una potente multinazionale Petronosa a capo del gangster Montellini(Fabio Testi)che vuole farla fuori. Torrente addrestrerà un gruppo dimentecati per difendere l'incolumità della donna sperando di penetrare nel cuore della donna o almeno di concludere. Segura rispolvera una serie di comportamenti animaleschi tipici del suo personaggio dedito al bere,alla volgarità ed al sesso promiscuo(scena top quando trova la tossica addormentata sul divano). La fisicità e bravura di Segura e comprovata da tempo e per il terzo capito si è voluto creare qualcosa di esagerato. Quindi Torrente 3,rispetto agli altri, più blockbuster e contiene scene assurde di azione,esplosioni,combattimenti e fuochi d'artificio q parodia del genere action americano.Tutto condito dalle scorregge di Torrente che,se tanto mi da tanto,è figlio della commedia italiana di Bruno Corbucci,Nando Cicero e similaria. Infatti se la fisicità di Torrente ricorda moltissimo Lino Banfi nel periodo verde,i suoi comportamenti orribili possono ricondurre all'ultimo Monnezza,quel Tomas Milian delle Squadre Antitutto. Segura aggiunge una regia spettacolare volutamente esagerando sugli effetti pirotecnici. A condire il tutto una serie di cameo di vari personaggi televisivi spagnoli ma anche star americane come John Landis e Oliver Stone. Alal fine TOrrente riesce a far danni anche alla casa bianca ma chissà se sarà l'ultimo capitolo.Forse sarebbe meglio così perchè il personaggio potrebbe saturarsi troppo.di Gianluigi Perrone
Un aitante brasiliano in Giappone con una affascinante ragazza del luogono in fuga dalla polizia da ché lui l’ha rocambolescamente fatta evadere da un pullman di un penitenziario. Il suo arrivo in elicottero e l’uccisione delle guardie è una scena esagerata, volontariamente quasi pacchiana, e la sua mano tesa verso di lei come a dire “Vieni con me piccola” anticipa tutto l’essere sopra le righe del film.Miike confeziona un film insolito e curioso. Vediamo la comunità Brasiliana a Tokyo stereotipatamene caratterizzata dall’amore per il calcio, il calcio vincente. Il protagonista schiva quasi i proiettili e nelle sparatorie è abile come fosse un giocatore della sua nazionale. La Yakuza non poteva non esserci, ma è eccessiva, quasi videoludica, portata all’estremo fino ad essere parodia di se stessa. Il tema dell’ organizzazione criminale per eccellenza del sol levante in Miike è più che ricorrente fin dagli esordi. Vediamo scimmiottare anche l’effetto tanto caro a MATRIX e cloni vari. Lo spettacolo visivo del bullet time è ironicamente ridotto a siparietto in un combattimento tra galli, il tutto girato in animazione da cartoni animati della mattina, quelli che si vedono facendo colazione. Le storie si intrecciano e le gang Yakuza sono più di una. Il Brasiliano è impassibile e sa quello che vuole, sembra impossibile che non possa ottenerlo perché ha le doti giuste. Come in una partita di calcio dribbla tutti e l’area avversaria è il suo terreno di gioco. Girato in maniera quasi confusionaria riduce le peculiarità che rendono grande il regista a poco più di un paio di sequenze. Il film sembra girato con leggerezza, per sfogo, senza premere l’acceleratore in nessun senso. Sortisce comunque il suo effetto satirico e non si può dire che non abbia un tocco di originalità soprattutto per il curioso binomio Giappone-Brasile.di Davide Casale
René Clemént è raffinitissimo tessitore di trame noir dall'aspetto surreale e provocatorio come riconfermerà in Delitto in Pieno Sole,Crisantemi per un Delitto e Unico indizio: una sciarpa gialla. Già dai primi minuti di film,introdotti da una citazione da Alice Nel Paese delle Meraviglie,Clemént mette il veto sulle sue intenzioni di divagare su terreni astratti e sconosciuti. L'uomo venuto dalla pioggia del titolo non è il protagonista Charles Bronson come si potrebbe supporre ma uno scuro passeggero che arriva in autobus in una cittadina della costa della Francia. Completamente zuppo sembra essere interessato solo ad una borsa rossa che stringe a sè. Ma mettiamolo da parte. Ora c'è Mellie,diminutivo di Melancholie,che si prepara civettuosa per il ritorno del marito,ufficiale euronavale,che sta per raggiungerla dopo una lunga assenza. Le strade dell'uomo misterioso e della donna si incroceranno quando questi si intrufolerà in casa sua per violentarla. Sconvolta,Mellie inizialmente pensa di avvisare la polizia ma il suo passato d'infanzia la blocca in un omertoso silenzio. Quando la donna si accorgerà che il suo carnefice è ancora in casa non avrà esitazione a prenderlo a fucilate e infine schiacciarli il cranio con un remo. Liberatasi del corpo Mellie tiene il suo segreto sicura di averla fatta franca ma un giorno compare un'altro uomo misterioso(Bronson)che sa tutto e che vuole da lei qualcosa di ancora non specificato. La donna negherà sempre imperterrita il suo coinvolgimento ma ora il loro rapporto si evolverà in sentieri inaspettati. La crudezza della prima parte del film,in cui vediamo la distruzione dell'anima di Mellie,una bravissima Marlène Jobert,abbandonata nuda con addosso solo la calza portata sul volto dal suo violentatore,si tinge di giallo dal momento in cui compare l'incognita Charles Bronson che darà vita ad una quantità notevole di colpi di scena. Sembra che il trauma che rode Melliè,che ha radici ben precedenti alla violenza subita(il nome Melancolia non è un caso)venga metabolizzato e muti da quando la donna si trova avvinghiata nella più classica struttura del noir. Talmente classica che nel finale sarà ironicamente McGuffin,ilt trucco che svela tutto come lo definiva Hitchcock, il nome di chi svela gli arcani. Misteri che rimangono tali per alcuni,che vengono svelati allo spettatore ma non a chi li vive e che creano un rondò di piroette basato sulle bugie. Sono le bugie il motore de L'Uomo Venuto dalla Pioggia. Mente Mellie all'antipaticomarito che non merita di sapere chi è la moglie,mente lei fino a negare l'evidenza davanti al delitto perpetrato e mente il colonnello Dobbs(Bronson con un nome da cocktail)che inebria di menzogne la protagonista per condurla dove lei furba ma fragile,non riesce e non vuole arrivare. Quando i nodi si sciolgono non importa più nulla se non l'espiazione dei vecchi peccati e delle sopite memorie.di Gianluigi Perrone
La sola idea di veder lavorare Don Siegel con Charles Bronson avrebbe fatto tremare i polsi a gente di ben tosta pellaccia. Il regista che,tra le altre,avrebbe contribuito a plasmare,insieme a Sergio Leone,una delle figure più idolatrate nonchè uno dei registi più significativi a cavallo del secondo millennio. Naturalmente si parla di Clint Eastwood che con Siegel ebbe non solo una forte amicizia ed una assidua collaborazione ma un rapporto da lui definito di apprendistato che ben più di quello nei Western della trilogia del dollaro,formerà gli stilemi del suo cinema. Era quindi nella natura delle cose che dopo la saga dell'ispettore Callaghan,Siegel lavorasse "l'altro" giustiziere per eccellenza,la figura brulla e imperscrutabile di Charles Bronson. E la sorpresa sta proprio nella pellicola,l'unica insieme, che li vide nei titoli insieme. Telefon infatti è un esperimento singolare di fantapolitica,più inedito per Bronson che per Siegel che aveva già all'attivo un capolavoro come L'Invasione degli Ultracorpi.Bronson interpreta il Maggiore Grigori Borzov,dei servizi segreti russi. L'agente del KGB viene informato di una diabolica macchinazione da parte del governo russo durante la guerra fredda. Una seire di agenti scelti in qualità di kamikaze sono stati privati della propria personalità mediante un lavaggio del cervello,sono stati sitruiti per credere di essere cittadini americani dopo essere stati addestrati a compiere atti suicidi di terrorismo,sono stati "disattivati" e messi a vivere normalmente negli States. Il piano era di poterli attivare,in caso di bisogno,per telefono(da qui il titolo) pronunciando una frase specifica. L'accordo di non belligeranza tra URSS e USA aveva portato le autorità del KGB a far vivere tranquilli i kamikaze,che qui vengono chiamati "sleepers" per il loro stato di stasi mentale come se nulla fosse. Qualcuno però,che evidentemente conosce il segreto,sta attivando gli "sleepers" causando degli apparentemente inspiegabili atti di distruzione. Il Maggiore Borzov viene mandato a scoprire l'intrigo con ogni mezzo,affiancato controvoglia da un'avvenente agente della CIA. Il film che Siegel trae dalla novella di Walter Wager sembra sospeso in uno stato ipnotico come quello degli "sleeper". L'aria che permea il film è invernale e misteriosa,tipica da spy-story della cortina di ferro e riesce a catturare sin dai primissimi minuti,anche grazie alla stupenda colonna sonora di Robert Frost. Don Siegel atttraverso il tema del meta-spionaggio riesce a delineare lo stato d'animo che c'era tra le due nazioni durante la guerra fredda,quando la pace era legata a equilibri sconosciuti alle masse e vertiginosamente instabili. Ottima prova di attori sia per Bronson che sperimenta un ruolo insolito che per Donald Pleasance che caratterizza perfettamente il suo personaggio. Da riscoprire.di Gianluigi Perrone
La prima volta insieme per Alain Delon e Charles Bronson non poteva essere più amena. Il film d'esordio di Jean Herman,in seguito passato alla letteratura come giallista,è un finissimo esempio di noir francese di rara eleganza. Franz Propp,americano,e Dino Barran,francese,hanno prestato entrambi servizio nella Legione Straniera,come mercenario il primo,in qualità di medico il secondo. Entrambi cinici,ideologicamente disonesti e disincantati,tornati in Francia,dividono le proprie strade per l'evidente incompatibilità caratteriale. Difatti se Dino è freddo e meditativo,Franz è il tipio browler fracassone. Nell'impossibilità ed incapacità di trovarsi da vivere onestamente,quest'ultimo comincerà a girare i circoli perversi della città procurandosi denaro nelle maniere meno lecite. Intanto Dino si impelaga in uno strano affaire per via di un fattaccio che lo mette in condizioni di debito morale verso alcune persone. Fattosi assumere in un ufficio,deve riportare dei documenti in una cassaforte di cui conosce solo 3 delle 7 cifre della combinazione. Quando il destino lo riunirà a Franz,anche lui interessato al contenuto della cassaforte,la loro forzata convivenza diventerà causa di stravolgimenti inaspettati. In quel turbine di figure oscure che vivono nel tipico noir francese,Adieu L'ami ritrae il codice d'onore che vige tra i criminali,nonostante gli odi e i contrasti di interesse. Herman tratteggia benissimo il sordido sottobosco dove si muovono i personaggi,corrotti e corrompenti,raggiungendo il climax nella scena in cui Bronson vende la sua donna "con il cuore vuoto" ad un ricco pervertito che la vuole letteralmente come "bambola". I contrasdti tra i due protagonisti ritraggono la più classica delle situazioni in cui due individui diversi per estrazione ma simili per ideologie portano le proprie personalità a scontrarsi fino a fondersi nel momento in cui si ritrovano prigionieri degli eventi. Misogino e cattivo,la pellicola risolve nel finale tutti i misteri del caso dimostrando come sia chi non fa parte del gioco dei bassifondi ad essere amorale e che davanti alla possibilità di scegliere,un uomo d'onore,per quanto canaglia,rimane fedele e sincero nell'addio al proprio amico.di Gianluigi Perrone
Non che Sole Rosso sia un brutto film.Anzi l'ironia surreale che permea durante tutta la visione lo rende spesso spassoso. Però ci si aspettava di più da un cast e soprattutto una trama che faceva sperare al cult sin da subito. L'ambasciatore del Giappone attraversa il selvaggio West con dei doni pacificatori per il Presidente degli Stati Uniti. Il treno su cui viaggia viene assaltato da un gruppo di banditi che fanno una carneficina durante la quale viene ucciso anche uno dei samurai dell'ambasciatore. Uno dei banditi,Gauche(mancino in francese)americanizzato in Gotch trradisce il compare più anziano,Link Stuart e,credendolo morto,scappa col bottino. Link si metterà alla caccia di Gotch e dei suoi soldi ma gli verrà appresso il samurai Kuroda,desideroso di avere la sua vendetta sul bandito francese.Una sceneggiatura così assurda,pepata di umorismo,erotismo e azione non poteva sperare in interpreti migliori che Charles Bronson e Toshiro Mifune,frizzante coppia slapstick per tutto il film,e un villain d'eccezione,Alain Delon,con il faro sugli occhi per tutte le riprese. Se i duetti tra Bronson,in forma come non mai,e Mifune sono sicuramente la parte più divertente dell'affare,di meno lo sono i cali di ritmo che spesso ne discordano il ritmo. Spesso l'azione è interrotta da momenti morti e non si capisce dove il regista voglia andare a parare. Terence Young,che si è fatto un nome con un paio di 007 passati alla storia(Dalla Russia con Amore e Thunderball),non ha la mano altrettanto ferma in questa produzione internazionale che vede Italia,Francia e Spagna in produzione,un regista inglese ed attori americani e giapponesi all'opera. Il tutto non diventa un pastrocchio grazie all'autoironia dello script che non pretende di prendersi troppo sul serio ed a alcune scene piccanti con Ursula Andress e Capucine. Sole Rosso diverte ma non riesce mai a essere memorabile,nonostante ne avesse tutte le potenzialità.di Gianluigi Perrone
Curiosa operazione questo Breakheart Pass che ha nell'interpretazione di Charles Bronson la sua aminità più evidente. Difatti sarebbe interessante capire come mai scelsero un attore della sua fisicità e con una storia di ruoli di un certo tipo per una pellicola che guantava sicuramente ad un Alec Guinness o ad un Peter O'Toole. Tratto da un romanzo giallo di Alaister McLean,il film,di ambientazione western,si incentra sull'indagine di John Deakin su una serie di morti misteriose occorse su un treno lungo la tratta attraverso le Montagne Rocciose. L'uomo,inizialmente spacciatosi per un baro ed arrestato,in realtà è un agente cheintende smascherare una serie di trame su un traffico d'armi ordite da un Governatore corrotto(Richard Crenna,il colonnello Trautman di Rambo). Classica struttura "alla Dieci Piccoli Indiani" con il politico,lo sceriffo,il prete,il dottore e la bella di turno come principali indiziati,il film si sussegue con una serie di colpi di scena e qualche scena d'azione ben girata come il combattimento sul tetto del treno e l'ecatombe della maggior parte dei soldati nel crollo del vagone,anche se un pò forzata.Purtroppo la regia un pò troppo piatta di Tom Gries procura qualche sbadiglio. Interessante vedere Bronson in una prova d'attore stimolante e ben lontana dai suoi canoni. Simpatico cameo di Archie Moore,allora stranoto campione di pugilato categoria mediomassimi.di Gianluigi Perrone
Probabilmente è Michael Winner ad aver valorizzato al meglio la figura di Charles Bronson. Al di là della serie del Giustiziere della Notte,il regista londinese(ma trapiantato perfettamente negli States)contribuì già con Chato's Land a creare il mito di macchina di morte che sarà l'ex-minatore della Pennsylvania Charles Buchinski. Probabilmente Chato è un'opera meno complessa e riuscita del precedente Io sono la Legge(Lawman con Burt Lancaster)ma si viaggia comunque ad altezze vertiginose. Senza preamboli il film si apre col l'eliminazione di un bieco razzista che va a rompere le uova nel paniere al pellerossa Apache Pardon Chato. L'uomo si difende e di conseguenza viene braccato da un gruppo di gringos con la fregola di impiccare l'indiano. Sì,perchè l'uomo ucciso è lo sceriffo. A capo del Capitabo Quincey Whitmore(un fantastico Jack Palance),il gruppo di vendicatori sanguinari si lancia in una feroce caccia all'uomo. Ma Chato è più duro di chiunque altro. Il gruppo di allegri razzisti finirà presto di ridere.Chato è la calma,meditazione ed astuzia contro la violenza,l'idiozia e la stupidità. I cowboy al suo seguito sono mossi dall'odio,dal desiderio di linciaggio o da un confuso sentimento di giustizia che in molti creerà più di un ripensamento. Non hanno remore a violentare la donna di Chato ed a bruciare un suo compagno indiano. Non riescono ad andare d'accordo neanche tra di loro perchè non sono coscienti delle proprie esistente,della propria vita e di ciò che li muove.E come iene impazzite si sbranano tra di loro,ormai dimentichi del motivo che muove la loro mano La loro ferocia è dettata solo da un inaudito senso di cieca xenofobia espletato continuamente con frasi del più basso tenore. "Accoppia un cane con un lupo ed avrai una bestia assassina." Solo Quincey,esperto di cultura indiana,compie la ricerca da outsider,perchè non è capace di "vivere come uno qualunque" e vive l'avventura con rispetto verso il suo avversario.Ovviamente inquadrature da perdere il fiato e movimenti di macchina da orgasmo in mezzo alle terre brulle dove Chato intrappolerà i suoi aguzzini.C'era il Vietnam allora e la coscienza della guerra era similmente opaca a quella del film. In questa maniera l'America guardava a se stessa.
di Gianluigi Perrone
Basterebbe anche solo il valore storico-culturale della trama per decretare un giudizio positivo nei confronti di questo Heaven's Soldiers(Cheong Gun in originale),opera prima di Min Joon-ki ed ennesima riprova della egemonia tecnica della cinematografia Sud Koreana. Difatti la vicenda ci porta a riflettere sulla stragrande maggioranza di eventi bellici che hanno fatto la storia delle due Koree,dall'invasione Giapponese strenuemente affrontata da uno sparuto manipolo di soldati che,con uno scarto di uno a cento,riuscirono a mantenere libera la propria nazione,fino agli ancora attuali dissensi tra Nord Korea Comunista e Sud Korea repubblicana. Difatti siamo ai giorni nostri quando le due Koree stanno trovando un patto di non belligeranza rinunciando agli armamenti nucleari. Questo,oltre che dare rabbia agli States che,come il regista tiene a sottolineare,sono interessati al fatto che le due nazioni non si riuniscono,infastidisce anche l'ala più oltransista del regime comunista nordcoreano,qui rappresentato dall'ufficiale Kang Min Gil(Kim Seung Woo),che con uno sparuto gruppo di reazionari deciderà di fare il colpaccio rubando la testata atomica. Il piano va quasi in porto se non fosse che vengono inseguiti da una task force sudcoreana a testa dell'ufficiale Park Jeong Woo (Hwang Jung Min,già visto in A Bittersweet Life)che imbastirà un'incontro a fuoco mentre da lì passa una cometa dal ciclo cinquecentennale. Ovviamente la matrice fantascientifica del film vuole che gli effetti siano quanto più incredibili possibile tant'è che i sopravvissuti si ritrovano nella Korea del Sedicesimo secolo in mezzo alle orde barbare che massacrano i contadini dei villaggi. La pellicola a questo punto non può non ricordare l'effetto che fa l'inizio de L'Armata delle Tenebre con gli stessi retroscena comici che aveva Bruce Campbell verso i guerrieri medioevali. Infatti Min ha tutto l'interesse a tenere un buon equilibrio di azione e vis comica in questa prima parte che contiene un numero considerevole di divertentissime gag. La svolta comincerà ad arrivare nel momento in cui entra in scena Yi Sun Shin (Park Joong Hoon),sorta di Garibaldi Koreano tanto da comparire sulle monete,esistito veramente e divenuto leggendario perchè divenuto ammiraglio a capo della flotta che difese coraggiosamente la Korea difronte all'invasione dei Giapponesi. Questo incontro inizialmente galvanizzerà i soldati del 21esimo secolo per poi ridimensionare la propria emozione nel momento di scoprire che l'ufficiale è un povero imbranato. I soldati cercheranno di donare dignità e coraggio al futuro ammiraglio,realizzando che i contrasti tra le due fazioni sono inutili e cominciando a combattere sotto un'unica bandiera,contro i barbari,coraggiosamente fino alla morte. Nonostante Heaven's Soldiers sia un blockbuster dalla trama abbastanza prevedibile,stupisce la perizia tecnica di Min e soprattutto la sua sapiente capacità di saper dosare ironia,azione,sentimento e comicità. Il film passa con disinvoltura da momenti di comicità anche pecoreccia a un sincero patriottismo forse un pò retorico ma efficace. Pescando a piene mani da cult americani sui paradossi spazio-temporali(il già citato L'Armata delle Tenebre,la saga di Ritorno al Futuro etc.),Heaven's Soldiers riesce a diventare anche una meditata visione sui contrasti che tutt'oggi(forse ancora per poco)infiammano il 38° parallelo. Ovviamente non siamo ai livelli di un Joint Security Area che prendeva l'argomento molto più seriamente e rivelava in Park mire ben più alte del mero successo commerciale,ma arriva alle stesse conclusioni:la Korea è un unico stato e i contrasti tra gli eserciti si fondano sul nulla se rapportati al coraggio dei guerrieri che la resero libera e che l'avrebbero voluta unita. Retorico ma sicuramente vero.
di Gianluigi Perrone
La mamma chiamava il piccolo Dennis,Spider,come quei ragnetti che,quand'era bambina,tessevano la tela della propria vita per poi andarsene in silenzio.Spider voleva molto bene alla mamma ed anche a lui piaceva tessere tele quando non era felice,quando il suo papà era arrabbiato con la mamma,quando la sua giovane mente cominciava a sgratolarsi sotto il peso della disperazione. Quando Spider comincerà ad incamminarsi lungo quel lurido tunnel dove si consumano sordidi amplessi verso il gorgo della follia perderà ogni sua memoria frammentandola in migliaia di foglietti scritti fitti e disordinati,dove nasconde la verità sulla sua esistenza.E nei suoi bisbigli cerca di tornare indietro,di privarsi dei suoi mille strati,di ricomporre il proprio trauma e se stesso grattando via l'opaco alone di menzogna che lo ha forzato ad abbandonare la realtà.Dalla novella di Patrick McGrath,David Cronenberg ripresenta il tema della mutazione questa volta analizzando la frammentazione della personalità umana. In una Londra fumosa,sudicia ed intimamente kafkiana,si aggira un ispiratissimo Ralph Fiennes che mugugna frasi inintellegibili,una analisi della schizofrenia praticamente perfetta. Dai fogli del suo confuso diario ci riportiamo alla sua infanzia dove ci viene mostrata la crisi coniugale del padre(Gabriel Byrne) diviso tra la moglie e una volgare prostituta dai denti marci. Notevolissima anche la prova di Miranda Richardson che interpreta tre ruoli diversi a disegnare la confusione dissociativa di Spider. Cronenberg riporta spessissimo la figura del mosaico,del puzzle che a poco a poco si riforma svelando retroscena inquietanti. Dopo la fase iniziale che ci introduce nella quotidianità di Spider e nel suo passato il film si trasporta verso i lidi del giallo cercando di dare una risposta già ovvia al segreto di Spider,prigioniero della sua mente.di Gianluigi Perrone
Sarebbe veramente interessante poter aprire con un cavatappi la testa di Spike Lee,farci un buchino e sbirciare dentro. Probabilmente si scoprirebbero un sacco di cose istruttive e soprattutto si avrebbero risposte a molte domande come il perchè alterni in maniera così asimmetrica lavori di una certa forma o spessore con commedie sbiadite come questo She Hate Me. Intendiamoci,lo stile è il suo al 100% e seguendo brevemente la trama non ci sarebbero dubbi a riconoscere che è farina del suo sacco. Come in ogni suo film si sofferma sul problema razziale(ma non starà esagerando?),sulla omogeneità delle culture a New York,sulla inarrestabile invasione del consumismo,sullo strapotere del denaro,sulla critica sociale e soprattutto politica. Però voglio dire:chi se ne frega?I titoli di testa,carini ma banali,con una banconota da tre dollari con la faccia di Bush,falsa e inutile come chi la rappresenta,ci introducono alle vicende di Jack Armstrong(Anthony Mackie),il super-protagonista di colore di turno,bello,bravo,ricco,superdotato(condizione necessaria eh!)ed assolutamente irreprensibile nei suoi valori. L'orribile casa farmaceutica in questione(di quelle foraggiate dai Bush e dal governo repubblicano),la Progeia,sta ultimando un vaccino contro l'aids(praticamente miliardi di miliardi)ma senza aver fatto i dovuti accertamenti tanto da causare il suicidio di uno scienziato e la ribellione di Jack. Questi informa le autorità ma invece di venire premiato viene annientato. Infatti il suo capo Leland Powell(un malaticcio Woody Harrelson)e la cinica,bianca,bionda,collega wasp Margo,un personaggio ricorrente nei film di Lee,interpretata egregiamente da Ellen Barkin,non solo lo licenziano ma gli prosciugano tutti i fondi e fanno sì che non possa lavorare da nessuna altra parte,accusandolo delle magagna della società. In pratica il culo nero di Jack,abituato ai lussi più sfrenati,è precipitosamente crollato a terra. Lee,con l'evoluzione ed emancipazione della sua carriera,ha accentrato notevolmente il suo interessa sullo strapotere delle lobby e sui meccanismi interni che le governano. Oramai non c'è film in cui non si punti il microscopico sul metabolismo di un "potere forte" d'America,sia esso i media(Bamboozled),la Borsa(the 25th Hour),le Banche(Inside Man)o le industrie farmaceutiche come in questo caso.Ovviamente Jack,essendo il più fico di tutti,aveva una ragazza strafica che ha deciso di passare dall'altra sponda non senza mantenere un istinto materno. La ex,interpretata da Kerry Washington tanto per aumentare il carnet di donne bellissime interpreti dei film di Lee,lo convince a dare il proprio seme per la modica cifra di 10.000 dollari a botta. Da qui Jack metterà su un vero e proprio businness con tour de force da 5 inseminazioni a notte. Ci viene mostrato come un poveretto,un uomo distrutto e umiliato dalal necessità di vendere il proprio corpo per potersi permettere la Jacuzi. Se voleva essere una critica al consumismo forzato però non era certo chiarissima visto che uno pagato profumatamente per impalmare decine di donne stupende è difficile che possa passare da vittima.Tra queste strappone c'è anche la Bellucci in una delle sue peggiori interpretazioni. Non solo per colpa sua,sia chiaro. Il personaggio dell'italiana che vuole essere messa incinta(da un nero!!!)per salvare l'onore è a dir poco surreale. Tal quale il povero John Turturro prestatosi a fare un boss(e un padre cronologicamente impossibile della Bellucci)a cui manca solo il mandolino per essere l'ultima squallida parodia dell'italiano immigrato. Mi chiedo se Spike Lee conosca veramente italoamericani del genere,perchè sarebbe interessante studiarli. Purtroppo questa grottesca immersione in Goodfellas non fa altro che far affondare ancora più in giù una sceneggiatura macchinosa e piena di nonsense imbarazzanti.Quel che definitivamente manca a She Hates Me è una coerenza narrativa che permetta di passare dal tono semi-ironico della vita del protagonista alla comunque solita,noiosa rivolta sociale contro le autorità e il potere costituito. Fino ad un finale talmente happy che ti verrebbe da bombardare i protagonisti. Sicuramente Lee ha fatto ancora una volta qualcosa di personale ed inedito che parte dai suoi spunti geniali però deve rinnovarsi con le tematiche perchè come lo si mette sulla torre per quei lavori in cui dimostra di che pasta è fatto così lo si butta giù per questi evidenti passi falsi.Ah,ovviamente c'è un mare di sesso nel film.di Gianluigi Perrone
Scritto dal grandissimo e ormai abusatissimo autore di New Orleans,Elmore Leonard,Mr Majestyk è sicuramente tra i migliori film interpretati da Charles Bronson,nonostante non faccia parte della serie di killer,giustizieri e sterminatori che lo hanno reso leggenda. In opere "oltre" come questa,Telefon o Breakheart Pass,la (ormai ex,purtroppo)faccia più rocciosa d'America ha dimostrato il suo valore attoriale. Qualsiasi cosa succeda,all'imperturbabile Vince Majestyk non interessa altro che finire la raccolta di cocomeri sul suo campo in tempo per tirare su quel giusto che gli serve per campare. Anche quando un insolente bulletto del luogo cerca di imporgli i propri lavoratori,Vince gli fa placidamente capire a suon di calci in culo che preferisce i suoi messicani. Putroppo il suo passato violento e i suoi modi spicci non riescono a tenerlo lontano dalle rogne con la polizia e,nonostante lui cerchi di far capire che è interessato solo ai cocomeri,è costretto a farsi un viaggetto sul pulmino degli sbirri. Purtroppo sullo stesso pulmino c'è uno dei killer più feroci della mala,Frank Renda,ai cui scagnozzi non va proprio giù l'idea di dovergli portare le arance in galera tanto da assaltare il furgone e farlo fuggire. Vince e Renda si trovano fuggiaschi insieme e quando il malvivente capisce che il nostro piantatore di cocomeri ha le palle sotto,cerca di farselo alleato per salvarsi ilculo. A Vince però non interessa mettersi nei guai,gli preme solo raccoglierei cocomeri in tempo per cui dovrà mettersi contro il boss della mala che non la prenderà bene tanto da spezzare le gambe a un suo amico e,l'errore più grave della sua vita,dare fuoco a tutti i cocomeri. A questo punto Vince non può far atro che incazzarsi e fargliela pagare a suon di fucilate.Richard Fleischer dirige in maniera fluida e divertita,mettendo a segno una delle sue opere più valide,poggiata sapientemente sull'interpretazione estremamente minimale e cool di Bronson,Mr Majestyk è una divertentissima commedia action che si sporca di drama nel momento in cui vengono a galla tutte le aspettative infrante e le frustrazioni del protagonista. Vince è il gringo che vuol star per fatti suoi ma a cui il mondo continua a pestare i piedi,tema topico per quelli anni. L'escalation dirabbia e vendetta è inevitabile e colpisce al muso come un autotreno. Nella parte del villain,un efficacissimo Al Lettieri,sempre tra i bastardi più gettonati del cinema seventies,già in Pulp,The Getaway e Il Padrino.di Gianluigi Perrone
Tra il Giugno del '62 e il Gennaio del '64,quando ancora il termine serial killer non era stato coniato e diffuso,Albert DeSalvo violentò ed uccise 13 donne tra i 19 e gli 85 anni,mettendo in totale panico l'opinione pubblica e la polizia di Boston,senza apparentemente rendersene contro. Richard Fleischer dirige i momenti salienti di questo fatto di cronaca,analizzando principalmente l'effetto che ebbe la scoperta di una tale morbosità sulle coscienze degli americani. Un evento del genere scoperchiò un vaso di Pandora che metteva in luce come la fredda e morigerata comunità di Boston ospitasse al suo interno un numero insospettato di pederasti,pervertiti,maniaci e psicopatici. "Figuriamoci cosa c'è a New York" chiosa un poliziotto,analizzando le sevizie dello strangolatore sul corpo di una vittima. Tra gli innumerevoli sospetti che la polizia di Boston contattò c'erano una quantità impressionante di invertiti più o meno conosciuti ma quando,per un puro caso, l'assassino si rivelò come un immemore padre di famiglia che usciva di casa a mietere morte senza pietà per poi dimenticare ogni cosa,l'America si domandò cosa,della propria società,appartenesse a quell'uomo. Nella parte iniziale,caratterizzata dalle indagini dei Detective Di Natale e Bottomly(George Kennedy e Henry Fonda),Fleischer fa un uso massiccio dello split-screen,frammentando sapientemente lo schermo ogni qual volta ci si trova a commentare i delitti ,come a voler sottolineare l'esistenza di un patchwork sia di indizi che(e soprattutto)di ricordi sepolti nella mente dell'assassino. In questo primo tempo il regista si concentra principalmente nella costruzione tecnica del montaggio e la sovrapposizione degli schermi spesso risulta perfettamente congeniale alla trama. Nel momento in cui ci dirigiamo verso la verità,il regista alza i toni e dallo spiare tra i riquadri dello schermo,ora l'esplosione di violenza degli omicidi ci è esplicitamente mostrata insieme al volto ed al vero modus operandi del killer, accompagnata da una intensa carica sessuale delle immagini. Nella seconda parte Fleischer abbandona qualsiasi virtuosismo per dedicarsi a piani più lunghi e meditati,concentrandosi sul lavoro degli attori. Quando l'interesse si sposta sull'analisi psicologica del fenomeno della schizofrenia e dello sdoppiamento di personalità dell'individuo,l'intera seconda arte della pellicola si poggia sulle spalle di Tony Curtis che,imbolsito ed emotivamente provato,dà un'ottima prova recitativa modellandosi sulla figura del vero killer seriale. Nel momento in cui DeSalvo viene accompagnato verso la consapevolezza dei propri crimini,Curtis mima su uno sfondo bianco come l'inconscio del persecutore perseguito dalla follia,i propri atti delittuosi,raggiungendo le vette più alte della sua carriera di attore. DeSalvo non sarà mai completamente incriminato per diversi vizi di forma,tanto che,all'uscita del film nel '68,l'indagine è ancora aperta. L'uomo verrà trovato accoltellato in cella da sconosciuti,archiviando così qualsiasi dubbio ad opera di quella subgiustizia spesso in uso negli States in casi del genere.di Gianluigi Perrone
Dal regista di TETSUO e TOKYO FIST, un film dalla potenza visiva impressionante, movimenti di camera anfetaminici e innovativi come già in TETSUO. Un bianco e nero che fa di ogni immagine una fotografia da osservare, Poco più di un’ ora e venti minuti per una storia che sembra lei stessa dare vita la film, ricca di personaggi sopra le righe ma pregni di una densa disperazione metropolitana. La gang di rocker che si scontra con la gang di punk in una Tokyo decadente è quasi surreale nella sua crudezza. Frase di impatto che racchiude tutta la rabbia di una città, recita più o meno: “Nei sogni si uccide chi si vuole e non si viene mai presi, a Tokyo si vive un sogno”.La colonna sonora si distingue tra lunghi silenzi che accompagnano fermi immagine e pezzi industrial post-atomici. Scene di pugilato estreme che non possono che richiamare TOKYO FIST e spezzano con le sequenze statiche in maniera improvvisa come un colpo di pistola, tema principale è appunto una pistola, il desiderio di un uomo ferito di avere un’ arma per compiere una vendetta che va più contro se stesso che contro altri. Si respirano le atmosfere di TETSUO in più punti, metallo e trasformazione del metallo sono solo accennati, non vi è fusione biomeccanica, ma Tsukamoto mantiene il suo stile di quella Generation X (l’onda cyberpunk) che lo ha reso celebre, termine che casualmente, ma fa pensare, è omonimo al gruppo di Billy Idol degli inizi e che molti anni dopo interpreterà un videoclip significativo quale “Shock to theSystem”, ispirato senza dubbio al classico del regista.di Davide Casale
Il segreto sta nel "come".Come sia possibile che Spike Lee dia le sue prove migliori ogni volta che si avvicina al genere rispetto alle sue escursioni alte sulla mid-class coloured(e non)newyorkese. Intendiamoci,Inside Man non raggiunge le vette sublimi di un "la 25a Ora" o "Summer of Sam" ma diventa il mezzo con cui si può apprezzare al meglio l'immenso talento stilistico del regista.L'"anima nera" di Brookling per la prima volta si spinge su un terreno sdrucciolevole come quello dell'action commerciale,con nomi da cartellone altisonanti e plot decisamente catchy ma riesce a plasmarlo sapientemente a sua immagine senza,per fortuna,quasi mai strafare.La sceneggiatura dell'esordiente Russell Gewirtz,precedentemente proposta a Ron Howard è pressochè perfetta,nella sua semplicità. Lo scrittore non fa altro che comporre sapientemente l'architettura di quella che a tutti gli effetti è la rapina perfetta. Dall'oscurità di una cella,il protagonista rapinatore ci invita presuntuosamente a osservare che il "dove","quando" e "perchè" del suo atto criminoso siano pressochè ovvi ma è il "come" la chiave del gioco. Un gruppo di rapinatori entrano in una banca armati e travestiti ed invece di portare via il denaro si chiudono dentro con gli ostaggi e li fanno vestire tutti come loro. A questo punto sono tutti colpevoli e nessuno è innocente. Il gioco però,scende molto più in fondo,verso trame che affondano la loro origine in eventi oscuri appartenenti a un passato sepolto.Quello che poteva essere solamente un buon thirller diventa "a Spike Lee Joint" nel momento in cui nella vivida cornice di Manhattan,il carosello di razze,religioni e culture che la popolano entra in conflitto su un fatto macroscopico che smuove le vite dei protagonisti di questa nostra era. Al di là degli ormai caratteristici carreli,riprese frontali e movimenti di camera che da sempre sono il marchio di fabbrica di Lee,sono le ellissi umane che si intrecciano nella vicenda a rendere palese che ci si trovi davanti a un lavoro del regista newyorkese. Come in ogni suo lavoro i protagonisti folleggiano sullo schermo,con il solito Denzel Washington che incarna ogni dettame della cinematografia di Lee lasciando però lo scettro di vero vincitore a Clive Owen,che dà una prestazione quasi prettamente mimica dato che recita quasi sempre col volto coperto. Sono le sottotrame dei personaggi secondari però a caratterizzare il circo. Il ragazzino che parla come un gangsta rapper,il poliziotto xenofobo e menefreghista,il Sihk comicamente preso per arabo e maltrattato dalla polizia sono i punti dove Lee ci dice "questa è New York,la Babilonia dell'Era Moderna".Come non poteva mancare il riferimento politico celato forse un pò troppo per un pubblico europeo ma eclatante in patria. E' chiaro che le figure di Christopher Plummer e Jodie Forster(brava chiaramente ma anche inusualmente sexy)siano state aggiunte in un secondo tempo nella sceneggiatura per sottolineare i poteri occulti e i criptomeccanismi della classe dirigente americana che muove il suo potere su ingranacci che macinano carne umana senza alcuna pietà.Senza voler rivelare troppo,è curioso come il personaggio di Plummer sia chiaramente inspirato al nonno dell'attuale presidente degli Stati Uniti,per cui padre di George Bush Senior,che creò il suo impero finanziario nella stessa maniera dell'uomo d'affari nel film. Uno scandalo che vuol far riflettere su come gli attuali poteri che dirigono gli USA e il mondo si poggino tranquillamente su un enorme manto di carne morta e sul fatto che la corsa al potere senza alcuno scrupolo sia un evidente vizio di famiglia. Forse il film si perde un pò in un finale troppo didascalico e francamente eccessivamente risolutore ma modula,nell'ultima immagine,tutta l'ironia e personalità di un autore così istrionico.di Gianluigi Perrone
Più che come regista,Wai Ka Fai è arcinoto per gli amanti del cinema di Hong Kong per aver fondato insieme a Johnny To,la Milkyway,una etichetta fondamentale per lo sviluppo del cinema action e noir di Hong Kong.Svestiti i panni di produttore,Wai Ka-fai si cimenta ancora una volta nella regia con una pellicola che con le pellicole a cui è accostato il suo nome ha a spartire solo il ritmo fretenico.Infatti the Shopaholics è una commedia che guarda dichiaratamente al mercato occidentale in quanto a temi e situazione.La definizione che dà il titolo si riferisce ad una fantomatica(ma realmente esistente)mania che riunisce i termini "shopping" e "alcoholic".La protagonista femminile infatti,Fong Fong-Fong,interpretatta da Cecilia Cheung,non può fare a meno di dare fondo al portafogli ogni qual volta si ritrova in un centro commerciale.Questo sofisticato e moderno tipo di psicopatologia naturalmente la mette in gravi guai economici e in situazioni decisamente surreali.Fong a questo punto dovrà dividersi tra la possibilità di sposare il suo analista(e quindi curarsi) oppure un ricco rampollo che le fa la corte.A questo aggiungiamo Ding Ding-Dong,promessa sposa di quest'ultimo che insidierà il velo della protagonista.Con una girandola di personaggi assurdi e di situazioni tipiche di una commedia leggera come questa,si condurrà tutto verso il prevedibile happy ending.Al di là del fatto che spesso queste commedie sono una flebo,forse il problema principale del film è l'eccessiva frenesia che punta a non far annoiare mai lo spettatore ma che "incasina" notevolmente la trama.Prendendolo per quello che è,The Shopaholics mantiene quello che gli viene chiesto e sicuramente verrà apprezzato sia dal pubblico in patria che qui in occidente.E' infatti molto probabile che la storia,che parte da uno spunto decisamente frivolo e assolutamente sovrapponibile alla mentalità consumistica americana,venga acquistata da Hollywood per un ennesimo remake con i soliti Hugh Grant,Julia Roberts,Cathrine Zeta Jones e Richard Gere.Vedremo se la previsione avrà seguito.di Gianluigi Perrone
Divertentissima commedia degli equivoci del giovane regista esordiente Lee Seok-Hoon(dopo i due corti For the Peace of All Mankind e Super Glue)See You After School(Banggwa-hu oksang)è l'ennesima prova di come,nonostante qualche scivolone recente,il cinema koreano sappia produrre opere interessanti e "superiori" rispetto alla nostra media. La pellicola racconta le vicende del "caso clinico" Namgung Dal ,talmente "nerd" da essere sottoposto a studi specifici che realizzino le cause della sua sfiga immane. Questa caratteristica non può che scatenare le ire dei soliti bulli,che a scuola torturano letteralmente il povero Dal e i suoi "simili".Quando il gruppo di pestatori più duri della scuola darà appuntamento all'improbabile personaggio per il Nostro scattera un fatale conto alla rovescia verso la morte certa,durante il quale cercherà in tutti i modi di scampare al fatale destino,aiutato da un'altro surreale personaggi,Yeong-seong,esperto nel mimetizzarsi per evitare i sistematici pestaggi.Purtroppo il destino rio e infame genererà le situazioni più rocambolesche e surreali tali da impedire a Dal di sfuggire al tanto temuto incontro.Paradossalmente però,gli eventi impossibili porteranno a far sì che intorno a Dal si crei un mito di invincibilità e pericolosità(alimentato dal pallonaro della scuola)per cui i suoi carnefici faranno un'inaspettato dietro front per allearsi con lui.La ovvia catarsi finale vuole che alla fine il protagonista prende coscienza di sè e i poveri sfigati abbiano la loro rivincita contro le angherie subite.Al di là della trama,perfetta e funzionale come una bomba ad orologeria,la regia appare immediatamente perfetta e,come spesso nelle produzioni koreane,virtuosa come è raro in produzioni in fin dei conti leggere come questo.Grandissima prova di personaggi,tra tutti il protagonista Bong Tae-gyu(Jungle Juice),perfettissimo e di una fisicità unica.Pare di vedere Benigni nei periodi d'oro e le spalle non sono da meno.Ci si sbellica alla grande tenendosi la pancia e l'atmosfera leggera e surreale riesce anche a giocare con lo spettatore grazie a diverse,ciniche,intuizioni di script.di Gianluigi Perrone
Primo film per il giovanissimo regista sud koreano Kwang-Hyun Park e vincitore del primo premio assegnato dal pubblico all'ottava edizione del Far East Festival. Film blockbuster in Korea con 8.000.000 di biglietti venduti nella sale.La trama si situa durante la seconda guerra mondiale, un militare americano e un gruppo di soldati koreani di fazioni opposte si trovano in uno sperduto villaggio in mezzo ai boschi. Saranno trascinati in quel luogo dall'incontro casuale con una dolce fanciulla con dei problemi a livello psicologico. Pian piano si integreranno con le presone del villaggio ma soprattutto inizieranno a non vedersi uno con l'altro come dei nemici, a tralasciare i colori delle loro divise e a vedersi come uomini e non come burattini. La fanciulla che compare anche della locandina del film rappresenta l'innocenza, lo si intuisce quasi da subito. Il film come si può dedurre già dalla trama è una metafora sull'innocenza, sulla lealtà e sopratutto sul concetto di pace, la quale viene rappresentata con una semplicità degna di un bambino. Il regista stesso prima della proiezione a Udine, in anteprima Europea, sotolinea il film come strumento per la pace.Non a caso sottolinea come film che l'ha ispirato "La vita è bella" di Benigni. Tecnicamente il film è ottimamente ralizzato, il budget è stato senz'altro ampio e il regista in alcuni punti si lascia andare a dei virtuosismi che lasciano davvero a bocca perta, virtuosismi visivi mai lasciati al caso dato che nascondono significati che fanno pensare e che non sono per nulla difficili da intuire appunto per il fatto della visione innocente e bambinesca, ma non per questo banale. Alla fine della proiezione.L'applauso dura svariati minuti, facendo commuovere il regista stesso e parte stessa della platea.Tirando le somme il film ha meritato il premio, certo è un blockbuster e sicuramente andrà in contro a critiche anche feroci, non si può negare però un gran talento nel creare un visione innocente, nel caraterizzare personagi simbolici ad arte e poi la scena dei "pop corn" e non aggiungo altro, è davvero indimenticabile e non a caso è scoppiato un applauso dalla platea sebbene fossimo in piena proiezione.di Davide Casale
Nell'ambito della commedia uno dei più noti registi Tailandesi. Questo bizzarro film, non solo per i canoni completamente differenti da quelli occidentali, è una sorta di ibrido della vicende di Romeo e Giulietta. Quello che colpisce fin dalle prime inquadrature è un uso innovativo dei colori. Il cielo e i colori della campagna sono filtrati dando un effetto distorto che sarebbe quasi onirico se i personaggi in primo piano non fossero estremamente nitidi e in linea con il bizzarro effetto cromatico.Il lavorto dei costumisti in questo film appare subito molto vasto ed estremamente curato non solo per quanto riguarda i protagonisti ma anche per i personagi secondari e le semplici comparse.Per quanto riguarda la trama semi shakespeariana vediamo uno zio e un nipote, quest'ultimo innamorato di una ragazza più ricca e già promessa ad un personaggio estremamente bizzarro, il quale con i suoi due scagnozzi (molto simili ai bravi di Manzoni seppur in maniera delirante)è uno dei personagi più esilaranti della pellicola. Lo zio invece ama gli animali, è sempre pronto a prendersi cura di loro ma la donna che lo ama viene al contrario trattata come una pezza da piedi. Le cose cambieranno quando le due donne dovranno recarsi a Bangkok e loro si troveranno da soli..Il film non mette in campo una trama originale e tanto meno ricca di sorprese, ma l'uso dei colori, quasi ipnotico, e la tempistica pressochè perfetta rendono quest' opera molto interessante e mai noiosa. Senz'altro da vedere per l'innovazione e per farsi due risate diverse dal solito.di Davide Casale
Difficile pensare che mentre dirigeva Bangkok Loco,Pornchai Hongrattanaporn(ma si chiama veramente così???)non pensasse alla realtà lisergica degli acidi e dell'lsd.La commedia musicale thailandese più assurda di tutti i tempi,punta tutte le sue carte sulla frenesia di musica e colori stroboscopici che vivacizzano lo schermo.Non che se ne capisca molto ma,cercando di tratteggiare una trama,si potrebbe cominciare dalla fuga di Bay,un promettente batterista stralunato che ha formato la sua preparazione quasi shaolin con un maestro alquanto bizzarro ed aspire ad arrivare al decimo grado di potenza nell'arte del drumming.Quando qualcuno cerca di incastrarlo su una serie di omicidi,si troverà ad indagare con alle calcagna un temibile quanto surreale ispettore di polizia,fino a scoprire le forze oscure che tramano per acquistare il potere.Lasciate perdere la storia.Se dopo un quarto d'ora di Bangkok Loco siete ancora lì,non conviene far altro che farsi trascinare nella incredibile quantità di assurdità e sfumature cromatiche presenti nel film.Il regista tenta qualsiasi espediente cinematografico per creare una frenesia lisergica nelle azioni.La comicità demenziale dei personaggi punta ai massimi livelli senza dare un'attimo di tregua allo spettatore.Numerose le citazioni cinematografiche anche se completamente fuori luogo.Complessivamente il film è un'idiozia ma,puntando tutto sul ritmo dichiaratamente da videoclip e sulla comicità da bagaglino,non può che divertire grazie al suo stile decisamente inedito.Da vedere in "smokorama".di Gianluigi Perrone
L'antica figura dello shinobi è stata comunemente diffusa in occidente da un noto videogioco della Sega.In realtà il termine indica una schiera di ninja particolarmente abile che servivano i regnanti durante il periodo Heian(tra il 794 e il 1185).Ten Shimoyama,dopo un'incursione nell'horror con St John's Worth e una nella commedia romantica con About Love,riprende il mito di questi guerrieri del mito nipponico.Durante parte dell'era Tokugawa,i due clan ninja,Iga e Koga, sono in eterna lotta.Una guerra sanguinosa che falcidia le vite degli abitanti dei villaggi nascosti.Per mettere fine alle belligeranze,viene deciso che i cinque membri più letali dei clan,gli shinobi appunto,dovranno fronteggiarsi fino alla morte.A capo di essi vengono scelti la giovane Oboro,nipote di Ogen,la matriarca degli Iga e Gennosuke,figlio di Danjo Koga,leader dell'omonimo clan.I due giovani si rifiuteranno di combattere,straziati dall'amore dell'uno verso l'altra.Tuttavia,quando Gennosuje troverà il corpo del padre morto,ucciso dal clan Iga,troverà il sentimento di vendetta più forte dell'amore per Oboro.Il film di Ten riprende evidentemente il mito di Romeo e Julietta trasponendolo nella tradizione popolare giapponese e condendolo con una dose massiccia di arti marziali.Se ,infatti,ad uno sguardo superficiale,Shinobi può sembrare una storia d'amore tout court,in realtà ricerca come metodo attrattivo principale la massiccia dose di arti marziali.Tendente ad un mercato anche e soprattutto occidentale,il film propone le varie tecniche Ninja in varie salse,senza lesinare su effetti speciali visivi.Paradossalmente le caratterizzazioni dei personaggi ricordano molto da vicino quelle degli X-Men e di altri supereroi Marvel(e non) in quanto a poteri ed abilità.Così vediamo un clone di Wolverine con tanto di lame sulle mani,Yashamaru la cui tecnica marziale prevede l'estenzione di tentacoli che non possono non far venire in mente il Doctor Octopus,il bacio avvelenato di Kagero è preso pari da Poison Eve alla quale viene aggiunto il dramma dell'impossibilità di relazionarsi(come Rouge)e Kisaragi Saemon ha la capacità di teletrasportarsi e di rubare le sembianze altrui come la blu-squamata Mystique e il suo simile Nightcrawler.Nonostante questi poteri fossero da tempo leggendariamente riferite ai ninja non si può non notare un rimando al mondo dei comics americani e purtroppo Ten sembra puntare troppo su questo lato della vicenda omettendo completamente interi paragrafi di storia,il che rende la trama spesso noiosa e ampollosa.Indubbiamente l'interesse della produzione era creare un blockbuster di fattura sontuosa che potesse essere venduto anche in occidente e non ci stupiremmo se il film venisse venduto anche in Italia,tuttavia siamo ben lungi dall'avvicinarci ai risultati di Bryan Singer e anche volendo cercare nella tradizione cinematografica nipponica,Shinobi non riesce ad emozionare come quel gioiellino che è Duel to the Death,che contava su mezzi molto più arcaici.Shinobi,che potenzialmente poteva dare molto di più,rimane un puro divertissement che lascia il tempo che trova.Un'occasione in parte sprecata.di Gianluigi Perrone
Oramai adottato dagli organizzatori del Far East Festival di Udine,Pang Ho-cheung,già autore degli interessanti I Shoot,You Shoot,A:V: e Beyond our Ken,dimostra di essersi evoluto in maniera sorprendente regalandi un'opera a dir poco strabiliante che ha ovviamente meritato l'Orso d'Oro alla Berlinale.Un ruvido poliziotto corrotto di Macao,Shing, ha le ore contate prima che lo stato,oramai intenzionato a fare piazza pulita del marcio delle istituzioni,lo faccia rinchiudere.Macao,sotto il governo portoghese,sta tornando alal Cina(è il '99)e tutto sta per cambiare.Braccato e nei guai fino al collo si da alla promisquità sessuale,portandosi donnacce a casa e ubriacandosi continuamente.Incontrerà una notte Yan,con cui farà sesso per poi scoprire che si tratta della figlia che non vede da anni.Yan,cacciata di casa perchè impossibilitata a pagare l'affitto,si piazzerà a casa di Shing cercando di creare una rapporto che non è familiare e non è amoroso.E' un ibrido astratto che nel tempo diventerà intensissimo.Fantastica regia di Pang,che colorando in una fotografia sgranata e avvolgente che ricorda quella del messicano Amoresperros(del quale il sottoscritto ha notato anche delle citazioni probabilmente involontarie),racconta una storia di una coppia impossibile e allo stesso tempo speciale,la storia di due membri dei gradini bassi della società,due reietti sciolti nella disperazione dei bassifondi di Macao,con nient'altro come anestesia al dolore che il bere e il sesso e un'amore impossibile.Scandito da una colonna sonora completamente ispanica,come molti rimandi iconografici nel film,Isabella è un film di attori,un duetto perfetto bilanciato dai contrasti accesi.Il minimalismo del ruvido volto di Chapman To contro la sensuale energia della giovanissima e bellissima Isabella Leung,già una stella in patria della musica pop e presto anche del cinema,ci scommettiamo.Nonostante la Isabella del titolo sia la cagnolina perduta di Yan,il titolo vuole evidentemente far risaltare l'interpretazione della giovane attrice che giganteggia in ogni inquadratura.Volgare,eccitata,furba e frenetica,la piccola Yan è la voce di una disperazione interna troppo profonda per non trasformarsi nel grido sguaiato di un ubriaco.Intensa e necessaria,ci aspettiamo che diventi l'attrice feticcio di Pang visti i risultati egregi di questa collaborazione.Ad impreziosire questo già splendido gioiello,Pang ha voluto una serie di simpatici caemo tra cui Shawn Yue,Josie Ho e il mitico Tony Wong in una divertente performance.
di Gianluigi Perrone
Il film d'esordio di Han Jae-rim,scritto a quattro mani con il collega Goh Yoon-hee,si arrischia nello spinoso argomento della violenza carnale cercando di provare a darne una interpretazione più angolare,evitando facili moralismi.Hong,interpretata da Kang Hae-jeong già protagonista femminile del fortunatissimo Oldboy,è un'insegnante in tirocinio nella fase importante della sua carriera e le viene assegnato Yu come tutor. Questi la insidierà in maniera molto spicciola insistendo per intraprendere una relazione sessuale con la giovane.Hong,tendenzialmente fredda e riluttante a una situazione che per la mentalità coreana è abbastanza scandalosa,si troverà suo malgrado a iniziareuna storia non esattamente consenziente.Impelagatisi in così vorticose acque è innegabile affogare nelle malelingue e,all'affiorare dello scandalo le reazioni saranno inaspettate.Con una veste di commedia romantica che ironicamente detta "le regole dell'appuntamento",Han tenta,non perfettamente con successo,di dare dignità a una relazione che si basa sull'elemosina di una liason in cambio di un favoritismo sul lavoro,confrontandosi con amplessi rubati tra i fumi dell'alcohol e penetrazioni sparse.Kang Hae-jeong si dimostra ancora una volta l'attrice più disinibita del panorama mainstream coreano in quanto bella,brava e consenziente seminatrice di notevoli scene di sesso.Tendenzialmente Han tenta una regia più raffinata e meno sofisticata dei suoi colleghi compaesani.L'intenzione di far collimare i topoi della commedia romantica con le implicazioni morali del mobbing e della molestia sessuale.Nonostante sia piacevole,il film si perde in alcune falle di sceneggiatura,dice e non dice e purtroppo omette argomentazioni importanti al fine della narrazione.
di Gianluigi Perrone
Nel 1986,per i 5 anni successivi la provincia di Gyeonggi,nel cuore del Sud Corea visse nel terrore di un feroce serial killer cheincaprettava,violentava e infine strangolava le proprie vittime,durante le notti di pioggia,abbandonandole subito dopo l'atto criminoso.A tutt'oggi l'assassino è rimasto inpunito. A tre anni dall'ispiratissimo e divertente Barking Dogs Never Bite,Bong Joon-Ho si interroga delle cause di questa falla giudiziaria e,partendo da una piece teatrale che riprendeve gli eventi del tempo,si immerge in intenso thriller che cerca di ripercorrere le orme degli investigatori e di riflettere sulla condizione culturale e politica del proprio paese in quel periodo. La provincia coreana che ci viene mostrata è infatti fortemente conservatrice e ignorante,dilaniata dalla repressione di uno stato di polizia e dal compiacimento della stessa per i metodi spiccioli e violenza.In questa realtà rurale e per certi versi pura,operano il detective Park e il detective Cho,ottusi sbirri di provincia dai metodi spicci e dall'etica professionale praticamente nulla.Totalmente invisi a un tipo di indagine di questa portata,cercano di imporre come colpevole un povero ritardato(il bravissimo attore teatrale Park No-shik)arrivando a falsificare le prove.A loro viene affiancato l'ombroso e chandleriano detective Seo(Kim Sang-kyung),della polizia di Seul,che segue le indagini amorali dei colleghi con muta rassegnazione.Sicuramente un film di attori,Memories of Murder è un'altra prova eccelsa di Song Khang-ho,attore feticcio di Park Chan-wook e stupendo interprete di the Foul King al quale si affianca un bravo caratterista come Kim Roe-ah già in Barking Dogs ma anche in Whispering Corridors,H,Save the Green Planet e successivamente in A Bittersweet Life.Senza cercare di ripercorrere i passi dei modelli americani del thriller,Bong percorre la via della distensione e dell'ironia amara per tratteggiare i cambiamenti epocali di una nazione all'ombra di un evento macroscopico che investe una terra grezza.Un pò come per i migliori Fratelli Coen(quindi non gli ultimi),i detective sono immersi in una realtà msiconosciuti in balia degli eventi che non comprendono a causa di una ottusità non innata ma che poggia su sovrastrutture radicate profondamente nella società,in questo caso,coreana.E quindi vediamo i detective ironizzare ottusamente sugli omicidi su cui indagano mentre lo stato tiene la faccenda nel minimo interesse,prediligendo occuparsi di reprimere le lotte interne che ancora oggi fanno del suolo coreano un campo di controsensi evidenti.Volendo ricondurre a eventi nostrani,un pò come il delitto di Conge,quello del serial killer coreano è un caso viziato da indagini incompetenti e superficiali,immaturamente portato avanti da parvenu consenzienti.Un ritratto amaro di una piccola comunità che diviene universale grazie alla perizia con cui viene raccontato,andando a scomodare sfumature umane troppo spesso trascurate in un genere come il thriller.Questa centripeta modularità rende il lavoro di Bong estremamente esportabile e paradossalmente anche così intimo e personale.
di Gianluigi Perrone
Divertentissimo esordio del talento coreano Bong Joon-ho che riconfermerà in maniera completamente diversa in Memories Of Murder.Barking Dogs Never Bite,letteralmente "Can che Abbaia non Morde",è una finissima commedia indipendente sugli usi e costumi peggiori della società coreana che ben si prestano ad un'analisi più generale a conferma del proverbiale tutto il mondo è paese.Con una fine ironia nera Bong ci racconta le nevrosi metropolitane di personaggi comuni esasperati dallo stress.E quindi incrociamo le esistenze un assitente universitario frustrato e fallito che tenta di liberarsi dei fastidiosissimi cagnolini d'appartamento delle vicine,un assurdo omino delle pulizie che invece li fa sparire per cucinarli alla piastra mentre un barbone lo imita tentando di farne spiedini(ricordiamo che la cinofagia era ed è tutt'ora in alcune zone della Korea usanza comune).Il tutto crea la psicosi del "serial killer di cuccioli" che mette in moto una tipografa in cerca di notorietà a tutti i costi e un pò meno la sua pigrissima amica sovrappeso.Su tutto ciò sovrasta un grande condominio che nasconde le fisime,i soprusi,le gioie e i dolori della borghesia mediobassa metropolitana,su cui Bong ironizza con una compiaciuta scorrettezza politica.Ad accomunare Barking Dogs al successivo Memories è la priga alienazione dei personaggi che si lasciano trascinare dagli eventi più bizzarri senza reazioni apparenti se non minime o fuori luogo.Il cinismo sociale che guarda più al frivolo,al bene di consumo,all'oggetto di valore che si frantuma mentre viene perpetrato un atto amorale.Il tutto raccontato con buon equilibrio delle parti,dispensando divertenti leggende metropolitane come quella dell'assistente specializzato in Germania che finisce sotto la metro dopo una forzata serata alcolica in cerca di raccomandazione o del fantsma di Boiler Kim che vivrebbe negli scantinati e al quale Bong dedica uno dei momenti più goliardici del film.Una raffinata commedia delle parti che mantiene perfettamente gli equilibri e diverte ma ricerca anche un perchè senza tentare esagerati sofismi.di Gianluigi Perrone
A soli due anni dalla sua morte,Hollywood prepara un biopic dedicato alla vita di uno dei più significativi e controversi artisti del panorama musicale americano che visse un'ascesa di popolarità sempre crescente negli anni e rimase imperitura fino al decesso(and over...and over...).Walk the Line ripercorre il periodo più complesso della vita di Cash,dall'infanzia repressiva straziata dalla morte dell'amato fratello Jack all'esperienza in aereonautica durante la guerra,dai primi,difficili passi nel mondo della musica ai successi sui palchi di tutti gli States e conseguente a questa ascesa una progressiva caduta nella tossicodipendenza.Soprattutto Walk the Line parla della storia d'amore sofferta tra Johnny e colei che diventerà il faro della sua vita,sia professionalmente che umanamente,la cantante country June Carter.Il loro fu un continuo inseguirsi e un rifiutarsi,una passione ostacolata sia lecitamente dal fatto che Cash era già sposato con figli,sia illecitamente dalla dipendenza dalle droghe e dall'alcohol del "man in black".Il tutto racchiuso nell'evento clou della carriera di Cash,il concerto al Foltsom Prison.Il sottoscritto non nasconde di aver riposto molte aspettative nel progetto sin dai suoi primi passi proprio poichè fan accanito del mitico J.R. e la scelta degli interpreti Joaquim Phoenix e Reese Witherspoon fatta dagli stessi Johnny & June prima di morire sembrava azzaccata nonostante evidenti differenze somatiche.E non c'è dubbio che lo sforzo attoriale dei due(e dell'intero cast nel quale ci piace far risaltare la prova di Robert Patrick nei panni del burbero padre)sia stato notevolissimo con la Witherspoon in prima linea e Phoenix che ha raggiunto momenti di crisi estremi tale e tantal'immedesimazione.Eppure Walk the Line non raggiunge lo scopo e lascia l'amaro in bocca.Pulito,sontuoso e perfettino sembra il compitino a casa buono per il sabato pomeriggio in tv.James Mangold,alla sua occasione più importante dopo una serie di discreti lavori(Identity,Kate & Leopold,Ragazze Interrotte,Copland),scrive e dirige il film in maniera errata,statica e impersonale.Privo di virtuosismi tecnici,Walk the Line è un continuo primo piano sui due protagonisti e sulla stessa identica vicenda che snatura totalmente la vita di Cash.Uno spettatore non preparato sarebbe portato a credere che una personalità complessa come quella del "man in black" era in realtà la patetica esistenza di un povero imbranato senza spina dorsale totalmente assoggettato alla futura moglie.Dove sono le notti brave in tour con Jerry Lee Lewis e Elvis Presley(qui macchiettisticamente disegnati)?Dov'è la dipendenza dalla cocaina cantata in decine di canzoni(Cash usa delle fantomatiche pillole nere)?Soprattutto dov'è il lato nero di Johnny Cash che era sì riservato,chiuso e oppresso dalle umiliazioni paterne ma non certo un imbranato nerd di periferia?Phoenix indugia troppo sui sorrisi di circostanza che non ci immaginiamo proprio sul volto roccioso e sofferente del compianto cantante e fa pesare anche la totale mancanza di physique du role(Cash era altissimo,Phoenix un nanetto).Walk the Line non riesce a catturare il vero Johnny Cash e ciò che trapela dalle sue canzoni,riducendole solo a uno sfogo pseudoadolescenziale,non scava nelle vere radici del sound definito successivamente "americana".Troppo pulito,forse proprio perchè dipingendo una delle massime icone americane,pretendeva un plot che non rischiasse troppo,che non osasse nulla e che fosse fruibile alle famiglie con i suoi dialoghi terra terra,a livelli di Autumn in New York.Johnny Cash non era questo.Johnny Cash era sangue e polvere.E pensare che questa parte l'aveva inseguita a lungo Michael MadsenForse un giorno salteremo nel cerchio di fuoco di nuovo.
di Gianluigi Perrone
Curioso il caso di Ji-woon Kim.Dopo un Two Sisters,evidente(ma elegante)surrogato del trend dell'horror asiatico,sposta il suo interesse verso il noir contro ogni previsione,dirigento questo A Bittersweet Life che,in maniera sontuosa come l'opera precedente,ricalca i passi del successo di un connazionale,Oldboy di Park Chan-wook.La Vita Agrodolce del titolo è quella di Sunwoo(Lee Byeong- Heon) mite e taciturno,quanto letale bodyguard di un potente boss della mala a cui il capo affida il controllo dei movimenti della giovane moglie Heesoo,in odore di tradimento. Il compito di Sunwoo è quello di smascherare e riferire le presunte scappatelle della ragazza,il che equivale a una condanna a morte. Sunwoo però matura un sentimento profondo per la giovane e nel momento di scegliere decide di tradire il proprio capo. Questo gli costerà caro,innescando una macchina vendicativa inarrestabile alla quale Sunwoo scamperà non senza profonde cicatrici. A questo punto toccherà a lui consumare la sua vendetta.La sceneggiatura di Ji-woon Kim,di per sè non particolarmente originale,segue più che altro le mosse di Scorsese e Tarantino,citando quest'ultimo ripetutamente quasi a far man bassa di espedienti narrativi.E quindi il plot parte dal pericoloso boss che affida al suo "uomo migliore" la propria donna,il suddetto va in giro vestito da "iena" e le sue vicende si incrociano un pò troppo spesso con quelle della sposa di Kill Bill.Eppure è Oldboy la matrice principale di A Bittersweet Life.Non solo propriamente nella sceneggiatura ma in tutte le caratteristiche principali.La colonna sonora ricalca esageratamente quelle tipiche di Yeong-wook Jo,che ha musicato la trilogia della vendetta di Park e perfino la fotografia e la scenografia ricalcano quelle di Oldboy,tanto che troviamo il protagonista su un terrazzo,in un lurido corridoio e,nel finale,in bar(il La Dolce VIta,su un'attico di lusso.E' forte il sospetto che A Bittersweet life sia un lavoro "su commissione" e evidente è il fatto cheJi-woon Kim non ha l'originalità e l'autorialità di Park. Di tutto ciò ci rimane comunque un lavoro avvincente,girato con invidiabili esperienza ed eleganza.A Bittersweet Life riesce a splendere di luce propria esattamente nel momento in cui si distacca dai suoi scomodi modelli e manifesta le sue armi migliori nelle scene di azione pura.Tranne che per la protagonista femminile,Min-A Shin, che forse meritava un pò più di spazio,assolutamente non sacrificati i tanti caratteristi perfettamente in parte che rilevano un mosaico noir di polso mutuabile sicuramente a una visione Chandleriana del genere. Evidenti i riferimenti a Frank Costello-Faccia d'Angelo di Melville sin dall'inizio e dalla caratterizzazione del personaggio di Lee Byeong- Heon che fu di Alain Delon.Rimane il rammarico per la poca personalità che l'opera riesce a donare,penalizzando l'effettivo talento di Kim che,ricordiamo,vide il suo primo exploit in The Quiet Family,rifatto anni dopo da uno dei talenti più innovativi della vicina isola nipponica,quel Happiness of the Katakuris di Miike Takashi.
di Gianluigi Perrone
Melquiades Estrada è un povero vaccaro che abbandona Jimenez,il paesino messicano da dove proviene,per arrischiarsi come clandestino oltre il confine col Texas dove,nel tempo,stringerà con il cowboy Pete Perkins un'amicizia sincera basata su valori che il mondo moderno non potrà più comprendere.Quando Melquiades verrà accidentalmente ucciso dalla guardia di frontiera Mike Norton,per Pete arriverà il momento di far valere una vecchia promessa.Questa a grandi linee è il soggetto di Guillermo Arriaga,già fortunato sceneggiatore dei successi di Innaritu,Amores Perros e 21 Grams(e del prossimo Babel)che anche questa volta palesa il suo stile personale nella frammentazione cronologica e la suddivisione in capitoli levigandolo sapientemente sui tronchi su cui si strutturavano i ruvidi western di Sam Peckinpah eMonte Hellman.Lo stesso titolo originale(the Three Burials of Melquiades Estrada)ricorda da vicino un bel film di Peckinpah,Bring me the Head of Alfredo Garcia,riprendendone l'ambientazione messicana,la struttura del viaggio e il macabro feticcio umano che scatena le azioni.La regia poteva facilmente essere prevedibile se non fosse che dietro la macchina da presa ci fosse un nome come Tommy Lee Jones,quasi esordiente in quasto ruolo se si esclude un'altro western per la tv dal titolo di The Good Old Boys.Molto probabilmente senza neanche rendersene conto,Jones prende la strada più difficile,meditativa,sincera e per cui più giusta del vecchio western old style dall'ampio respiro di più di due ore,dove l'epopeadi Pete,interpretato dallo stesso Jones,e del suo prigioniero Mike Norton,un minimalista Barry Pepper,li porta in viaggio oltre il confine messicano incontro a un mondo che non esiste più.Infatti Le Tre Sepulture si dimostra una pellicola dal forte sapore nostalgico non sono nello stile scarno ed essenziale ma anche nei contenuti.Gli eventi si susseguono stanchi e ostinati in una realtà che non riconosce più alcuni valori essenziali che fanno di Melquiades e Pete dei sopravvissuti di un'altra era.Prigionieri di un tempo dove non c'è più posto per l'amicizia,la sincerità,il rispetto.Dove un vecchio cowboy non ha più un posto da raggiungere perchè la degenerazione ha raggiunto ormai il cuore di ogni uomo,anche il più sperduto.Significativa la presenza del televisore,visto come icone e fucina dell'idiozia umana che riesce a raggiungere anche un gruppo di peones nel mezzo del deserto.Lo stesso personaggio di Barry Pepper non è un "cattivo" tout court quanto piuttosto un imbecille qualsiasi senza nè arte nè parte.Un uomo senza presente.In questa realtà malata he lo rigetta come una infezione indesiderata,Pete si ostina fino al fanatismo a inseguire il desiderio più grande del suo compagno,a riportare l'umile uomo nella sua "isola che non c'è" dove,per quanto piccolo esso sia,ogni uomo ha diritto di guadagnare il riposo eterno.Tommy Lee Jones a 60 anni dà prova di grande lucidità e personalità soprattutto nonostante una prova non completamente matura come regista,valorizzando i propri attori compresi Pepper,la brava January Jones e soprattutto Melissa Leo,la cui interpretazione rappresenta tutto il concept del film,cioè che c'è una bellezza appassita nella natura che è consapevole di esserlo e ne soffre in silenzio.
di Gianluigi Perrone